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La Felce e la coscienza agricola

Reportage //

La Felce e la coscienza agricola

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Quale strada devono percorrere oggi le aziende agricole per sapersi innovare e rinnovare? Abbiamo passato una giornata fianco a fianco ad Andrea Marcesini, contadino, prima che vignaiolo, di La Felce.

Dal casello di Sarzana, seguendo le indicazioni per Ortonovo e svoltando in uno dei vialetti delimitati da due o tre filari che recintano piccole villette colorate potreste, senza neanche accorgervene, oltrepassare i confini della Liguria e approdare in terra toscana. Appena prima di questa sottile linea del limite, dietro a un cancello nascosto dalle fronde degli ulivi, un cartello appeso al muro porta il nome di La Felce, l’azienda agricola di Andrea Marcesini.

ANDREA, UNA VIGNA PER RINASCERE E ALTRE DIECI PER VIVERE

La vita di un’azienda agricola è concitazione e concentrazione, non c’è tempo di distrarsi o di farsi domande inutili. Lo capisco quando varchiamo il cancello di La Felce e quasi nessuno s’accorge di noi. Di là dal vetro della porta della cantina si vedono Andrea, il figlio Francesco e i suoi ragazzi intenti a imbottigliare. Più in là un uomo canuto, che per somiglianza non può che essere il padre di Andrea, fa manovra con trattore e il rimorchio pieno di patate dietro. L’unico ad avvertire la nostra presenza è Arturo, cane da caccia in pensione, in disperata ricerca di qualcuno che gli strappi il pezzo di legno che tiene stretto tra i denti.

Reportage La Felce

Ricordo che Luca Gargano una volta mi disse I vini Triple A sono come i cani: assomigliano ai loro padroni”. Sorrisi dubbioso, pensavo scherzasse. Mi dovetti ricredere presto, soprattutto dopo aver conosciuto Andrea Marcesini. Ovviamente non si parla di aspetto fisico, ma caratteriale. Andrea è un tipo pratico e pragmatico, non veste maschere, ti si presenta per quello che è. Così i suoi vini dritti, essenziali, sinceri, senza fronzoli. Andrea è un fiume in piena di parole, un’anima irrequieta incapace di stare fermo, in uno spazio chiuso o di fare una sola cosa per volta. Andrea è un vignaiolo, o meglio, un contadino che respira nel contatto con la terra. Non chiedetemi come, ma si capisce al primo sguardo. Quanto alla somiglianza tra Andrea e Arturo nutro ancora qualche dubbio.

Beviamo un caffè al volo?” ci propone Andrea. Accettiamo volentieri, ci sediamo all’ombra del nocciolo di fronte casa dei genitori di Andrea, al piano superiore della cantina, e un caffè diventano due, diventano quattro o cinque sigarette, diventa la rassegna delle foto di Otto, il suo lagotto da tartufo, di cui va fierissimo e il racconto delle ricadute del lockdown sul suo mondo del vino per paura una parte di Monte dei Frati e di FelceBianco li ho messi in bag in box, ma non pensavo avrebbero avuto tanto successo. La quarantena ha praticamente scatenato l’alcolismo tra i privati” conclude in una risata.

Nonostante l’afa, ci infiliamo in macchina per fare un giro tra i vigneti “ne ho undici diversi nel raggio di dieci chilometri, cominciamo da quello più giovane. L’ho piantato due mesi fa”. Pochi minuti dopo stiamo entrando nel cancello della Fondazione Casa Cardinale Maffi a Castelnuovo Magra. “È una residenza psichiatrica, ci lavora mia sorella Silvia. Di solito sono realtà che tendono a nascondersi, invece qui c’è la volontà di ridare dignità e valore alle persone. Così è nato il progetto Una vigna per rinascere. L’idea è di fare insieme un unico vino che sia profondamente legato al territorio in modo che i ragazzi che stanno qui possano diventare veri custodi della tradizione.”

Andrea Marcesini La Felce

LA RICERCA NEL PASSATO DI UN'IDENTITÀ PER IL FUTURO

Pochi minuti dopo siamo già in direzione Monte dei Frati, il vigneto dove nasce il vino omonimo. Andrea si inginocchia per mostrarci la terra, perlopiù fatta di arenaria sedimentaria, ossia sabbia “è questa a dare sapidità al vino, anche perché il vermentino è un’uva praticamente priva di acidità”. Per quanto possa essere stupido, gli rivelo la mia innata avversione per il vitigno, ma come sempre ha la risposta pronta il vermentino in purezza oggi è quasi un brand, ma in realtà è nato negli anni ’90, da quando i monovarietali hanno un valore commerciale. Una volta, quando il vino era un’attività collaterale, vinificarlo da solo era un controsenso. Si vendemmiava quando si poteva, di domenica, dandosi una mano l’un l’altro con i vicini di casa. I vigneti misti avevano quindi un duplice vantaggio: mettersi in salvo da annate poco fortunate per una varietà particolare e poter raccogliere in un arco di tempo più largo, compensando eventuali maturazioni eccessive o non complete. Per questo, per il mio modo di vedere le cose e il vino, mi immedesimo di più con gli uvaggi come FelceBianco e In Origine.”

Questo legame col passato ha fatto sì che, nonostante fosse la produzione più redditizia, Andrea non prendesse solo la strada del vino, continuando ad intendere con consapevolezza l’azienda agricola come un organismo fondato sulla diversità di colture e attività. “Ti senti un vignaiolo o un contadino?” gli chiedo, cercando di capire più a fondo le motivazioni di una risposta che già mi immagino. “Vignaiolo è riduttivo” ribatte Andrea secco e senza esitazioni “Oltre alla vigna ho l’orto, gli ulivi, lo zafferano, le api, taglio l’erba agli altri… Oggi dire di fare il vignaiolo fa figo, ma ha creato dei mostri, è un termine che ha portato alla perdita d’identità di tante aziende agricole. È ovvio che le altre attività ti fanno guadagnare meno, ma sono capaci di salvarti. In annate disastrose come la 2011. Cos’avrei fatto se non avessi avuto l’olio, i fagioli e le zucche? Anche il lockdown non ha fatto altro che confermare la necessità di recuperare l’idea di azienda polifunzionale.” Andrea è ambasciatore di una coscienza agricola che dimostra che oggi più che mai la diversificazione è un valore e l’unico modo per rimanere al passo coi tempi.

Monte dei Frati

Passeggiando per il Monte dei Frati Andrea salta da un discorso all’altro racchiudendo in pochi minuti il racconto di come i business di zafferano e miele, talmente alti sono i volumi di produzione, si siano rispettivamente ribaltati sulla commercializzazione di bulbi e di sciami, delle sue lavorazioni conto terzi per aiutare piccoli agricoltori della zona, del suo ruolo da presidente del Consorzio di Tutela dei vini DOC Colli di Luni, Cinque Terre, Colline di Levanto e IGT Liguria di Levante. A questo punto lo interrompo Un presidente del Consorzio di Tutela dei vini DOC che sta fuori dalle DOC!?” “Il Consorzio rappresenta 64 aziende e il 55% del vino ligure. Me l’hanno chiesto e io ho accettato perché bisogna sempre essere disposti a mettersi in gioco. Il mio obiettivo era di far crescere il territorio, fare un iter che puntasse al massimo riconoscimento, ma il discorso che porto avanti sulla mia azienda è un altro conto. A me al momento interessa identificarmi solo con il territorio e penso che l’Indicazione Geografica Tipica sia più che sufficiente. Le DOC le ho abbandonate completamente due anni fa perché col tempo si cambia idea, è del tutto naturale e lo vedo sul mio gusto personale. I vini che mi piacevano dieci anni fa non sono più quelli che mi piacciono oggi.”

Seguo il suo esempio e salto di palo in frasca anche io. “Che paese è quello?” chiedo indicando un borgo sulle colline alle spalle del vigneto. “Dove andiamo a pranzo” mi risponde Andrea “Nicola di Ortonovo”. Rimango un po’ interdetto, poi capisco ed esclamo “Ah, il paese si chiama Nicola, pensavo il proprietario del ristorante!” “Beh, in realtà anche il proprietario si chiama Nicola” mi fredda Andrea “Andiamo?”

LA FELCE DI IERI, LA FELCE DI ANDREA, LA FELCE DI DOMANI

Nicola ci aspetta al ristorante Da Fiorella, istituzione del piccolo paese da cui si vede tutta la Val Magra fino al mare. Davanti a dei panigacci da urlo e a una bottiglia della concorrenza trovo il tempo di farmi raccontare da Andrea tutta la sua storia.

“Io sono nato il 22 ottobre del ’73, esattamente sopra la cantina e sono cresciuto tra gli ulivi e le viti dietro al cancello dove ci siamo incontrati questa mattina. Mia mamma Francesca e mio nonno Renato portavano avanti l’azienda agricola, mentre mio padre Franco lavorava in Fincantieri. Mi ricordo che da bambino mia madre andava nei campi alle quattro e mezza di mattina, mentre io e Silvia dormivamo nel furgone, poi ci portava al mare e il tardo pomeriggio si rimetteva a lavorare. Sono nato contadino, ho 47 anni e 47 vendemmie all’attivo.

Andrea MarcesiniAndrea studia agraria, finita la scuola vince una borsa di studio per andare all’Università, ma rinuncia e si mette a fare il falegname. “L’ho fatto per 7 anni, avevo bisogno di provare qualcosa che non conoscevo, io vivo di stimoli e di creatività, poi nel ’98 mio nonno mi ha lasciato i campi e ho fondato La Felce. Qua col fatto che siamo su terreni acidi e umidi cresce ovunque.

Quando ho preso in mano l’azienda mio nonno aveva già introdotto i sistemici, ma era una scelta comprensibile: avevano dato in mano a contadini che avevano vissuto nella povertà un acceleratore importante, era ovvio che li impiegassero. Il problema è che nessuno gli ha mai spiegato né cosa fossero, né come usarli.

Ho capito che questo approccio agricolo non era nelle mie corde e quello che non sento cucito addosso non riesco a proporlo. La svolta è cominciata nel 2001 grazie ad Andrea Kihlgren di Santa Caterina e alla prima volta che ho sentito parlare Luca Gargano a Terra Madre.”

Da lì al 2006, con il tempo di cui necessitava per un cambio tanto radicale, Andrea fa la svolta completa verso il naturale, rivoluzionando il lavoro in vigna e in cantina e trovando la nuova identità di La Felce. “Oggi ho fatto anche la certificazione biologica e faccio qualche pratica biodinamica, ma le etichette mi stanno strette, quindi non userò simboli in bottiglia. Mi sento a mio agio perché so di essere nel mio ambiente, il prossimo passo è preparare un terreno fertile per mio figlio Francesco. Ha 19 anni, mi piacerebbe che facesse un po’ di esperienza in giro per capire anche gli altri cosa fanno, poi voglio gradualmente uscire da La Felce, per permette a lui di entrare, entrambi pian piano in punta di piedi.

La Felce ora come ora è incentrata su di me, da quando mio nonno e mia madre mi hanno lasciato l’azienda io l’ho stravolta totalmente, così dovrà fare lui per trovare la sua strada, il suo vino e il suo linguaggio. Fare vino è un lavoro che ti permette di liberare gli istinti che hai dentro, di riprenderti la libertà di pensare, di cambiare e di evolvere ed è giusto che io assecondi i cambiamenti che vorrà fare mio figlio. Di certo lo aiuterò quando avrà bisogno, per il resto mi dedicherò alle mie altre vite, quella di fiume con la canna da pesca, quella di bosco a raccoglier funghi e tartufi con Otto, e quella al fianco di Daniela, la mia compagna, l’unica in grado di farmi tenere i piedi per terra.”

Prima di andare, torniamo al punto di partenza. Dopo il pranzo, l’azienda agricola ha ripreso vita con la stessa concitazione e concentrazione di prima. Arturo è ancora lì, con lo stesso pezzo di legno tra i denti a cercare di farselo strappare con la stessa fermezza e perseveranza. Ci rivedo la tenacia della storia e dei racconti di Andrea, e finalmente anche cane e padrone cominciano a somigliarsi.

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