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La Grandeur: Bordeaux

Differenze che fanno la differenza //

La Grandeur: Bordeaux

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Benvenuti nella regione vitivinicola patria degli Châteaux più famosi al mondo, vittima di una "parkerizzazione" smodata che ne ha segnato un presente incerto. Alla scoperta di Bordeaux e dei cambiamenti che ne stanno plasmando il futuro.

Se lanciamo una pietra in acqua, i cerchi che traccerà tenderanno a diffondersi fino a un punto di massima espansione, per poi sparire. Shakespeare diceva che così funziona la gloria, allargarsi fino a disperdersi. Tra tutte le storie di miti vinicoli, quella che più rientra in questa immagine è Bordeaux. Non è solo una questione di terroir, di suolo e di clima. Bordeaux è stata un'idea, un sistema, un ingranaggio capace di muovere la storia del vino e portarla al di là dell’oceano, nei calici dell’élite, sulle tavole del potere.

IL VINO NATO PER VIAGGIARE

Chi dice Bordeaux, quindi, dice grandezza. Un cerchio che si espande più di tutti gli altri, una pietra che cade nel punto giusto. Chi dice Bordeaux, però, ancora prima dice: acqua. Questa terra, infatti, deve una buona parte della sua fortuna alla vicinanza all'oceano. Se la domanda è: chi ha lanciato quella pietra?, la risposta ha a che fare con gli uomini di mare britannici. Siamo nel 1152: Eleonora d'Aquitania sposa Enrico Plantageneto, che dopo due anni diventa Re d'Inghilterra. L'intero Ducato d’Aquitania passa così alla corona inglese. Non un dettaglio da poco: per tre secoli Bordeaux diventa la cantina ufficiale d’Inghilterra. I mercanti inglesi vedono in Bordeaux un potenziale smisurato, e hanno ragione. Nel giro di pochi anni ne fanno il loro oro liquido, spedendolo in quantità impressionanti verso Londra e oltre. Il Bordeaux rosso, conosciuto allora come "claret" per il suo colore più tenue rispetto a quello moderno, invade presto le banchine inglesi. Si tratta di un vino semplice, fresco, straordinariamente bevibile, molto diverso dai Bordeaux che conosciamo oggi. Eppure, i britannici se ne innamorano, e il commercio decolla in fretta.

Un caso più unico che raro: a Bordeaux il vino nasce per viaggiare. Immaginiamo un sistema economico che fa delle esportazioni di vino la propria linfa vitale, una linfa nata per attraversare confini e oceani, diventando parte di una cultura globale del vino che ancora oggi domina il mondo. La regione viene così consacrata alla perfetta capitale vinicola. Il cerchio si allarga, ma far arrivare il vino sulle tavole di tutti non basta: serve che ad arrivare sia Bordeaux. Il colpo di genio – considerando che siamo nel 1600 – arriva da una delle figure più visionarie della storia enoica. Un produttore ed enologo di Haut-Brion chiamato Arnaud de Pontac è il primo a capire che non basta fare un buon vino: bisogna saperlo vendere. Tra le tantissime idee rivoluzionarie nate tra un filare e l’altro dalla mente visionaria di de Pontac – basti pensare alla tecnica di invecchiare il vino in botte – una tra tutte segnerà il futuro di Bordeaux: l’intuizione di vendere il suo vino con il nome della tenuta da cui proviene, dando vita al concetto di marchio. Nasce il primo Château, quello di Haut-Brion.

Gli anni passano e il successo di Bordeaux si moltiplica. La sua reputazione è sconfinata: le bottiglie acquisiscono fama e i produttori prestigio. Ecco. Se è cosa comune riconoscere la Borgogna come la patria delle denominazioni geografiche, di termini come clos e climat, Bordeaux è il regno delle dinastie vinicole, delle grandi famiglie, dei nomi propri che pesano oro. Qui il vino è anche potere, e come tale, serve a riempire un altro calice, quello del consenso politico. Nel 1855, in occasione dell’Esposizione Universale di Parigi, Napoleone III chiede ai mercanti di Bordeaux di stilare una classifica dei migliori vini della regione. Si analizzano diversi aspetti, primi tra tutti la reputazione e il prezzo medio sul mercato. Il risultato sono cinque livelli di qualità, dominati dai Premiers Crus, con Château Lafite, Château Latour, Château MargauxChâteau Haut-Brion e (dal 1973) Château Mouton Rothschild. È una pietra miliare nella storia del vino di Bordeaux, una gerarchia che ancora oggi influenza il mercato enoico e che da allora è conosciuta con il nome di Classificazione del 1855.

Sono quelli gli anni in cui nasce la figura del negociant, ossia il commerciante che acquista i vini dagli châteaux e li distribuisce sia a livello locale che internazionale. Questo sistema innovativo è un ruolo chiave nella storia della regione: i negociants non solo facilitavano la vendita dei vini, ma diventavano influenti al punto di acquisire proprietà di alcuni degli châteaux più rinomati, dando vita a un legame inscindibile tra il commercio e la produzione vinicola, tra uomini d’affari e agricoltura.

IL BORDEAUX MODERNO

Il massimo dell’espansione della gloria di Bordeaux si deve tuttavia a un altro nome proprio, un uomo nato al di là del mare, questa volta negli Stati Uniti, che seppe elevare ulteriormente la reputazione di Bordeaux sul mercato globale: Robert Parker. Siamo negli anni ’80, nello specifico nel 1982. L’annata sta riscontrando critiche feroci su tutti i fronti. Parker è un già ben noto critico, firma della rivista The Wine Advocate. Ama i Bordeaux potenti, concentrati, opulenti. Ha una penna potente, precisa, soprattutto: personale. Il 1982 secondo lui non è solo buona, è un’annata eccezionale. Il tempo gli dà ragione: i suoi giudizi in centesimi diventano un riferimento assoluto, al punto da influenzare direttamente il valore delle bottiglie e spingere molti produttori a rincorrere il suo gusto ideale. Una cosa unica nella storia: gli châteaux iniziano a modellare i loro vini sullo stile che incontra il favore del critico americano. Nasce così la cosiddetta “parkerizzazione”: grazie anche ai progressi tecnologici in cantina, sempre più Château modellano i loro vini per aderire al profilo che il critico americano premia. Ma il fenomeno non si ferma ai confini della Gironda: nel giro di pochi anni, l’intero panorama enologico è travolto da un’ondata di vini costruiti su vitigni internazionali e barrique nuove. Un’omologazione che, col tempo, genera una reazione opposta: il movimento naturale, che riporta al centro della scena l’identità territoriale, la variabilità dell’annata e la purezza del frutto.

Quello che accade a partire dagli anni '80 è una trasformazione nei rapporti tra i produttori di Bordeaux e i negociants. Fino ad allora, i negociants avevano il controllo del mercato: pagavano per i vini, li imbottigliavano, li vendevano, e dettavano i prezzi. Erano praticamente la banca dei châteaux, ma con l’arrivo di Parker e la crescente domanda internazionale, anche il modo in cui i futures venivano venduti cambiò radicalmente.

BORDEAUX OGGI: TRA TRADIZIONE E CAMBIAMENTO 

Ancora oggi Bordeaux coincide con quell’ampia regione che si delimita tra la Rive Droite e la Rive Gauche, separate dalle acque della Dordogna e della Garonna, con il fiume che taglia in due non solo la geografia, ma anche lo stile. Da una parte il regno del Merlot, dall’altra la fortezza del Cabernet Sauvignon. Sotto i piedi, un mosaico di suoli: argilla e calcare a Saint-Émilion e Pomerol, ghiaia drenante nelle Graves e nel Médoc, i celebri croupes sassosi che rendono unico l’Haut-Médoc.

Per quanto la geografia di questa regione tracci i suoi solchi nelle classificazioni secolari, ancora oggi esistono zone che hanno saputo costruire la propria grandezza su regole diverse. Pomerol, ad esempio, non ha mai avuto bisogno di una gerarchia ufficiale per affermarsi: in questo angolo della Rive Droite, su un suolo ricco di argilla compatta e pietra ferrosa (crasse de fer), nasce Château Pétrus, un nome che da solo vale quanto un’intera denominazione. Composto quasi esclusivamente da Merlot, il vino di Pétrus è un’icona senza tempo, costruita sull’eccellenza di un piccolo appezzamento di terra.

Ma Bordeaux non è solo rosso. Se si segue il corso della Garonna verso sud, nelle Graves, la nebbia mattutina incontra i vigneti di Sauternes, dando vita a un miracolo enologico: la Botrytis cinerea, la muffa nobile che trasforma l’uva in un gioiello dolce e materico. Al vertice di questa tradizione si trovano i quattro secoli di storia di Château d’Yquem, l’unico Sauternes insignito del titolo di Premier Cru Supérieur nella Classificazione del 1855. Con il suo equilibrio perfetto tra zuccheri, acidità e profondità aromatica, questo Sauternes è molto più di un vino dolce. Prodotto solo nelle annate migliori, il vino muffato di Yquem è il perfetto testimone della capacità di Bordeaux di combinare dolcezza e complessità, attraverso l’impiego delle sue uve bianche simbolo: sémillon e sauvignon blanc.

Bordeaux è ancora oggi il simbolo del taglio bordolese, dell’assemblaggio perfetto, dell’arte di mescolare, affinare, costruire. Ma il lusso, a differenza della tradizione, funziona solo se non perde il passo. Per questo a Bordeaux oggi pesa una domanda sopra tutte: può un passato glorioso garantire un futuro altrettanto illustre?

LA CRISI: UN CERCHIO CHE SI DISPERDE

Bordeaux non è nato dall’attesa monastica ma dal pragmatismo commerciale. È sempre stato un prodotto da esportare, un marchio prima ancora di un terroir. Cosa succede se il brand rischia di pesare più del contenuto? Negli ultimi anni il governo francese ha stanziato fondi per l’espianto di migliaia di ettari di vigneti. La motivazione è semplice e al tempo stesso drammatica: c’è troppa produzione e troppa poca domanda. La corsa agli impianti degli anni ‘90 e 2000 ha gonfiato la superficie vitata, ma non ha tenuto conto di un mercato che si è fatto sempre più selettivo. Non solo: la crescente modernizzazione ha portato a una perdita di identità, con troppi vini costruiti a tavolino per seguire un gusto internazionale che, col tempo, si è stancato di Bordeaux. Se a questo aggiungiamo prezzi stellari accostati a una lenta ma inesorabile riduzione del consumo di alcol nel mondo, il quadro si fa ancora più complesso. Non confondiamoci: Bordeaux rimane un’icona. I suoi vini migliori sono ancora tra i più prestigiosi e desiderati del globo, simbolo di un lusso senza tempo. Ma quel cerchio che si è espanso per secoli potrebbe oggi aver raggiunto il suo limite.

I VINI NATURALI A BORDEAUX ESISTONO? 

Quando una pietra cade nell’acqua, l’occhio segue il cerchio più grande, quello che si allarga, ma è sotto la superficie della storia, tra le maglie della tradizione, che si nasconde la vera essenza di Bordeaux. Meno visibile, più silenziosa, per molti utopica: se pensare a Bordeaux come terra di vini naturali può sembrare un paradosso, ci sono realtà che stanno lavorando per restituire al territorio il suo respiro originario. Lontano dall’omologazione del gusto, esistono vigneron capaci di vinificare senza compromessi, abbracciando un rigore coraggioso, vero e proprio manifesto di una terra che ha ancora tanto da dare.

Eppure, non si tratta solo di piccoli produttori indipendenti. Negli ultimi anni, anche alcuni Château istituzionali hanno avviato una progressiva conversione alla biodinamica, soprattutto in vigna. Ad oggi, va detto, questa transizione rimane discreta: molti vigneron evitano di esibirla in etichetta, quasi a non voler alterare un equilibrio di mercato costruito su prestigio e storicità. Quello che cerca il pubblico di Bordeaux, dopotutto, è più la continuità del grande mito che la creazione di un innovativo spin-off. Dunque, no: non stiamo parlando di una rivoluzione, non ancora per lo meno. Bordeaux non ama le scosse improvvise. Ma qualcosa si muove. E là fuori, tra i campi soleggiati della regione più blasonata al mondo, c’è chi è pronto a scommettere che il futuro non risieda nei grandi cerchi che si allargano fino a dissolversi, ma nella nostra capacità di andare oltre la superficie.

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