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La Felce: Storia di una giornata nell’entroterra Ligure

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La Felce: Storia di una giornata nell’entroterra Ligure

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Una giornata in compagnia di Andrea Marcesini, vignaiolo di La Felce, nel cuore della Val di Vara dove l’agricoltura è eroica e la natura incontaminata.

NON SOLO VIGNAIOLI MA AGRICOLTORI

Nel 1998 Andrea Marcesini rileva l’azienda vinicola La Felce, fondata dal nonno a Ortonovo, in Liguria, in provincia di La Spezia. Inizia un percorso che lo porta a un’agricoltura e a un’enologia completamente prive di pratiche di addizione e di sottrazione, nell’intento di recuperare i sapori del vino che ricordava da bambino. Accanto alla vite coltiva gli olivi e pianta lo zafferano. Si dedica negli ultimi anni a un progetto di agricoltura sociale, piantando vigne in strutture per malati psichiatrici e assistendoli nel lavoro di coltivazione e vinificazione, quale forma di terapia e di re-inserimento nel mondo del lavoro. Poi inizia a progettare di lasciare al figlio la conduzione dell’azienda di famiglia e di ricominciare da capo con un progetto tutto suo, in una valle remota dell’entroterra. È lì che sono andato a trovarlo. È lì che inizia il racconto di questa giornata.

Pieve di Zignano è un paesino fantasma, dove qualcuno va ancora a fare la spesa a cavallo. Mancano i cespugli rotolanti per sentirsi nel cuore del vecchio West, ma il vento alza la polvere e fa cigolare qualche persiana. Mi affido all’amico Matteo Circella per arrampicarmi nel ventre della Val di Vara, all’ombra del campanile di questo piccolo agglomerato isolato, sull’Alta Via dei Monti Liguri, una balconata di quattrocento chilometri sulla dorsale che divide la Liguria costiera da quella montana, uno dei percorsi più belli d’Italia, dove si può comprendere che Ponente e Levante non fanno rima con stabilimenti balneari e code per la focaccia calda ma con fatica, agricoltura eroica, natura incontaminata, foreste e animali selvatici. A Pieve di Zignago arrivava una mulattiera che la collegava alla Val di Zeri e che serviva per lo scambio someggiato di grano, patate e vino. Tra le fasce di castagni, dove un tempo si coltivava strappando la terra al bosco, tra mele e vigne, dove oggi pascolano le pecore, stringo la mano ad Andrea Marcesini, che su queste antiche terrazze ha già piantato tre ettari di Sauvignon e di Chenin e seguiranno i rossi Albarola, Dolcetto e Ciliegiolo. “Farò qui la mia nuova azienda per trovare una mia dimensione”.

Iniziamo una conversazione fitta e subito riconosciamo una confidenza, da confiteor, abbiamo fiducia l’uno nell’altro, e ci raccontiamo idee, programmi futuri, storie di famiglia, il periodo della pandemia e alcune recenti sofferenze. A volte solo nella sofferenza si scopre chi siamo davvero e cosa ci fa stare bene. Inspiriamo l’aria ancora fresca e i primi raggi caldi del sole pasquale, osserviamo le foglie secche cadute dagli alberi secolari e i primi virgulti delle erbe spontanee.

Intanto il fedele lagotto, il cane da tartufi di Andrea, non lo perde di vista un minuto e corre di fronte alla bella casetta di montagna affacciata sulla valle, da cui esce il fumo del camino. Il cane continua a puntare alle tasche. E Andrea estrae dalla giacca il bottino che insieme hanno procacciato per il nostro arrivo: un sacchetto pieno di tartufi bianchetti, o marzuolini, cugini minori del bianco, con spiccate note agliacee, che spandono il loro profumo per il cortile. Un piccolo tubero finisce subito in bocca al cane, come ricompensa, come carezza. La raccolta dei frutti del bosco è un’altra attività nobile e antica, che mi racconta molto di quest’uomo che ha deciso di tornare a sintonizzarsi ai ritmi della terra e delle stagioni, che si possono sentire distintamente solo lontano dalla città.

LA LIGURIA SENZA FRONZOLI: COMUNITÀ RURALI

Arriva la compagna di Andrea e ci trova in cucina intenti a bere il primo “gotto” e a pulire le verdure che abbiamo portato dal mercato di Chiavari, dove ancora ci sono contadini che sanno fare il proprio lavoro. Mi mancava l’aceto e Andrea ha chiamato i vicini che sono subito arrivati in soccorso con il prodotto della loro botte e portando un paio di bottiglie del loro vino, con cui iniziamo la giornata. Se ne andranno con qualche tartufo. C’è ancora una vita semplice, di comunità, su queste montagne, dove vige ancora il baratto. Andrea mi confessa che ogni tanto ha bisogno di un vino molto semplice e lascia la casa nel bosco per fare due passi fino al bar del paese, dove i bicchierini di un bianchetto, magari non eccezionale, aiutano a creare convivialità. Non bisogna essere dogmatici e snob con il vino, che, quando non mancava, era un alimento e un piacere quotidiano. Mentre si taglia un salame, il vino genuino dei vicini scende in gola con soddisfazione e senza troppi ragionamenti.

Andrea è molto modesto ma il suo vino ha classe, non solo verità. Preparo una piccola insalata di tartufi, come si usava alla fine del Settecento. I funghi ipogei tagliati a lamelle, conditi con sale buono e un goccio d’olio vengono lasciati all’aria per perdere la parte solforosa più indigesta e poi aggiunti a qualche vegetale che fa solamente da supporto. Per questo inizio l’abbinamento è con Monte dei Frati 2022, ottenuto dalle migliori uve della prima collina dell’azienda dedicata al Vermentino, vigne che hanno rappresentato l’inizio della storia di Andrea come vignaiolo consapevole e che oggi in questa giovanissima bottiglia, accompagnano il boccone con la freschezza di un vitigno resiliente a siccità e temperature ma che va raccolto al momento giusto per non rischiare di perdere l’acidità e quindi giocarsi la longevità. Incontriamo tensione, secchezza e sale, la Liguria più concreta, che non potrebbe cadere più a pennello in questo entroterra che guarda contemporaneamente la neve e il mare.

Arriva un Non sempre 2021 accompagnato dalle parole di Andrea: “quello che vorrei dal Vermentino ogni anno, il meglio dell’azienda ma che non sempre è possibile vinificare”. Lo accogliamo con il prebuggiun un misto di verdure e erbe spontanee di questa terra ricca di biodiversità, fatte andare semplicemente con olio aglio rosa e un bicchiere d’acqua, ad alta temperatura, come avviene nel wok. E, per rimanere in Oriente, un’insalata di cavolo cinese con cipollotti freschi marinati in sale e aceto, per smorzarne la parte agliacea, che reinseriamo con un’abbondante nevicata di lamelle di tartufo, precedentemente affettate e condite, appunto per renderle meno grevi. Il cavolo col tartufo è sempre stata una mia fissazione ma questo Vermentino, senz’altro selezionato, ma che ha solamente dodici mesi in più, dimostra come i vini de La Felce siano semplici solo in apparenza. Il tempo e la paziente attesa in bottiglia estraggono complessità davvero eleganti.

Arriva il piatto principale, una zuppa di cavolfiore che è stata un bel po’ sul fuoco, dove aggiungo un uovo barzotto, cotto 5 minuti e 15 secondi e un brodo di zafferano preparato con i pistilli della produzione dell’azienda. Ci facciamo un sacco di risate su questo tempo di cottura e ci prendiamo in giro per questa precisione. Ma a questo punto del pranzo so ancora quello che faccio e quando taglio a metà l’uovo sodo di cascina, che ha conservato il tuorlo colante, Andrea celebra il momento con una bottiglia di In Origine 2021, Trebbiano, Vermentino, Malvasia, con macerazione sulle bucce, che esprime note di fiori e di miele, ottimo complemento o, “avvicinamento”, al piatto, come dice Matteo. Questo è un grande vino, in cui l’aromaticità della Malvasia, già in altre regioni integrata col Trebbiano, incontra la durezza del Vermentino per risolversi in un raro equilibrio gastronomico. Un buon sorso che ci rende ancora più vicini. 5e15 diventa la battuta della giornata.

Ancora qualche costina dell’orto appena scottata e arriva un Riassunto 2016, vino che non è più in produzione, da tutte le uve di quell’annata lavorate in ossidazione. Amo particolarmente i vini ottenuti con questa tecnica, quando essa non sovrasti il vitigno, e la trovo sempre complementare all’acidità, in questo caso data dalla buccia di limone e da una goccia d’aceto. La bottiglia finisce in un attimo.

DOVE È INIZIATO TUTTO

Decidiamo di scendere un po’ di tornanti per andare a visitare le vigne di Andrea nella piana sabbiosa dove tutto è iniziato, attorno all’anfiteatro romano di Luni, colosso in miniatura del II secolo, ben conservato e baciato dal sole. Dopo una passeggiata tra i filari approdiamo a casa dei genitori di Andrea, dov’è ancora la cantina. La sensazione è quella di partecipare a una riunione di famiglia, dove emergono in tutta la loro forza parole, pause e silenzi. Conversiamo anche di ricette di una volta, seduti al grande tavolo della cucina. Dopo un attimo compaiono sul desco pane e olio e una bottiglia semplice, da tutti i giorni. Come tutti i vini di Andrea Marcesini, vini semplici, di territorio, che si possono bere subito per il convivio e il ristoro o tra dieci anni per la meditazione e la celebrazione.

Manca ancora all’appello un’ultima bottiglia, un Reconteso, rosso di Massaretta e Alicante (la Granaccia coltivata in Spagna, nel Sud della Francia ma anche in provincia di Savona). Grande complessità e frutto. Ma c’è posto solo più per un sorso. Ci diamo un appuntamento al ristornate di Matteo per la vigilia di Pasqua, per stappare una magnum di 2005; ma questa è un’altra storia.

Alziamo il calice per un brindisi che suggella il mio incontro con una Liguria del vino non così conosciuta ma, in mani esperte, ricca di sorprese e di complessità e animata da vignaioli che si caratterizzano per la dedizione alla fatica caparbia che contraddistingue i contadini liguri e a un’etica ostinata, che solo chi torna alla terra in una regione dedita al turismo di massa può avere.

Andrea Marcesini è un amico. Ci rivedremo ancora, berremo ancora i suoi vini. Staremo ancora insieme nelle feste comandate. Ci sentiremo ancora in famiglia. Ci faremo ancora delle confidenze, perché ci siamo riconosciuti e ci siamo fidati subito.

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