
In principio era il brodo. Ogni banchetto degli anni Sessanta iniziava con un consommé, per cui tutte le coppie, miei genitori inclusi, inserivano delle apposite tazze a due manici nelle liste nozze. I contadini italiani, inoltre, hanno sempre mangiato, per la maggior parte, zuppe e minestre, di verdura. Chi stava appena meglio aggiungeva al brodo un pezzo di carne o anche soltanto un osso o un tocchetto di cartilagine. Ma la sostanza non cambia, il piatto principale del pasto era sempre da mangiarsi al cucchiaio.
Poi è arrivato il benessere e abbiamo dovuto dimostrarlo in maniera smaccata: antipasti calorici, primi dalle porzioni generose rigonfi di uova e di parmigiano (già volgare sigillo della ricchezza nel XVIII secolo) carni in due o tre portate del pasto. E le minestre sono scomparse dai menu e dalle tavole.
Per fortuna, nei Paesi che hanno conosciuto più tardi l’emancipazione dalla fame, la tradizione è ancora troppo recente per essere stata completamente sostituirla dal cibo dozzinale o globale. In Slovenia, ad esempio, non c’è pasto di riguardo che non comprenda un bel brodo arricchito di carne.
Questa ricetta di famiglia racchiude il meglio delle colline al di là del confine orientale dell’Italia e profuma di un passato di privazioni e di un presente di orgoglio e di promettente prospettiva gastronomica.

1. Soffriggete della pancetta tagliata finemente nel grasso di maiale (razza Mangalica, semibrada, che sviluppa un pannicolo adiposo di 20 cm);
2. Aggiungete una cipolla tritata finemente e fatela soffriggere fino a quando non diventa dorata;
3. Aggiungete abbondante cavolo latto-fermetato ben sgocciolato e tagliato finemente;
4. Aggiungete carote, aglio, porro e sedano rapa tagliati finemente;
5. Insaporite con maggiorana fresca;
6. Bagnate con del brodo ottenuto da un bel pezzo di carne di bovino, di una mucca che abbia pascolato libera gustando l’erba dei prati, e con del vino bianco;
7. Cuocete a fuoco moderato per un'ora;
8. Aggiungete una salsiccia o delle costine di maiale prima bollite in acqua e poi passate in forno (meglio ancora nel fono a legna) finché non diventino ben rosolate all’esterno.
Si tratta di un piatto antico, corroborante, caldo e nutriente. Era un piatto unico, da gustare a ogni ora, e spesso servito senza alcuna bevanda di supporto. Oggi l’acidità gentile va a nozze con un vino rosso di corpo, con tannini ammorbiditi dall’evoluzione in bottiglia, pochissimi solfiti e un’eleganza del sorso, che si può moltiplicare aggiungendone un cucchiaio alla zuppa che avete nel piatto, come usavano fare i contadini, un po’ in tutta Europa, per dare un po’ di forza alle minestre quotidiane. Come il Kelt di Keltis.