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Ansonaco, un elogio al mare, al caos e all’Isola del Giglio

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Ansonaco, un elogio al mare, al caos e all’Isola del Giglio

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Un elogio alla macchia mediterranea, al sole implacabile e alla libertà spettinata della viticoltura isolana. Il ritratto di Francesco e Irene Carfagna e della loro cantina, Altura Vigneto, nel cuore del Giglio.

Diciamolo senza girarci troppo intorno: per fare i vini che fa Francesco Carfagna all'Isola del Giglio ci vuole una sanissima, lucidissima e poetica incoscienza.
Di quelle che ti fanno guardare una cattedra, un posto fisso e un futuro lineare e dire: "Sì, tutto bellissimo, grazie, ma io me ne vado su uno scoglio in mezzo al mare".

Era il 1985 quando questo ex professore di matematica decideva che la vita in cattedra gli stava decisamente stretta rispetto alla selvaggia, spettinata libertà del Giglio.

Prima apre un ristorante, poi decide che la vera sfida è rimettersi a fare i conti con la terra. Ma non una terra comoda, pianeggiante, da trattori con l'aria condizionata. No, lui sceglie la via più viscerale: recuperare vecchi vigneti abbandonati, abbarbicati sui costoni verticali a sud-ovest dell’isola dove i filari guardano il mare aperto e le pendenze superano il quarantacinque per cento. Quattro ettari di pura vertigine strappati ai rovi e coltivati completamente a mano su stretti terrazzamenti sorretti da muretti a secco.
Qui non c’è spazio per la meccanizzazione e ogni lavoro è figlio del sudore e della fatica.

Fondata ufficialmente nel 2000, Altura Vigneto è la dimostrazione che la natura seguei suoi piani, e se ne frega delle mode enologiche e dei disciplinari, ma se la sai accompagnare ne beneficiate in due. Insieme a Irene, sua figlia, Francesco custodisce viti allevate ad alberello basso che crescono su terrazzamenti sospesi, letteralmente a picco sul mare. Intorno? Solo la macchia mediterranea più selvaggia, il vento salmastro che ti schiaffeggia la faccia e qualche scoglio di granito che spunta dal terreno sabbioso. Nel pieno rispetto di questa natura così felicemente anarchica, in vigna la chimica non è nemmeno considerata. Solo zolfo, letame e la sfacciata pretesa che le piante imparino a difendersi da sole.

Il re indiscusso di questo teatro di roccia è l'ansonaco, vitigno a bacca bianca che sulla terraferma prende il nome di ansonica e in Sicilia di inzolia. Vigne vecchie, dove le più giovani "contano" almeno vent’anni di onorato servizio, che affondano le radici nel granito, nutrendosi di sole e spruzzi marini.

In cantina, l’unico protocollo è non avere protocolli. Si va di macerazioni lunghe, circa quattro giorni, e fermentazioni spontanee in acciaio. Una scelta dettata dalla fisiologia di questa varietà, caratterizzata da una buccia spessa ricca di antociani, che attraverso la macerazione acquisisce il colore ambrato, una struttura complessa e un naso morbido ma variegato.
Non aspettatevi il classico vinello da aperitivo da bere ghiacciato in spiaggia, l’Ansonaco ha il fascino irresistibile degli isolani: è un po’ rude, conosce le sue radici e ne va fiero e ha uno spessore ineguagliabile. Ha l’anima profonda di un rosso e parla la lingua del Mar Mediterraneo. Opulento, ricco, quasi sfacciato nel presentarsi, ma contraddistinto da una freschezza e una sapidità che ne rendono la beva infinita.

È un vino che racconta la sete dell'isola e la concentrazione dell’uva. È ricco, denso, carico di frutti maturi e suggestioni marine e di macchia mediterranea, ma l'acidità e la sapidità corrono sotto il sorso come una scossa elettrica, mantenendo il tutto in equilibrio.

In fondo, i vini di Altura assomigliano terribilmente ai loro creatori: hanno l'eleganza innata di chi la cultura la conosce bene, ma preferisce stare in vigna con le mani sporche di terra e i capelli spettinati dal vento.

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