
Al risveglio, a Primosten, tira aria di vacanza. È passata più di un’ora dall’orario dell’appuntamento, ma Niko non si è ancora fatto sentire. Dal canto nostro non ci siamo affannati per metterci in contatto con lui. La temperatura è ideale e il mare, nonostante ci troviamo al porto turistico, è limpido e trasparente, come succede solo nei tratti di scogliera più nascosti della riviera ligure. Abbiamo ancora i piedi in acqua, quando il telefono squilla. È Niko: è riuscito a riparare l’auto e ci aspetta a breve davanti casa sua. Poco male, l’appartamento di Niko e Kreso dista da noi una manciata di metri. Il tempo di asciugarsi, cinque passi sui sassi, quattro sull’asfalto e siamo già lì.

“Avete già fatto colazione?” chiede Niko. Prima ancora di poter rispondere aggiunge: “In ogni caso ne facciamo una in cantina, che viene a trovarmi un amico dal Brasile”. Pochi minuti di sterrato e siamo di nuovo di fronte alle porte dalla cantina, da cui si spiega un paesaggio che lascia incantati: Primosten appare come un’isola di case bianche, immersa in un mare calmo e azzurrissimo e collegata al “continente” solo da una sottile lingua di terra. Davor, ancora una volta, è seduto su uno sgabello sotto alla tettoia della cantina. La squadra è già al lavoro sotto al suo sguardo vigile. Poi, non appena ci vede, la fronte corrucciata si distende e l’espressione si scoglie in un sorriso. È proprio Davor a farci accomodare e a imbandire la tavola mentre, presa un po’ di confidenza, proviamo a scambiare le prime parole cercando punti di contatto tra il croato e l’italiano. Così fanno il loro ingresso, oltre a un tagliere con prosciutti e formaggi di produttori locali, gli altri prodotti agricoli che hanno preso vita in questi primi anni di Vinas Mora: marmellate, olio, olive e – sventura ha voluto – anche l’aceto.

Nel frattempo ci ha raggiunto l’amico di Niko in compagnia della moglie e dei due figli di due e quattro anni. Sono in viaggio in barca a vela da quattro mesi. Niko si precipita in cantina e torna poco dopo con una brocca. Dentro c’è un Plavac Mali rosato che di rosa ha ben poco, mettendo in mostra tutta la capacità tintoria del vitigno. Brindiamo e ci perdiamo in chiacchiere con gli amici di Niko, scambiandoci reciprocamente nomi di produttori italiani da visitare sulla costa adriatica e quelli dei produttori più virtuosi di cachaca in Minas Gerais.
Poco dopo Cristian ci raggiunge per informarci di aver acceso il fuoco per la griglia. Se vogliamo assaggiare le annate in corso, il momento è questo. Niko torna a vestire le panni del “produttore in visita” e, armatosi di alzavino, ci chiede di vuotare il calice e di seguirlo in cantina.

Il percorso inizia dall’Andreis 2023, frutto dell’assemblaggio del Plavac Mali bevuto in precedenza e di babic in macerazione carbonica, che rende il colore del vino ancora più intenso esaltandone i profumi di frutta. Poi cominciano i confronti tra gli stessi vini affinati nei diversi contenitori. Così se il Kaamen 2023 in vetroresina è ancora restio a mostrarsi nella sua pienezza, alternando tratti sanguigni ad altri più ematici, quello in legno si rivela più pronto e disteso, nonostante l’acidità più elevata che, come ci spiega Niko, è dovuta all’età più giovane delle piante. A fare da fil rouge è una sapidità quasi marina, tratto distintivo del babic coltivato su questi territori.
Le botti sono tante e il tempo stringe. Niko decide che è tempo di passare al Kaamen III, che mettiamo a confronto in quattro diverse “combinazioni di contenitori”. Così andiamo dal babic affinato tonneau - lungo, salato, minerale e fortemente speziato - a quello affinato in barrique -erbaceo e speziato-, passando per altri due da “affinamento misto” tra legno e vetroresina, più freschi, ma sempre carnosi e concentrati, che affiancano alla spezia lati balsamici di liquirizia. “La cosa bella” dice Niko “è che nel blend le complessità non si annullano, ma si sommano”.






Sull’ultimo goccio di vino, torna a farsi sentire la voce di Cristian. Questa volta è pronto da mangiare. Niko ci chiede cosa vogliamo a bere e, all’unanimità, scegliamo il rosato di Plavac Mali, per scendere a patti con la temperatura esterna.
Dopo pranzo, Niko saluta gli amici brasiliani dandogli appuntamento alla sera successiva, noi invece ci concediamo giusto il tempo di un caffè ed è già ora di rimettersi in macchina. Si torna nell’entroterra, a Sjroke, nel vigneto di Boré, un fornitore approdato nel progetto di Vinas Mora durante la vendemmia 2022. “La vigna è stata piantata da mio padre” ci racconta Boré “e io mi limito a portare avanti il vigneto, sostituendo eventuali fallanze, anche se non succede spesso. Considerate che la pianta più giovane ha 23 anni”. La natura morfologica del terreno, in quest’area, fa sì che l’unità di misura adottata per valutare l’estensione dei vigneti non sia l’ettaro, ma il numero di piante. Trecento in questo caso, ognuna delle quali in grado di fornire al massimo un chilo d’uva. Niko interviene nel racconto per dare un contesto più ampio alla storia che lega Boré a Vinas Mora: “Qui parliamo di vera e propria garden viticolture. Lui è un soldato in pensione ed è tornato qui dove è nato per prendersi cura del vigneto e dell’oliveto che gli ha lasciato suo padre. Ci siamo incontrati perché faticava a vendere il vino, di cui conserva ancora delle botti del 2020 e del 2021 in casa. Al contrario, l’olio in questa zona è ancora una coltura redditizia, nonostante le rese siano risicate tanto quanto quelle della vite. Così da 450 ulivi, si riescono a produrre all’incirca 300 litri d’olio”.




Poco distante si trova anche il vigneto di Davor, dove forse il concetto di “vigneto giardino” si esprime ancora meglio. All’interno di un clos più grande trovano spazio le viti, tutte a piede franco, sparse qua e là a mo’ di piccoli cespugli, intramezzate da olivi e dalle poche erbe selvatiche capaci di sopravvivere al clima. Niko, nonostante le infradito, si muove agile sulle pietre irregolari che coprono il terreno, spiegandoci come il babic, dotato di un acino più grande e di una buccia sottile, riesca a restituire un tannino molto meno intenso rispetto a quello di uve come il Plavac Mali, che costituisce la stragrande maggioranza delle uve a bacca rossa del vigneto croato. Davor ci saluta e ci dà appuntamento a dopo. Prima della serata che hanno pensato per noi, Niko ha un’ultima vigna da mostrarci, tanto diversa da tutte le altre da rendere necessaria la nascita di una nuova etichetta.




Dall’entroterra ci muoviamo nuovamente verso la costa, scendendo dall’altro versante della collina. Poco dopo ci ritroviamo in un’altra piccola cittadina, costituita essenzialmente dal porto turistico e poco altro. Qui Niko ci mostra una delle vigne più affascinanti mai viste prima. Circondata da un clos di media altezza si spiega un vigneto letteralmente a un passo dal mare. Tanto che viene da chiedersi come le viti più adiacenti all’acqua possano anche solo sopravvivere. Il vento forte soffia tra le fronde delle piante, lasciando dietro di sé un fruscio di sottofondo ininterrotto. Niko, nel mostrarci il vigneto, non nasconde un filo di giustificata vanità: “Rispetto all’entroterra, l’uva matura fino a quattro settimane prima. E se in altitudine non c’è bisogno quasi di nessun trattamento, qui diventa necessario fronteggiare l’umidità. L’uva che raccogliamo è spettacolare e le rese, se possibile, sono ancora più basse. Così è nato il Kaamen IV, che sarà un assemblaggio del babic della vigna sul mare e di quello del Kaamen III, proveniente dagli appezzamenti migliori sulla roccia”.

Mentre il sole comincia la sua discesa, ripassiamo con Niko dalla cantina per prendere qualche bottiglia della 2020, la loro prima vendemmia. Poi in auto, ci mettiamo in moto verso nord, in direzione Plano, una piccola cittadina dell’entroterra all’altezza dell’aeroporto di Spalato. Ci inerpichiamo su per una collina per una decina di minuti buoni, finché ci ritroviamo in cima, circondati dai vigneti, giusto in tempo per vedere il sole calare dietro una delle alture della costa. Ad attenderci ci sono Lyubo e Myrna, due fratelli titolari dell’azienda agricola, e Ante, fidanzato di Myrna e tuttofare tra vigna e cantina. Ljubo comincia il loro racconto: “Da qualche anno abbiamo ripreso in mano l’azienda di famiglia, ma abbiamo presto capito che avevamo bisogno di fare un cambio di passo. Abbiamo cominciato a cercare dei consulenti e poi ci siamo imbattuti in Niko e Kreso. Abbiamo adorato i vini di Vinas Mora fin dal primo momento, per questo abbiamo deciso di affidarci a loro”. “L’anno prossimo pianteremo anche del bianco” gli fa eco Niko “secondo me questa è terra da Gravina!”. Scendiamo per il vigneto verso la casa, passando tra i filari di plavac mali, cabernet sauvignon, cabernet franc e tempranillo, le quattro varietà che oggi primeggiano in azienda.
Ante porta in tavola una tradizionale peka a base di carne di agnello, pollo e patate, Liubo apre una bottiglia del suo vino e Niko fa altrettanto. Le chiacchiere e i calici vengono pian piano avvolti dal buio. Niko mi guarda con fare interrogativo. So già dove vuole andare a parare. Il Kaamen 2020 è caldo, intenso, potente. “Grenache!” la tento. “Esattamente quello che stavo pensando” risponde Niko mettendosi a ridere.
Sul volo di ritorno, ripenso al Velier Live e alla mia prima esperienza del babic. Sono bastate poche ore in Croazia per ricredermi completamente. Babic e pinot noir hanno ben poco da condividere. E lo stesso vale per syrah e grenache. A volte però succede che assuma le sembianze dell’uno e dell’altro. È così, il babic sa essere vitigno da bosco e da riviera. O come Niko e Kreso hanno saputo cogliere, da roccia e da mare.