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A proposito di vini unicorno: Il Montepulciano d'Abruzzo di Emidio Pepe

Editoriale //

A proposito di vini unicorno: Il Montepulciano d'Abruzzo di Emidio Pepe

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Appunti sul Montepulciano d'Abruzzo 2002 di Emidio Pepe. Storia di un vino che ha acceso i riflettori su un vitigno bistrattato portandolo alla ribalta nei migliori ristoranti del mondo.

Era scuro, cupo, ricordava la china. Un cavallo bizzoso che non conosce la sella. Era selvatico e vivo, dall’acidità elettrica, asciutto e di poche parole. Il tannino seccava le gengive e abbracciava un morso di piccione. - Montepulciano d’Abruzzo, 2002

Ci sono alcuni vini che vuoi per disponibilità, per prezzo o per quantità prodotta non è facile bere. Intorno a queste bottiglie si creano leggende, si leggono appunti di degustazione presi da qualcuno che non si conosce. Si sogna il giorno in cui le verseremo nel calice. La frenesia che si percepisce intorno al momento dell’apertura di queste bottiglie è palpabile: i telefoni escono dalle tasche per fotografare le etichette, i flash immortalano le silhouette di queste bottiglie come star sul red carpet. Una folla di calici si tende per ottenere qualche centilitro del prezioso liquido. Sono i cosiddetti vini unicorno.

Ma, personalmente, la fortuna più grande, se si può tralasciare il fatto che Sofia Pepe è stata così generosa da condividere questa bottiglia con noi, credo che sia quella di poter bere queste bottiglie seduti a tavola e non davanti a una tovaglietta bianca e un quaderno di appunti. Godendo del vino come compagno e strumento di convivialità e non come oggetto da dissezionare sotto i sensi. La fortuna più grande non è trovare e stappare certe bottiglie ma il piacere di poter godere di una cena eccellente come quella che ci è stata proposta all’Osteria dei Maltagliati seduti chiacchierando con Sofia e la sua famiglia.

Tornando a parlare di unicorni, va detto che questi vini sono molto di più che un’isteria di massa, sono a tutti gli effetti dei campioni di categoria, pure espressioni di un territorio ed un vitigno e firma del lavoro di un vignaiolo.

Ciò che accomuna molti di questi unicorni? Il genio.

Perché ci vuole del genio, o quella che alcuni etichetterebbero come follia, per prendere un vitigno considerato universalmente “buono” solo per produrre vino da taglio da vendere sfuso, vinificarlo in purezza e iniziare a stoccarne grandi quantitativi nella cantina sotto casa.

Perché la logica, se non ci avesse già fermato all’idea di vinificare in purezza il montepulciano d’Abruzzo, ci sussurrerebbe in un orecchio che non è saggio immobilizzare così tante bottiglie in cantina, che non solo richiedono molto spazio ma immobilizzano anche troppo capitale.

Perché la logica del mercato non segue il fascino dei sogni ma guarda ai libri contabili.

Emidio Pepe, fortunatamente bisogna dirlo, non aveva un briciolo di logica in corpo quando nel 1964 ha iniziato ad accatastare il suo Montepulciano in cantina. In paese, a Torano Nuovo, lo prendevano per impazzito, ma lui imperterrito accatastava le sue bottiglie.

Intervistato anni dopo, alla domanda se lo sapeva già di fare uno dei migliori rossi al mondo, rispondeva “Sì, io sono partito proprio con questa idea”.

Da questa risposta è impossibile non rendersi conto che c’è del genio, o della follia sempre secondo i punti di vista. Se tutto ciò non vi ha ancora convinti sul genio di quest’uomo, basterà pensare che Emidio per il suo vitigno da taglio ha creato tutto un iter nella vinificazione e nell’affinamento basati soltanto sulle sue convinzioni o su come avrebbe dovuto essere quel vino secondo lui.

Il risultato?

Emidio aveva ragione da vendere e sessant’anni dopo non possiamo che ringraziarlo per avere uno dei più importanti e vasti storici di bottiglie al mondo.

Una ricetta essenziale per l’eccellenza: cemento e decantazione

La cantina è disseminata di oggetti pensati e scelti da Emidio per supportarlo nelle vinificazioni e ancora oggi utilizzati: dal graticcio con maglie adatte a fare passare attraverso di esse un solo acino alla volta senza romperlo, un’altra delle sue intuizioni, fino alle stesse vasche di cemento con cui ha iniziato a vinificare nel 1964.

L’elemento principale con cui si interfacciano i vini in cantina è il cemento. Ospitale ma neutro, capace di proteggere dagli sbalzi termici e accompagnare lentamente il vino in questo lungo viaggio senza alterarne in nessun modo il gusto e l’essenza.
Il vino per due anni riposa all’interno dei contenitori di cemento prima di cambiare nuovamente casa e spostarsi in bottiglia, dove starà per molto tempo. Dopo innumerevoli anni, passati in cantina al buio, le bottiglie di Montepulciano d’Abruzzo sdraiate orizzontalmente si rilassano, lasciando precipitare sul fondo il deposito.

All’interno della cantina di invecchiamento circa la metà della produzione annuale trova il suo posto. In questo vero e proprio caveau di vecchie annate le bottiglie, accatastate in lunghe file, sono riconoscibili soltanto da un cartello che in maniera asciutta ed elegante dichiara nero su bianco l’annata. Le bottiglie escono a poco a poco, le vecchie annate escono in micro-release ogni anno, le annate più giovani solamente quando saranno ritenute idonee dalla famiglia Pepe.

Dietro ogni grande uomo si nasconde una famiglia di grandi donne

Se il mondo dei campi, delle vigne e della cantina sono stati l’habitat di Emidio, sua moglie Rosa ha avuto un compito altrettanto importante: la decantazione delle bottiglie.

Attraverso la decantazione, effettuata a mano, ogni bottiglia veniva e viene tuttora stappata e, facendo attenzione a non smuovere il fondo, viene versata all’interno di una bottiglia pulita. Viene colmata la parte mancante con una seconda bottiglia e sostituito il tappo con uno che porta marchiato l’anno della decantazione. Un lavoro di precisione, artigianalità e grandissima attenzione per poter presentare al cliente una bottiglia contenente un vino integro, perché non spogliato dalle filtrazioni, ma altresì senza depositi.

Nel corso degli anni sono cambiate tante cose, in cantina a vinificare è entrata prima la figlia Sofia, che ora continua al posto di Rosa il meticoloso lavoro di decantazione, e poi la nipote Chiara. Gli anni di affinamento delle bottiglie in cantina sono diventati venti, ma ciò che non è mai cambiato è la stessa idea che Emidio ha trasmesso in famiglia: l’invecchiamento come fulcro per ammansire l’animo forte del montepulciano d’Abruzzo e al contempo preservane il nerbo e la frivola giovinezza.

Ma tra tutte le intuizioni più geniali e controcorrente che ha avuto Emidio c’è stata infatti quella di lasciare spazio alle nuove generazioni.
Non si è lasciato sopraffare dall’errore che molti padri fanno ma con coraggio ha lasciato alle figlie il timone, facendosi da parte. Il coraggio di chi ha costruito tutto dal niente ma decide di fidarsi del cambiamento, insegnando allo stesso tempo alle figlie una grande lezione: allontanarsi dall’ego per nutrire un progetto.
Così Sofia, con l’eleganza che la contraddistingue, a partire dal 2000 ha gestito per oltre vent’anni le vinificazioni della cantina con umiltà, mai parlando di sé ma lasciando parlare i suoi vini, quelli che hanno stregato il mondo intero. Ha conosciuto, abbracciato e portato in azienda la filosofia biodinamica, poi con lo stesso garbo del padre ha lasciato lo scettro a Chiara, sua nipote. Chiara è vulcanica, curiosa e decisa, e ci ha regalato la sua prima annata nel 2020 dandoci il lusso di poter vedere un’altra generazione vinificare le uve della famiglia Pepe.

Era il 1964 quando Emidio Pepe, senza un briciolo di logica, ha iniziato ad accatastare vino nella sua cantina. Per fortuna, perché la logica pondera rischi e benefici, è circospetta e timorosa, e non conosce il genio dell’arte.

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