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Guida pratica al Collio e al Brda

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Guida pratica al Collio e al Brda

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Da Gorizia a Nova Gorica, attraversando i suoli della Ponca per scoprire i segreti della terra delle vinificazioni macerate. Benvenuti nel Collio e nel Brda.

Incastonato tra le ondulate colline del confine italo-sloveno, il Collio, Brda in sloveno, è un tesoro vinicolo intriso di storia, cultura e passione. Una terra nei confronti della quale siamo debitori: ci ha donato un tesoro inestimabile. Il minimo che possiamo fare è celebrarlo a ogni sorso.

Foglie che cambiano, radici che restano: se dovessimo riassumere in poche parole la cultura del Collio useremmo certamente una metafora del genere. La potenza di quello che non si vede si espande in ogni direzione, qui. Lo percepisci quando ti guardi intorno e incroci lo sguardo delle persone che abitano il territorio nei due stati. Nel corso dei secoli, uomini venuti da lontano hanno tracciato le loro linee, le hanno superate, cancellate, spostate; hanno cambiato disegno più volte, senza curarsi di chi da un giorno all’altro passava dal sentirsi compatriota a straniero, e viceversa. Conquiste e sconfitte, questa terra le ha viste tutte. Forse è per questo che ci piace così tanto.

IL CONFINE È IL COLLIO

Facciamo un gioco: se vi chiedessi di segnare con precisione i confini del Collio, quanti di voi ci riuscirebbero? Io, lo ammetto, non ne sarei in grado. Ho dovuto aprire una mappa e fare un ripassino di storia contemporanea. Va detto, una regione vinicola che attraversa due stati non è roba che si vede tutti i giorni; perciò, come sempre accade, per capire la geografia bisogna studiare la storia.
Eccola, la vedete quella catena di colli che separa l’Italia dalla Slovenia?

Le prime vigne di quella lontana terra allora incontaminata vengono coltivate dagli antichi Romani, che riconoscono nelle fertili curve del Collio uno dei luoghi più vocati per la viticoltura. I pendii soleggiati e un sottosuolo unico nel suo genere favoriscono la produzione di vini pregiati già dai tempi antichi, destinati a deliziare palati di imperatori e patrizi. L'arte della vinificazione prospera sotto il dominio romano, gettando le basi per la rinomata tradizione vitivinicola che avrebbe caratterizzato la regione nei secoli a venire. È durante il Medioevo che il Collio comincia a tramutarsi in teatro di scontri e conflitti geopolitici, con le famiglie nobili locali che si disputano il controllo dei feudi. In mezzo a tutto quel rumore, gagliarde e inesorabili, le vigne situate alle pendici delle colline continuano a crescere, forti di una cultura monasteriale che permette alla viticoltura uno sviluppo costante.

Il secolo in cui le cose cambiano per sempre è il XX: se nel 1918 il Cuei – così chiamato nell’idioma friulano – appartiene alla monarchia asburgica, dal 1921 rientra ufficialmente nel Regno d'Italia. Durante gli anni del fascismo, gli abitanti si vedono imporre un cambio di nome dovuto alle regole del partito. Niente più idiomi: la loro terra si chiama Collio, in italiano. Il senso di appartenenza viene brutalmente scosso come racconta Lan Kristancic di Movia: “mia nonna ci raccontava che non si poteva andare in chiesa, né tantomeno parlare una parola di sloveno. Il vino era tutto ciò che ci rimaneva.” Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1947, parte della zona passa ufficialmente sotto il controllo della Jugoslavia di Tito. Da qui parte un periodo difficilissimo per la viticoltura. L’obiettivo diventa ampliare e sfruttare i vigneti il più possibile. Il rendimento supera così la qualità e a nessuno pare importare della tradizione vinicola di un tempo.

Mio nonno fu uno dei pochissimi viticoltori a non dare mai nemmeno un kilo d’uva alla cooperativa di Dobrovo, anche grazie alle uve sulla linea di confine,” spiega Lan. Quando chiedo a Saša Radikon della separazione tra Italia e Jugoslavia, mi racconta della sua famiglia. “Mia nonna e mio nonno abitavano vicinissimi, eppure una era in Italia e uno in Jugoslavia. In tre chilometri diventavi straniero, incredibile, no? Le nostre radici affondano in epoche molto lontane, abitiamo queste terre dal 1500 circa.Saša si guarda intorno. “Diciamo che di fatto sono piantate in entrambe le parti.” La separazione generò una distanza politica tra le due parti, ma in un senso più culturale contribuì a creare quella che oggi è l’identità della frontiera, anche e soprattutto attraverso la coltivazione della vite. Avevano provato a dividere, tagliando brutalmente a metà campi coltivati, vigneti, strade, persino un cimitero; però non c’erano riusciti. Il confine divenne così luogo d’incontro e transizione, vero e proprio “terzo spazio”.

Nel 1991 Nova Gorica e le terre di Jugoslavia diventarono slovene. A questo punto, la comunicazione tra le due parti divenne più aperta al dialogo, e anche la viticoltura ne trasse beneficio.

Se è vero che il vino azzera le distanze e annulla le differenze, va particolarmente celebrato nei luoghi in cui la minaccia del confine e della divisione si sono fatte più forti. D’altronde, si sa, è nella stretta morsa delle circostanze che fuoriesce il carattere. Davanti a un bicchiere di vino siamo insieme, gli uni di fronte agli altri, ma non solo: siamo uguali. Collio goriziano e Brda formano un unicum di bellezza, arte e natura; la terra di mezzo continua a sedurre i palati di tutto il mondo con i suoi vini distintivi e indimenticabili, rimanendo un patrimonio da gustare e da preservare per le generazioni di oggi e di domani.

Perciò, cambiamo verbo: la vedete quella catena di colli che unisce l’Italia alla Slovenia?

COLLIO E BRDA: DUE STATI, UN TERRITORIO

La geografia del Collio evidenzia già naturalmente la delicatezza di questa terra. La regione vinicola transfrontaliera si sviluppa intorno alla provincia di Gorizia in quella che, se la disegnassimo, assomiglierebbe a una mezzaluna con il fianco poggiato. Come tutte le zone di confine, non si estende ma sfiora: tra i fiumi Judrio a ovest e Isonzo a est, tra le Alpi Carniche, le Giulie e il mar Adriatico. Si tratta di circa 1500 ettari vitati totali: tocca 8 comuni della provincia di Gorizia e 16 frazioni nella parte slovena. Il territorio intero è accomunato da una sequenza di colline che si sviluppano senza interruzioni da est a ovest, dando forma a dolci pendii perfettamente esposti che godono di una luce solare ideale per la viticoltura. Il Collio è terra di confine ma anche di colline: i vigneti si trovano tutti entro i 270 metri sul livello del mare, e benché la pendenza dei versanti possa variare, l’esposizione è quasi sempre rivolta verso sud. Per quanto riguarda il vento, le Alpi Giulie incorniciano perfettamente l’intera zona e la proteggono dalle correnti fredde che arrivano da nord.

Seppur le condizioni esterne favoriscano una viticoltura di qualità, è ciò che non si vede, ancora una volta, a tracciare la linea che separa il buono dall’eccezionale. Stiamo parlando del suolo del Collio, il fiore all’occhiello della regione vinicola: suddiviso in quattro strati principali, formato da componenti marnose e arenarie alternate, il sottosuolo chiamato flysch o – dai friulani – Ponca deriva da una particolare tipologia di bacini sedimentari. Per la precisione, la Ponca si è formata a partire da un bacino meno profondo in cui ha ristagnato acqua torbida che ha permesso una stretta alternanza tra strati. Tradotto nella viticoltura cosa significa? In poche parole, lo strato duro di arenaria permette all’acqua di circolare; quando raggiunge lo strato morbido (marne), viene assorbita e trattenuta, come fosse una spugna. Si ha così una perfetta regolazione per la disponibilità idrica della pianta, e un effetto di mineralità pazzesco. “Tutto dipende dalla terra. Terra fredda e terra calda: noi le chiamiamo così.” mi spiega Lan. La terra calda è quella che a grandi linee si trova in cima alle colline, a base di flysch, ideale per vitigni come la ribolla gialla, mentre a valle si pianta il merlot, nella terra argillosa, quella fredda. Il tocai (friulano) vuole terra fredda, così come lo chardonnay: esposizione a nord e terra a base di argilla, ossia che trattiene di più l’acqua. Per il pinot grigio, uno dei vitigni migliori di Brda, si può scegliere in base al risultato che si vuole ottenere: “Il nostro Ambra viene dalle terre calde, per esempio, mentre l’etichetta nera è più delle terre fredde. D’altronde, questo è il divertimento, ed è pure la sfida: trovare la varietà giusta per ogni pezzo di vigneto. Cosa non facile, quando hai a che fare con un sottosuolo che cambia ogni pochi metri.” Il sistema della Ponca è poi molto fragile: ha un alto rischio di disgregazione e di erosione, per questo il viticoltore deve stare attentissimo nella preparazione del vigneto. Spesso si costruiscono veri e propri terrazzamenti onde evitare fenomeni pericolosi quali lo scalzamento delle barbatelle e delle viti.

Saša Radikon ci tiene a sottolineare anche l’importanza dell’altitudine: “qui è tutto collina, ma c’è differenza tra il basso e l’alto: i dislivelli ci danno modo di coltivare diversi vitigni a diverse altezze. La ribolla gialla, per esempio, la piantiamo nella parte alta delle colline, mentre nei terrazzamenti più a valle si trova l’habitat perfetto del tocai friulano, molto più incisivo nelle zone un po’ più fredde e ricche di argilla.”

In un luogo del genere il concetto di autoctono assume quindi il più profondo dei significati: non è solo un prodotto, ciò di cui parliamo, ma una vera e propria identità. La stratificazione del suolo restituisce uve dall'altissima qualità, sopratutto per le caratteristiche di sapidità e mineralità, date dalla bassa vigoria.Mio padre dice sempre che se pianti patate, qui, raccogli ciliegie,” scherza Lan. Il concetto però è chiaro: la densità dell’uva è collegata al sottosuolo. La ribolla nel Collio fa la differenza: si producono piccoli grappoli, super concentrati. L’esaltazione del terroir si traduce quindi in vini unici al mondo, espressione dei singoli vitigni che trovano nel Collio le migliori condizioni possibili.

DAI GRANDI VINI BIANCHI ALLE LUNGHE MACERAZIONI: LA CULTURA CHE TORNA ALLE SUE ORIGINI.

Le macerazioni dei vini bianchi sono ripartite da qui”: Saša Radikon ci spiega come dai grandi vini bianchi del Collio si è passati agli Orange Wine: “più che passati io direi ‘tornati’. Non è stato facilissimo: il Collio degli anni ’70, quello dei grandi vini bianchi freschi, fa fatica a capire le nostre lunghe macerazioni, le grandi annate.” Filosofia, questa, che spesso viene naturale accostare al mondo delle vinificazioni artigianali. “I grandi proprietari terrieri vorrebbero tornare al Collio di un tempo e per questo faticano ad accettare le lunghe macerazioni: ma questo tentativo di tornare indietro, a volte, rischia di impedire di andare avanti.” Ed è proprio questo il bello dell’essere artigiani artisti: si va ognuno per la propria strada. Ecco dunque che, di fianco alle lunghe macerazioni di Radikon, la cantina Movia sceglie invece di dare meno spazio al contatto prolungato. “Il nostro stile è un po’ diverso. A parte il Lunar, senza solforosa e quindi con estrazione di tannino e macerazione lunga, tutti gli altri macerano massimo due settimane. Per noi quello che conta è il vitigno. Hai presente quella sensazione di un vino largo in bocca? Ecco, quello è il territorio che ti parla.” Per il futuro Lan non ha dubbi: le varietà resistenti, quelle più capaci di adattarsi ai cambiamenti climatici e di trasmettere il territorio saranno la ribolla, il merlot, la malvasia istriana e il friulano. “Vitigni dall’ampia parete fogliare che sottoponiamo a una fertilizzazione molto organica – non soltanto minerale, ma a base di letame – riescono a mantenere al meglio il Ph e, per un domani, saranno i più adatti all’adattamento necessario per i cambiamenti climatici”. Gli chiedo se siano tanti i produttori artigianali del Collio ad approcciarsi all’ambiente in una visione così circolare e aperta. Lui dice di sì: soprattutto i giovani. Fanno delle prove, iniziano a dedicare piccoli appezzamenti di terreno agli esperimenti in biodinamica.

Nella parte italiana del Collio Saša mi assicura che sta accadendo la stessa cosa, ma bisogna fare attenzione a non generalizzare: “Negli ultimi anni sta diventando più che altro una moda, o meglio: una strada talvolta più commerciale che ideologica. Siamo parecchi a crederci, mio padre ne ha aiutati tanti a fare il passaggio, ma bisogna distinguere tra chi lo fa per passione atavica da chi ne auspica un semplice tornaconto economico. In generale però, tanti giovani si stanno approcciando al metodo biologico e al mondo dei vini naturali. Il passo avanti c’è ed è ben visibile.” Il territorio dunque, è giunto al suo massimo splendore? “No, può ancora crescere: la moda ha senso se c’è gente che ci crede veramente. Il Collio ha un valore inestimabile che necessita di essere riconosciuto per quello che è, nella sua visione più naturale e nell’apertura al mondo delle macerazioni.” Mondo, questo, che fino a una quindicina di anni fa era molto più difficile da abitare: “Sta tutto nell’apertura mentale al diverso, al nuovo. Io dico sempre che anche il palato necessita di affinamento: per questo ho creato la linea S, per tutte le persone che si volevano avvicinare ai macerati senza passare di colpo a quelle intensità pazzesche. La mia idea era appunto questa: fai avvicinare le persone agli Orange Wine, ma passo dopo passo, che anche sperimentare è un allenamento.”

4 GIORNI NEL COLLIO: L’ITINERARIO CONSIGLIATO

Arrivati a questo punto, non vi resta che saltare in macchina e dedicare quattro giorni alla scoperta delle colline che uniscono e delle linee che sfiorano. Cultura, architettura, cucina: questo posto ha tutto. Scopriamolo insieme.

Giorno 1: Da Gorizia a Nova Gorica le due capitali del Collio. Cominciamo da Gorizia, la porta orientale dell’Italia, gemma incastonata tra le dolci colline del Collio. La storia travagliata di questo splendido luogo di frontiera si è tradotta, negli anni, in un’identità unica nel suo genere. Una giornata immersiva tra le strette vie del suo centro storico, alla scoperta delle piazze dominate dalle chiese barocche e lasciandosi condurre dai profumi di una cucina ricca di influssi slavi e germanici è il modo migliore per dar via a un itinerario nel Collio. Andate a mangiare da Rosenbar, locale storico con cucina prevalentemente di pesce di laguna e una carta vini ricca di vini territoriali. Nel pomeriggio spostatevi nella controparte slovena della città: Nova Gorica, la città delle rose e la più giovane della Slovenia.

Giorno 2: Radikon e Gravner due giganti della macerazione. Iniziate la giornata con una gita al Parco Piuma Isonzo, un sentiero compreso tra il Monte Calvario e il fiume Isonzo ideale per un trekking immersi nella natura. Per pranzo, fate una sosta da Lokanda Devetak, un ristorante tradizionale emblema della cucina goriziana. Dopo pranzo, saltate in macchina in direzione Oslavia. Vi aspettano le visite a due cantine meravigliose: quella di Radikon con i suoi 12 ettari dislocati sui vari pendii, e, a pochi passi, quella di Josko Gravner, fonte d’ispirazione di un’intera generazione di produttori. Nel santuario enologico del Collio scoprirete la patria del vino in anfora e un altro maestro delle lunghe macerazioni.

Giorno 3: A casa Kristiancic nella cantina Movia. Oggi è il momento di scoprire la terra dell’uva e delle ciliegie: cominciate la giornata passando da San Floriano del Collio, uno dei borghi più suggestivi delle terre di frontiera. Per pranzo vi aspettano a Dobrovo, per una visita imperdibile alla Cantina di Movia. Dopo la degustazione, esplorate il pittoresco borgo di Dobrovo e lasciatevi incantare dalla sua architettura medievale e dalla bellezza naturale circostante. Per cena, seguite il consiglio di Lan Kristiancic e prenotate un tavolo a La Subida Country Resort (Trattoria Al Cacciatore), a Cormons. Ristorante dove tradizione e interpretazione si incontrano a metà strada creando un tripudio di meraviglia a ogni boccone. In alternativa, vi consigliamo una sosta all’Osteria Klinec, dove vino naturale e cucina territoriale incontrano il gusto casereccio del Collio Sloveno.

Giorno 4: A passi lenti tra i filari.  Un’esperienza da provare è il sentiero delle Vigne Alte, che collega il Castello di Spessa a Capriva del Friuli con la tenuta de La Subida. Che ci siate andati a cena o no, regalatevi questa passeggiata indimenticabile immersi nell’orografia del Collio. Se siete invece amanti di sentieri più complessi, il Monte Quarin fa al caso vostro. Per concludere il vostro viaggio nel migliore dei modi possibili, allungatevi a Grado, sul mare, e recatevi da Lisa al Ristorante Agli Artisti: tantissimi vini Triple “A” per un ristorante di pesce che vi emozionerà a ogni portata.

È tempo di tornare, ma tanto lo sappiamo: siete già pronti ad attraversare altre linee non appena l’occasione lo concederà. D’altronde, le strade del vino sono infinite. Prima di chiudere la nostra chiamata, chiedo a Saša Radikon qual è il segreto per tenere viva una passione come questa. Dice: “ogni anno impariamo un anno in più”. È davvero così semplice? Ovvio che no. È tutto difficilissimo, quando si parla di grandi amori. Ma sono le intenzioni, il punto: il resto vien da sé. E se il cuore è il motore, allora sì, mi dico, è davvero così semplice.