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La Felce e le Triple "A" : un'amicizia che va avanti da dieci anni

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La Felce e le Triple "A" : un'amicizia che va avanti da dieci anni

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Siamo andati a Ortonovo, nella Lunigiana, a festeggiare con Andrea Marcesini e suo figlio Francesco i dieci anni di collaborazione con le Triple “A”.

“l’annata 2015, insieme alla 2002, è stata per me una delle annate peggiori. Ne abbiamo fatta di strada da allora, eh?”

Gli occhi ridono, mentre spegne la sigaretta consumata tra i polpastrelli. Andrea Marcesini è un vignaiolo, un contadino, il proprietario dell’azienda La Felce e un Agricoltore Artigiano Artista da ormai dieci anni.
Il motivo della nostra visita è proprio questo, nonostante l’aspetto rude e le sigarette spente con le mani Andrea è un animo sensibile, con cui riflettere senza mezzi termini sull’etica della produzione e sull’accessibilità del vino. Non c’è da stupirsi, allora, se Andrea voleva incontrarci a pranzo per festeggiare questo decennio di collaborazione.

DAMIGIANE DI VERMENTINO TRA MOTOSEGHE E SALUMI

La storia di La Felce nasce dalla prima rudimentale produzione del nonno di Andrea, che nel ’72 al piano terra della sua abitazione a Luni costruisce la cantina in cui produce vino in damigiana da vendere sfuso ai clienti della zona.

“Nel locale di fianco stagionavano i salumi e salami che producevamo dagli 8 maiali che macellavamo durante l’anno. Le persone passavano a prendere il vino dalle damigiane facendo lo slalom tra i salumi appesi e le motoseghe per terra. Nel ’97 ho prodotto la mia prima annata sotto il nome Andrea Marcesini cercando di portare il vino che faceva mio nonno in bottiglia.”

Dalla prima vendemmia a fine anni Novanta ad oggi la strada è stata lunga, prima l’attività vinicola era affiancata alla produzione di ortaggi e frutta che ogni mattina Andrea portava al mercato. Poi quando hanno iniziato a richiedergli che la frutta fosse portata acerba, perché altrimenti non si sarebbe conservata sugli scaffali Andrea si è indispettito e ha tolto anche gli ultimi alberi da frutto. Tanto vale fare di testa propria quando le regole del gioco non solo non ci rispecchiano, ma non valgono proprio più. Così con caparbietà si concentra sulla produzione vinicola e dal 2006 in poi elimina l’uso dei lieviti selezionati. “Ho iniziato a usare i lieviti selezionati nel 2001, cinque anni dopo l’annata era bella e la fermentazione era partita da sola. Mi sono detto, ma cosa li uso a fare che ho sempre fatto senza prima? Da lì ho tolto nuovamente i lieviti selezionati e ho continuato per la mia strada. In quegli anni avevo ancora paura di sbagliare e di essere me stesso. Poi andando a dare una mano ad Andrea Kihlgren di Santa Caterina ho scoperto la biodinamica.”

“Questi sono pazzi”

Il primo incontro con le Triple “A” e con Luca risale ad un’edizione di Terra Madre di vent’anni fa in cui Andrea sente Luca parlare di biodinamico e di naturale. “Luca aveva una comunicazione molto aggressiva, parlava di vino convenzionale, di naturale e di biodinamico. La prima cosa che ho pensato è stata: questi sono pazzi! Ma poi ho capito, Luca su quel palco aveva fatto partire una rivoluzione. Vent’anni fa ha spaccato il mondo del vino con le sue parole ed era una spaccatura necessaria. Oggi il mondo è cambiato e dopo che uno scuote le fondamenta di un sistema si possono anche abbassare i toni. Infondo grazie a quella spaccatura oggi chi ragiona sceglie e capisce cosa è un vino “bibita” e cosa è un vino più artigianale”.

Andrea non gira intorno alle parole, è diretto e schietto come i vini che ci passano nei calici, seduti intorno a un tavolo in giardino. Si comincia dalle vasche della vendemmia 2025. Non perché dobbiamo verificare alcunché, ma solo per il piacere di indovinare la traiettoria e apprezzarne i caratteri che si stanno formando.
Andrea socchiude gli occhi soddisfatto assaggiando il Felce Rosso 2025 “Se chiudi gli occhi sembra un bianco, fresco e dai tannini leggeri. È ancora verde e scalpitante ma si sente già che sarà buono.”

Per Andrea la leggerezza del Felce Rosso è motivo di orgoglio, perché si distacca dall’idea dei rossi che per molto tempo hanno dettato legge in zona. Andrea li definisce “I gusti marmellatosi Bolgheriani, pensati per stupire il gusto di pochi. L’errore principale del mondo del vino è stato quello di avere sbagliato a staccare il vino dal quotidiano togliendo l’accesso a tutti, sia per il prezzo che per il gusto.”

E Andrea con i suoi quotidiani si fa portabandiera di un diverso approccio al vino, dove la bottiglia vive al centro della tavola, accompagna i pasti in maniera diretta, senza fronzoli e con onestà.
Così l’orologio scorre e i calici intorno al tavolo in giardino si susseguono e ci accompagnano fino alla tavola del Ristorante Da Fiorella, dove Andrea e suo figlio Francesco sono di casa. Nei piatti le ricette della lunigiana ci raccontano quest’angolo della Liguria lasciando ai vini di Andrea il compito di non essere motivo di discussione e confronto, ma collante della convivialità.

Perché il vino prima di essere un semplice prodotto dovrebbe essere questo: un aggregante che unisce a tavola, perfetto per brindare ad una amicizia che va avanti da dieci anni.

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