Privacy Policy Cookies Policy
Barolo, il vino che ha fatto l'Italia

Differenze che fanno la differenza //

Barolo, il vino che ha fatto l'Italia

Scritto da

Alla scoperta della storia e dei vini che hanno reso grande Barolo e la Langa, per conoscere attraverso le Triple "A" i territori del vino italiano. 

Quante cose diamo per scontate senza sapere che c’è qualcuno che dovremmo ringraziare? Me lo domando mentre assaggio un Barolo di Nadia Curto, la Barolo Woman figlia di quella generazione che negli anni Ottanta ha rimesso le Langhe al centro del mondo. Chissà se questa bottiglia, colma di stupore e tannini che si sciolgono piano, lo sa che è stato anche grazie a vini come questo che, il 17 marzo 1861, Camillo Benso Conte di Cavour scrisse: “A partire da questo giorno, l’Italia afferma a voce alta e di fronte al mondo la propria esistenza.”

Vi chiederete che c’entra il Barolo con l’Unità d’Italia. Tutto e niente, come spesso accade con le cose che diamo per scontate. Siamo a Parigi, nel 1856. Immaginatevi una tavolata sontuosa, colma di pergamene e gingilli dorati. A un lato siede una donna dal fascino magnetico: Virginia Oldoini, contessa di Castiglione, cugina di Cavour e agente segreta per vocazione. Dall’altra parte del tavolo, un Napoleone III tignoso e sospettoso.

Il tutto fa parte di un piano: Cavour ha deciso di usare la Contessa come ambasciatrice di un’idea impossibile, convincere il sovrano francese a sostenere l’Italia nella lotta all’indipendenza dall’Austria. Virginia sfoggia bellezza, arguzia e sicurezza; parla di progetti futuri, di un Piemonte riscattato, di un’Italia unita sotto un unico regno. Mentre lo fa, versa al sovrano un calice di vino, ma mica uno qualsiasi: è Barolo, “il vino dei re, il re dei vini”. Su richiesta di Cavour, inoltre, giungono alla corte francese botti di Barolo in dono. Poco tempo dopo, Napoleone III concede il sostegno diplomatico che permette alla causa italiana di avanzare. L’Unità d’Italia si compie, e tra le celebrazioni, i calici che tentennano sono colmi del vino protagonista della nostra storia.

Un vino la cui identità ha sempre girato intorno alla gestione dei suoi vigneti collinari. Il Barolo nasce infatti da un’attentissima vinificazione di alcune tra le uve che come italiani più ci contraddistinguono: il nebbiolo. Parliamo di un’uva fragile, tardiva, perfetta per quelle colline argillose e calcaree posizionate tra i 170 e i 540 metri di altitudine, nel cuore di una terra chiamata Langhe. Questo prezioso sistema collinare compatto e sinuoso si estende a sud della città di Alba, nella provincia di Cuneo. Un paesaggio riconoscibile, fatto di dorsali che si rincorrono tra borghi, castelli medievali e vigneti. Undici comuni che non costituiscono un’unità omogenea, ma un mosaico complesso di pendii, esposizioni e suoli differenti, accomunati da un’unica vocazione: la coltivazione del nebbiolo in collina, in condizioni pedoclimatiche esigenti e non negoziabili.

Se l’Ottocento sancì la nascita del Barolo moderno, il Novecento non fu un secolo altrettanto felice. Le vigne della Langa, eredità della marchesa Falletti e di antichi feudatari, vennero frammentate tra piccoli proprietari e mezzadri, dando vita a un mosaico di terreni e cantine che ancora oggi caratterizza il territorio. Fu solo il preludio di difficoltà ben più grandi: la fillossera che minacciava i vigneti, le guerre che sconvolgevano l’Europa e la lenta ricostruzione che seguiva ogni conflitto. Fu solo grazie alla consapevolezza della sua unicità che il Barolo trovò protezione ufficiale: nel 1966 arrivò il riconoscimento della DOC, un sigillo di qualità che ne certificava il legame con la terra delle Langhe; quattordici anni dopo, nel 1980, il prestigio venne elevato a DOCG, a garanzia non solo della provenienza, ma della coerenza e dell’eccellenza di un vino che ci aveva resi non soltanto vicini, ma uniti.

Uniti, sì, fino a che tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, una generazione di vignaioli langaroli – ribattezzati dalla stampa internazionale “Barolo Boys” – scosse profondamente questo mondo. Elio Altare, Chiara Boschis, Luciano Sandrone, Domenico Clerico, Roberto Voerzio e altri ancora decisero di cambiare tutto: diradamenti severi in vigna, attenzione maniacale alla maturazione delle uve, nuove pratiche di cantina, uso di barrique nuove ed estrazioni più spinte. Il Barolo divenne più carico, più concentrato, più immediato. Il mercato esplose, la critica internazionale si innamorò, e le Langhe entrarono definitivamente nel novero dei grandi territori del vino mondiale.

Non fu una rivoluzione indolore, d’altronde le rivoluzioni non lo sono mai. Nacquero fratture, scomuniche, una guerra ideologica tra tradizione e modernità che per anni ha diviso le colline. Ma proprio da quel conflitto è emersa la complessità contemporanea del Barolo: un vino capace di accogliere visioni diverse, senza mai perdere la propria anima.

Ecco perché chi pensa al Barolo come a un vino monolitico, scolpito nella pietra di una sola identità, non ha mai davvero assaporato il meglio delle Langhe. Basta spostarsi da un versante all’altro per accorgersi che il nebbiolo qui si adatta e si trasforma. Anche solo nel comune di Barolo convivono anime diverse – Cannubi, Sarmassa, Costa Rose, Brunate – ben oltre semplici nomi, ma veri e propri cru. Da questa frammentazione nascono Baroli austeri e introversi, altri più generosi e immediati. E se il disciplinare detta i tempi dell’affinamento – almeno tre anni prima della messa in commercio, di cui diciotto mesi in legno; cinque anni se si parla di Riserva – quelli dell’attesa del piacere spettano al gusto personale, o alla pazienza. Una volta in bottiglia il vino smette di obbedire alle regole e comincia a scrivere la propria storia.

Una storia dalle tinte rosse granate, con sfumature che tendono sempre di più all’aranciato. Un racconto che evolve nel tempo, anche in bocca: il sorso è asciutto, pieno, armonico, strutturato e profondo, sostenuto da una freschezza viva e da un tannino ben levigato. Bere un Barolo non è mai solo un piacere immediato. È un incontro che cambia nel tempo e, soprattutto, un dialogo continuo tra passato e presente. Ed è forse qui che sta il suo fascino più profondo: nella capacità di non essere mai definitivo, di restare sempre in movimento, come le colline da cui nasce.

Tra le letture più autentiche del Barolo ci sono quelle dei vignaioli Triple “A”, interpreti di una Langa fatta di rispetto e tecnica. A Monforte d’Alba, nella storica frazione Bussia, Giulio Viglione e la famiglia Viglione custodiscono un Barolo di impronta classica, essenziale e senza compromessi, frutto di vigne vecchie e di un’idea di vino che non ha mai inseguito il mercato. A La Morra, sulla collina dell’Arborina, Nadia Curto porta avanti il lavoro iniziato dai genitori Marco e Adele, dando forma a Baroli che tengono insieme memoria contadina e sensibilità contemporanea, senza mai forzare il carattere del luogo.

Oggi pochi vini al mondo possono vantare la stessa magia. Ecco perché il Barolo non è solo vino, è memoria della storia, orgoglio del Piemonte, e poesia liquida di colline che hanno visto nascere una nazione. “L’Italia è stata restituita a sé stessa,” scrisse Cavour, e chissà che una goccia di merito non avesse proprio il colore del Barolo.