
Dal finestrino vediamo i boschi della Maremma allontanarsi e con essi il ricordo della serata passata da Agata Felluga, nella sua Trattoria dei Cacciaconti a Rocchette di Fazio. Una bolla magica dentro un manipolo di case di tufo: una cucina che parla di erbe spontanee e ingredienti locali resi speciali dalla mano di Agata. E dopo averla salutata e mentre l’abbiamo vista allontanarsi, seguita dal fedele gatto nero Gateaux, non abbiamo potuto che tirarci un pizzicotto al braccio per capire se quello che abbiamo vissuto era un’esperienza onirica.



I boschi si diradano e il profilo del paesaggio intorno a noi si addolcisce mentre arriviamo a Gaiole in Chianti alla Distilleria Chioccioli Altadonna dove Stefano ed Enrico ci stanno aspettando. Chioccioli Altadonna è un progetto variegato, unico e sfaccettato come lo è ogni famiglia. Stefano ha avuto una grande carriera nell’enologia ma non appena inizia a parlare di suolo e piante rivela subito il suo animo di agronomo, Enrico e Niccolò hanno preso dal padre la stessa curiosità applicandola ad ambiti diversi in base alle loro attitudini. Niccolò gestisce così i vigneti e le vinificazioni, Enrico, invece, durante uno stage a New York si è innamorato dell’arte della distillazione, e insieme hanno aperto la prima Winestillery d’Italia: dove questi due mondi si influenzano a vicenda.
Mentre la macchina si arrampica verso il vigneto di Le Macine, un appezzamento di quasi tre ettari suddivisi tra cabernet e sangiovese dove si trova anche la cantina, Stefano ci racconta il territorio intorno a noi: “Siamo nella zona di Gaiole in Chianti, la zona storica del Chianti Classico caratterizzato da terreni sassosi. I suoli in questa zona variano leggermente, all’inizio del Chianti Classico c’è più galestro, avvicinandosi pian piano verso di noi la composizione cambia: predomina l’alberese. Il rapporto tra argilla, limo e sabbia è ben bilanciato, ma la forte presenza di sassi rende la crescita delle piante più lenta”.
Arrivati davanti al vigneto capiamo cosa intende, nonostante stiamo guardando una vigna di quasi cinque anni, quest’anno sarà il primo anno in produzione.
Ma la giovane età delle piante non deve trarre in inganno, Stefano ha grandi aspettative soprattutto per la genetica che portano in loro. Nascono infatti da una selezione massale del vecchio vigneto a Greve in Chianti piantato nel 1978 e, infatti, la produzione di quest’anno sarà dedicata alla Cuvée della Terra, il Blancs de Noir da uve sangiovese.




Enrico dall’alto mi indica i profili delle valli mentre guida il mio sguardo mostrandomi come i vigneti si trovino soltanto nella parte apicale delle colline, lasciando i fondo valle ai boschi. Se cinquant’anni fa la scelta era condizionata dalle possibili gelate, oggi risulta salvifica poiché le correnti fresche che accarezzano le colline smorzano le torride temperature insieme ai boschi intorno. “Queste colline sono caratterizzate da valli a “V” che garantiscono una continua corrente che rinfresca le calde giornate estive e, durante la notte, regala escursioni termiche che contribuiscono a sviluppare gli aromi delle uve e ne garantiscono salubrità. È proprio questa freschezza che cerchiamo di trasmettere al nostro sangiovese, lavorando anche sulla gestione del verde, per assecondare la sua leggiadria.”
Perché secondo Stefano il sangiovese non è tutto uguale, ma anzi cambia di comune in comune.
Dieci anni fa, durante un intervento davanti all’assessore comunale Stefano propose di fare delle Docg comunali, come in Francia, per valorizzare le varie caratteristiche.
Da lì non venne più chiamato, perché quell’idea non andava d’accordo con le necessità dei grandi imbottigliatori, ma l’opinione di Stefano è rimasta invariata: “Questa differenza esiste e si vede anche all’interno della stessa azienda! A Radda per esempio il sangiovese dà vita a vini più fini ma anche più duri, a Panzano invece si riflette con maggiore alcol, più caldi e con tannini più pesanti che richiedono lunghi invecchiamenti. Questo è dovuto ai suoli e ai vari cloni.”
Mentre scendiamo verso la cantina Stefano ci racconta i suoi timori, sul clima che cambia e sul sempre più importante tema dell’acqua. La sfida del futuro in enologia è cercare di ridurre al massimo il consumo di acqua di un vigneto, per renderlo autosufficiente in un mondo che non può permettersi di sprecare questa risorsa per fare vino. Come? Attraverso una ricerca che copre la parte apogea e ipogea della pianta. Lavorando, per chi può, a piede franco oppure con portainnesti molto fittonanti, capaci di scendere a cercare l’acqua in profondità, e sulla parte aerea tramite la selezione massale di ceppi maggiormente resistenti. Solo in questo in questo modo si potrà arrivare a vigneti che siano maggiormente sostenibili.
“Il cambiamento climatico non ci sta aiutando, abbiamo avuto due anni di siccità intensa. La situazione è esponenziale, io sono abbastanza pessimista anche perché le abitudini dell’uomo non stanno cambiando. Siamo vicini alla cosiddetta “fuck zone” dove a un certo punto un giorno apri la finestra a luglio/agosto in Sicilia e ci sono 48/50 gradi, la finestra noi possiamo chiuderla ma le piante non possono muoversi.”

In fondo alla collina un edificio in pietra dalle porte verdi ci accoglie, siamo arrivati alla cantina. Partiamo con l’assaggio delle anfore che comporranno il Pirocanto 2023, un blend di trebbiano, malvasia e ansonaco provenienti dalla stessa vigna a Pitigliano ma vinificate separatamente. L’anfora del trebbiano ci stupisce con un naso profumato che richiama le erbe officinali. “È un orange “non eccessivo” nonostante la lunga macerazione in anfora” ci racconta Enrico “perché tendiamo a lavorare molto soffici senza stare a pigiare. Lavorando per infusione e non per estrazione.”
Procedendo attraverso le anfore è il momento del S’anforà un sangiovese che al primo sorso ci fa comprendere la natura fresca del loro sangiovese. La forza di un artigiano è la capacità di sperimentare e mettersi in discussione per cercare di garantire la migliore espressione territoriale, così anche il S’anfora è stato oggetto di discussioni e ragionamenti. Oggi le uve che lo creano sono raccolte da un vecchio impianto di fine anni ’80 a Greve in Chianti, ma non è stato sempre così. Il primo anno le uve scelte erano state quelle dell’appezzamento di Querce Grosse, considerato il più “blasonato” degli appezzamenti, ma il risultato fu un S’anfora potente e scuro. Non soddisfatti e compreso l’errore, la scelta è ricaduta sul vigneto più fresco, che regala basse gradazioni alcoliche e grandi profumi. Dando vita al vino che abbiamo nel calice, con un naso che parla di fiori, spezie e pepe bianco, mentre al sorso è fine. Un vino luminoso al naso e al sorso.


Quando il Chianti Classico entra nel calice il naso parla di botaniche: profumi di ginepro blu e delle erbe officinali che crescono tutte intorno al vigneto di Quercia Grossa. Al sorso è agile dal tannino scattante, con richiami di frutta e una parte verde che apporta leggerezza. Concludiamo gli assaggi con il Pirocanto 2022, dalla vasca di acciaio, l’ultimo passaggio in cui i diversi blend si incontrano e comunicano tra di loro, mentre aspettano di fare l’ultimo passaggio in vetro. Il vino si presenta secco e con una maggiore struttura rispetto agli assaggi delle anfore dell’annata successiva, un mangia e bevi gourmand che richiama gli agrumi.
Il tempo di posare il calice e stiamo risalendo in macchina per andare a vedere il vigneto di Querce Grosse, otto ettari circondati da quaranta ettari di bosco. La natura intorno a noi è viva, il bosco fitto e nella vigna grossi cespugli di ginestre colorano il paesaggio di giallo con le loro fioriture. Tutto intorno a noi il paesaggio si racconta dei profumi che abbiamo sentito in cantina.




Risalendo in macchina non riesco a trattenere la curiosità e chiedo a Enrico del suo percorso e di come un neoavvocato sia finito ad aprire una distilleria in Toscana. “Mi ero appena laureato in giurisprudenza, la mia ragazza doveva trasferirsi per uno stage a New York e l’ho seguita. Era il periodo in cui i microbirrifici impazzavano in America, io ero già incuriosito e ho trovato un posto in cui fare uno stage. Il microbirrificio era così micro che nel tempo di qualche mese, quando sono arrivato era già chiuso e sono rimasto a piedi”, conclude scoppiando a ridere. “La sera mi sono fermato in un’enoteca e chiacchierando con il proprietario sul mio stage mai partito mi propone di andare a lavorare a Kings County, una piccola distilleria indipendente a Brooklyn. Quei tre mesi sono stati fondamentali, ho imparato tantissima ma soprattutto mi sono innamorato completamente di questo mondo. Tornato a casa, mentre studiavo per l’esame di avvocatura, ho frequentato corsi di specializzazione sulla distilleria nel weekend, prima a Conegliano e poi in Cognac, ho dato l’esame, l’ho passato, e ho deciso di dedicarmi completamente alla distilleria.” La macchina si arresta, siamo davanti alla distilleria: il mondo di Enrico. Stefano orgoglioso ci invita a tuffare il naso in un vecchio caratello del Vin Santo, dove il whisky sta invecchiando. E mentre osservo questa scena capisco che il legame tra distilleria e viticoltura all’interno di Chioccioli Altadonna parla di una storia familiare, di passioni nutrite singolarmente ma poi condivise collettivamente, dando vita ad un progetto che racconta le attitudini del singolo.
Chioccioli Altadonna non è solo una winestillery, ma è un processo di contaminazione che passa dalla cantina alla distilleria attraverso i caratelli del vin santo e i contenitori di legno, fino ad arrivare alle fermentazioni spontanee, dando vita a una sinergia tra conoscenza tecnica e savoir-faire artigiano.