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L’elogio dell’attesa: Il Trebbiano di Emidio Pepe

Editoriale //

L’elogio dell’attesa: Il Trebbiano di Emidio Pepe

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Il Trebbiano di Emidio Pepe: segreti di cantina e longevità di un bianco abruzzese iconico che sfida il tempo.

Il Trebbiano d’Abruzzo di Emidio Pepe è il fratello minore del celebre Montepulciano solo per un’anagrafe distratta, quella di chi si ferma alle superfici del mercato o rincorre unicamente l’eco dei grandi rossi da collezione. Eppure, per chiunque decida di spingersi oltre i cliché e risalire le colline di Torano Nuovo, questo bianco si rivela come l’altra metà del cielo di Pepe: un vino monumentale che non cerca scorciatoie. Se il montepulciano sconta una giovinezza ostica e serrata, dominata da una materia imponente, il trebbiano imbocca una strada diversa: parte più verde, con cenni di oliva e una freschezza affilata, per poi guadagnare, anno dopo anno, una finezza e un’eleganza sussurrata che non si dimenticano più. Per comprendere questo bianco d'altri tempi, bisogna spogliarsi della fretta contemporanea. Oggi, a raccogliere questa eredità e a fare materialmente il vino, c’è la terza generazione rappresentata da Chiara De Iulis. Sotto il suo sguardo, il Trebbiano non è solo un vino da bere, ma un racconto liquido fatto di tradizioni familiari nel silenzio della cantina.

Tutto comincia in vigna, tra i vecchi filari allevati a pergola abruzzese. Se per il montepulciano nonno Emidio calcolava la maturazione contando i giorni precisi dalla fioritura, per il trebbiano la sfida è diversa, quasi geometrica. Nelle annate calde, Chiara e la sua famiglia scelgono di raccogliere in anticipo. Non è una fretta commerciale, ma una necessità artigianale: l'obiettivo è preservare un'acidità vibrante e mantenere un pH molto basso. Lavorando in totale purezza, senza alcuna filtrazione e senza aggiunta di anidride solforosa, è proprio quel pH basso a diventare il guardiano naturale del vino, stabilizzandolo senza bisogno di trucchi enologici o chimica di sintesi.

In cantina, la tecnologia cede il passo all'uomo. I grappoli vengono versati in grandi vasche di legno e pigiati esclusivamente con i piedi. Questo metodo non è folklore, ma una tecnica di precisione chirurgica. La pressione soffice della pianta del piede estrae solo la frazione più stabile e nobile del mosto fiore, accarezzando le bucce per circa quaranta minuti senza mai spaccare i vinaccioli o spremere i raspi. Il liquido ottenuto scivola poi per gravità nei tini di cemento vetrificato, dove i lieviti indigeni danno il via a una fermentazione spontanea e nuda.

La malolattica in bottiglia: L'intuizione di Emidio

Ma c'è un segreto profondo nel Trebbiano di Pepe destinato al lungo invecchiamento, un dettaglio che Chiara racconta con l'orgoglio di chi custodisce un cimelio di famiglia. Nei vini rossi, la longevità è garantita dai tannini e dalla componente polifenolica. Ma come si fa a far invecchiare un trebbiano, che non ha i potenti tannini del Montepulciano, per trenta o quarant'anni con livelli di solforosa quasi inesistenti?

La risposta è un'intuizione geniale di Emidio Pepe: sostituire i potenti tannini del montepulciano con l'anidride carbonica naturale. Nelle annate più fresche, quando i pH bassi rallentano la vita della cantina, Chiara isola le vasche delle vigne più vecchie e imbottiglia il trebbiano precocemente, all'inizio di marzo, prima dell'arrivo della primavera. Quando le temperature della stagione mite iniziano a risalire, i batteri lattici si risvegliano spontaneamente nel vetro: la fermentazione malolattica avviene così direttamente in bottiglia. L'anidride carbonica che si genera resta intrappolata nel liquido, trasformandosi in uno scudo protettivo naturale e immortale. È un processo vivo, non programmabile a tavolino, che dona al vino quel leggero, quasi impercettibile residuo carbonico, ciò che i francesi chiamano pétillant, che è la vera linfa della sua longevità.

Il tempo, il miglior alleato di un grande vino

Questa totale assenza di manipolazioni si riflette anche nel modo in cui il vino riposa. Nella penombra di Torano Nuovo, mentre le bottiglie di Montepulciano affinano distese in orizzontale, le bottiglie di Trebbiano restano rigorosamente in verticale. Poiché il vino non viene mai filtrato né decantato prima della messa in vetro, un leggero e nobile deposito naturale si adagia lentamente sul fondo. Conservarlo e custodirlo in verticale è il segreto per preservarne la limpidezza fino al momento del servizio, avendo cura di versarlo con delicatezza senza scuotere la bottiglia.

Versare il Trebbiano di Pepe nel calice, specialmente una selezione "Vecchie Vigne" che ha riposato cinque o sette anni prima di uscire dalla cantina, è un’esperienza che richiede rispetto. Giovane o maturo che sia, un piccolo accorgimento è quello che non serve decantarlo per ore ma basta stapparlo una mezz'ora prima. Quella lieve e protettiva traccia di carbonica svanisce in pochi giri di calice, lasciando spazio a una narrazione olfattiva ed emotiva travolgente.

Il colore è un oro antico, denso e vibrante. Al naso, l'iniziale austerità citrina e minerale si evolve in un bouquet aristocratico di nespola, miele, erbe spontanee e accenni di idrocarburo. In bocca, la freschezza che proteggeva il vino si è trasformata in una spina dorsale elegantissima, capace di sorreggere una materia quasi masticabile, sapida, che si congeda con un finale infinito di mandorla amara.

Il Trebbiano d’Abruzzo di Emidio Pepe non è un comprimario del Montepulciano. È la dimostrazione che fare vino non è soltanto un manifesto teorico, ma la pratica quotidiana di un sapere contadino acquisito nel tempo. Chiara De Iulis proietta nel futuro questa sapienza antica: l'accettazione dell'annata, il rifiuto dei trucchi enologici e la certezza che, quando la terra lavora in purezza, il tempo non è un nemico che logora, ma l'alleato più grande che trasforma un vitigno semplice in un mito senza fine.

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