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A proposito di vini unicorno: Il Treinta y Dos di Bodega Chacra

Editoriale //

A proposito di vini unicorno: Il Treinta y Dos di Bodega Chacra

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Da una folgorazione alla cieca a New York ai vigneti ultranovantenni nel deserto della Patagonia: la storia rocambolesca di Bodega Chacra e del monumentale Treinta y Dos. L’ostinazione radicale di Piero Incisa della Rocchetta in un racconto tra vigne a piede franco, vento e l’impossibile che diventa realtà.

Tutto è iniziato a New York nel 2002. Piero Incisa della Rocchetta, cresciuto tra la Maremma e la Svizzera, respirando la storia del Sassicaia creato da suo nonno, si trovò ad assaggiare un pinot nero alla cieca. Non c’erano dubbi, il vitigno era quello. La zona? Borgogna senza ombra di dubbio. E, invece,la risposta fu una parola che evocava terre desolate ed estreme a 12.000 km di distanza dalla Francia: Patagonia.

Incuriosito, Piero decise di volare nella Valle del Río Negro. Si aspettava un paesaggio simile a quello della Borgogna o della Langa, quello che trovò invece fu un deserto arido, sferzato da venti implacabili e baciato da una luce accecante. Soprattutto, scoprì un piccolo vigneto di pinot nero piantato nel 1932. Le piante erano a piede franco, protette dall'isolamento geografico che aveva tenuto lontana la fillossera.
Per lui, invece, quel fazzoletto di terra dimenticato era un tesoro inestimabile. C'era solo da prendere in gestione il vigneto, Piero così incontra il proprietario, un italiano che tutti chiamano "il Pirri". Stava seduto sotto un fico e parlava esclusivamente in friulano, la sua prima risposta è un secco "non ti venderò mai nulla". Ma Piero in quel momento non ha soldi per comprare e riesce a strappare un affitto. Nel 2004 nasce così Bodega Chacra: un progetto guidato dal desiderio profondo di indipendenza e dalla scommessa per dimostrare che quel terroir remoto custodiva il potenziale per sedere accanto ai grandissimi pinot nero del mondo.

Il paradosso della Valle del Río Negro: acqua e vento nel deserto

Per comprendere la straordinarietà dei vini di Chacra, è necessario comprendere il paradosso geografico della Valle del Río Negro. Ci troviamo in un deserto a tutti gli effetti, dove cadono meno di venti centimetri di pioggia all'anno e l'aria è costantemente asciugata da venti che soffiano incessanti dall'Antartide. In questo scenario apparentemente ostile, la viticoltura sopravvive grazie a un’opera ingegneristica di inizio Novecento: un sistema di canali artificiali che devia le acque incontaminate del fiume Río Negro, alimentato dallo scioglimento dei ghiacciai delle Ande. L'escursione termica tra il giorno e la notte, che può superare i venti gradi, fissa i profumi e blocca la degradazione dell'acidità, mentre il vento ispessisce la buccia degli acini, regalando al pinot nero quella concentrazione polifenolica e quella grana tannica che lo rendono unico.

Il lavoro di Bodega Chacra si fonda su un approccio agricolo e di cantina radicale, dove il prestigio non si ostenta ma si ottiene per sottrazione. Sfruttando il clima secco della Valle del Río Negro, Piero ha implementato fin da subito una conduzione biologica e biodinamica rigorosa. Le vecchie vigne affondano le radici in suoli complessi di limo, sabbia e ciottoli fluviali, nutrite dall'acqua di scioglimento delle Ande.

In cantina l'intervento umano è ridotto al minimo. Le fermentazioni sono esclusivamente spontanee, affidate ai soli lieviti indigeni, e il vino si muove per gravità, senza subire chiarifiche o filtrazioni. Il legno non viene mai usato per aggiungere aromi: l'obiettivo è una trasparenza espressiva assoluta. Nel calice? Dimenticatevi la ruffianeria del legno dei vini del Nuovo Mondo e preparatevi a una tensione gessosa e una verticalità che fa tremare i polsi a parecchi Premier Cru di Borgogna. È questo rigore estremo che ha reso Chacra un nome di culto per gli appassionati più esigenti, capace di restituire nel bicchiere vini che molti accostano alla purezza dei grandi Borgogna, ma con un'anima profondamente patagonica.

Un pinot nero monumentale: il Treinta y Dos

Al vertice assoluto della produzione aziendale si colloca il Treinta y Dos, una bottiglia che, complice anche il premio nel 2020 come miglior vino da James Suckling, per rarità e profondità ha ormai assunto lo status di vero e proprio oggetto del desiderio tra i collezionisti internazionali. Questo vino monumentale prende il nome proprio dall'anno di impianto di quel singolo vigneto originario con cui inizia la storia di Piero e Bodega Chacra: il 1932. Parliamo di piante ultranovantenni che producono pochissimi grappoli, ma di una concentrazione e complessità strabilianti.

La vinificazione del "32" rispetta l’importanza di queste vecchie vigne: la fermentazione avviene spontaneamente in piccole vasche di cemento, mantenendo un'importante percentuale di grappoli interi. Successivamente, il vino affina per 19 mesi, diviso tra vasche di cemento e barrique di rovere francese usate. Il risultato è un pinot nero di un'eleganza commovente, aristocratico e sussurrato.
Se l'immediatezza della freschezza e la vibrazione giovanile dei vini di Bodega Chacra colpiscono sin dal primo assaggio, è il fattore tempo a sancire la definitiva statura di questo progetto nel panorama mondiale. La combinazione tra il piede franco delle vecchie vigne, i bassissimi livelli di pH naturali e una gestione del legno che non intacca mai la spina dorsale del vino, conferisce alle etichette di punta, in primis il Treinta y Dos, una capacità di evoluzione straordinaria.

Con gli anni, l'esuberanza del frutto si placa e si trasforma, lasciando spazio a un bouquet terziario complesso e nobile. Le vecchie annate di Chacra dimostrano che la Patagonia non solo produce vini capaci di sfidare il tempo, ma che sa farlo con una grazia e un sussurrato aplomb che hanno pochissimi rivali al mondo.

L'universo Chacra

Per dare vita ai bianchi della tenuta, lo sguardo si è rivolto inevitabilmente verso la Borgogna, ma attraverso una collaborazione che ridefinisce il concetto di consulenza enologica. Jean-Marc Roulot, leggendario vignaiolo di Meursault e maestro indiscusso della tensione e della mineralità nello Chardonnay, tramite amici comuni aveva espresso il desiderio di andare in Patagonia ad aiutare Piero con il bianco. Quest’ultimo un po’ per reverenziale timore un po’ perché convinto che Roulot non avesse tempo da perdere con lui, non si era mai palesato. È stato soltanto quando Pedro Parra ad un evento si è rivolto a Piero con “Ma sei tu l’idiota che non vuole che Roulot lo aiuti a fare lo chardonnay?” che Piero si scuote e gli scrive immediatamente.
Oggi Roulot è socio nelle vinificazioni dei bianchi di Bodega Chacra, nascono così il Chacra Chardonnay e il Mainque. Non si tratta di una trasposizione dei canoni francesi nel Nuovo Mondo, ma di un dialogo simbiotico: l'approccio millimetrico di Roulot sulla pressatura e sull'affinamento in legno si sposa con la solarità e l'acidità tagliente delle uve patagoniche. Ne escono bianchi affilati, marini, con una materia densa ma attraversata da una scossa salina che ripulisce la bocca e resetta il palato.
Agli chardonnay si uniscono alla gamma Barda,quello che per Piero è un pinot quotidiano. Croccante, scattante e giocato sull’immediatezza del frutto viene dalle vigne più giovani. Cincuenta y Cinco, porta anche lui nel nome l’anno di impianto del vigneto, una vigna che cresce su un letto di ciottoli fluviali e si distingue per una verticalità elettrica e di estrema finezza.

L’esperimento più coraggioso della cantina? Il Sin Azufre, letteralmente senza zolfo, una vinificazione guidata solo dall’istinto. È il 2013, una caduta rovinosa da una vasca e cinque mesi bloccato su una sedia a rotelle. Piero si trova impossibilitato a seguire le vinificazioni classiche e decide di lasciare che il vino faccia da sé senza nemmeno un milligrammo di solforosa. Il terroir e la materia ci sono d’altronde. Per seguire il percorso del vino si basa solo sugli assaggi. Il risultato è un vino vivo, tra frutta, spezie e tratti fumé, con un tannino fine e una bevuta magnetica.

In una storia che sembra una rocambolesca avventura, con una cantina ai margini del mondo in un deserto di pietra e vento, e vigne antiche che sfidano il passare del tempo, Piero ha reso possibile l’impossibile. D’altronde è pur sempre il nipote di quel pazzo che ha piantato cabernet nella patria del sangiovese.

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