Guida pratica alle Marche del Verdicchio

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Guida pratica alle Marche del Verdicchio

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Alla scoperta delle colline marchigiane in una passeggiata di saliscendi attraverso la morfologia di un territorio unico e incontaminato, casa di un grande e longevo vino bianco, tra i più eclettici dell’intero stivale: il Verdicchio.

Là dove la catena degli appennini si trasforma in dolci vallate che giungono fino al mare, sorge una terra rigogliosa e orgogliosa, la cui vastità di caratteristiche la rende l’unica regione italiana che pronunciamo al plurale: le Marche. Definite la porta d’oriente d’Italia, le Marche racchiudono in sé le peculiarità di un territorio unico, dal potenziale immenso. A farci strada tra i campi di ciliegi, i piccoli oliveti e le splendide vigne esposte a est, ci pensa Giulia Fiorentini, giovane vignaiola della cantina Di Giulia che “accompagna la crescita della bellezza” tra le dolci colline incastonate nella capitale del Verdicchio: Cupramontana.

STORIA DEL VIGNETO MARCHIGIANO

In principio fu la culla della cultura: i Greci furono infatti i primi a impiantare la vite sulle coste adriatiche, nel X secolo AC. Successivamente, i Piceni – alleati dei romani – portarono avanti la viticoltura nelle fertili terre meridionali, incastonate tra appennini e coste. La coltivazione di ulivi, cereali e uva crebbe costantemente e non s’interruppe mai, nonostante le devastazioni causate dalle invasioni barbariche dei secoli successivi sul territorio marchigiano. Attraverso carestie e battaglie, la vite resistette e continuò a crescere come vivido esempio di una natura che sovrasta la feroce morsa delle circostanze.

vigne marche

Procedendo a passo spedito attraverso la linea del tempo, raggiungiamo i primi catasti in cui compare il famoso Verdicchio. Se già un documento scritto del 1471 attesta che degli ettari totali registrati e soggetti a tributo, oltre 45 erano coltivati a vite, agli albori del ‘500 abbiamo la conferma che le famiglie contadine del luogo chiamavano la pregiata uva bianca locale con il nome di verdicchio. Siamo nell’epoca pontificia, periodo in cui l’abbondanza di vino era responsabilità degli insediamenti monastici e registrata dai catasti locali. Dal 1860, durante gli anni del Regno d’Italia, i vitigni maggiormente coltivati erano, al fianco del prezioso verdicchio: albana, aleatico, biancame, cabernet, lacrima, sangiovese e trebbiano toscano.

In seguito alla fillossera e all’oidio le coltivazioni dei vitigni sopracitati subirono enormi danni, che col passare del tempo si tradussero nella perdita di alcune varietà locali e nella preminenza di altre, prima fra tutte: il verdicchio, geneticamente affine al trebbiano di Soave (vicinanza dovuta probabilmente allo spostamento di diverse famiglie lombarde e venete alla fine del 1400 sulle colline di Jesi). Se nel 1939 Cupramontana fu definita per la prima volta “la capitale del Verdicchio”, è nel secondo dopoguerra che la fama di questo vitigno oltrepassa ufficialmente i confini nazionali. Negli anni ’50 la figura del mezzadro scompare a favore della nascita dell’imprenditoria agricola: i proprietari terrieri diventano imprenditori, accompagnando la propria regione nell’era delle colture specializzate. È del 1953 invece la creazione della prima bottiglia a forma di anfora, ispirata agli antichi vasi vinari etruschi e simbolo dell’identità del Verdicchio. Oggi le Marche rappresentano una piccola regione agricola dal potenziale immenso, tramutato in pura energia dai piccoli produttori artigianali stanziati sulle sue colline. Va a loro il merito di salvaguardare una terra capace di affascinare e sorprendere in ogni sua espressione, prima fra tutte: il vino.

SUOLI E VITIGNI DI COSTA E COLLINA

Se passando dalle Marche vi capitasse di indugiare sulle terre al di là del finestrino, ne siamo sicuri: vi sorprenderà, più di ogni altra cosa, la quantità di verde tutt’intorno. “Vi è un incanto nei boschi senza sentiero” scriveva Lord Byron parlando della natura che conquista l’anima. A livello morfologico, infatti, le Marche sono caratterizzate da circa l’80% di territorio collinare. Tra gli ulivi, i cereali e i borghi medievali sorgono tante piccole terre vitate le cui esposizioni ricadono principalmente sul versante est-ovest, ideale per la coltivazione del verdicchio. Forti escursioni termiche, afosità estiva e una media piovosità contribuiscono alla creazione di vini robusti, strutturati e dall’ottimo grado alcolico.

L’eterogeneità della regione è data in primis dal clima: di tipo sub-continentale sulle colline e nell’entroterra, perfetto per la coltivazione di uve a maturazione tardiva, diventa mediterraneo man a mano che ci avviciniamo alle coste adriatiche. Lord Byron continua: “Vi è un’estasi sulla spiaggia solitaria / vi è un asilo dove nessun importuno penetra / in riva alle acque del mare profondo / e una musica nel frangersi delle sue onde”.Qui, infatti, le foglie dei vigneti danzano sulle note di brezze salmastre provenienti dall’Adriatico.

Se tra i filari collinari le uve crescono su terreni a matrice argillosa e ricchi di depositi marini, nell’entroterra, invece, ci lasciamo alle spalle i rumori delle onde e risaliamo verso altitudini maggiori, i cui suoli risultano caratterizzati da marne e calcare. Questo cambiamento morfologico è accompagnato da preziose correnti di Tramontana provenienti dal nord-est che creano una perfetta combinazione di fattori pedoclimatici ideali.

Nel caso in cui decidessimo di attraversare la regione seguendo le bacche dei suoi vitigni, potremmo cominciare con i terreni compatti delle colline, che permettono un ottimo sviluppo dei vitigni aleatico e sangiovese, l’uva principe dei Colli Pesaresi. Da lì si passa per Fano, dove il vitigno a bacca bianca biancame crea un vino semplice e delicato: il Bianchello del Metauro. Nel sud troviamo l’area del Piceno, particolarmente nota per la produzione del Pecorino del Piceno e di splendidi vini rossi marchigiani a base di montepulciano. Nei pressi di Ancona, invece, cresce un vitigno antichissimo, il Lacrima, da cui deriva il famoso Lacrima di Morro d’Alba. Al suo fianco, in quell’entroterra ricco di limo, marne e calcare, trova dimora il vitigno capostipite delle Marche: il verdicchio.

UN VINO, UNA CULTURA, DUE DENOMINAZIONI: IL VERDICCHIO

Tra gli estremi regionali si inseriscono le due denominazioni capisaldi che hanno permesso al vitigno autoctono marchigiano di esprimere al meglio il proprio profilo autorevole: Jesi e Matelica. Il Verdicchio – spesso definito come “il vino rosso italiano travestito da bianco” – si esprime magistralmente nelle due diverse ma complementari interpretazioni, una situata nei pressi del bacino del fiume Esino, a una trentina di chilometri dal mare, l’altra nell’altipiano centrale della regione. Il vino principe delle Marche è riconoscibile per la sua longevità e grado alcolico, uniti a un’ottima spalla acida accompagnata dal caratteristico retrogusto mandorlato che ne evidenzia il carattere singolare e prezioso. Una sola uva dunque, il verdicchio bianco, per due diverse denominazioni che danno vita ai rispettivi vini bianchi, caratterizzati da caratteristiche organolettiche uniche e profondamente identitarie.

Come sottolinea Giulia Fiorentini, “il verdicchio è riuscito nell’impresa di codificare un vero e proprio linguaggio della vite”. Da quest’uva a bacca bianca – presente dagli albori del medioevo e oggetto di numerosi investimenti da parte di enologi ed esperti sin dagli anni ’60 – “si produce uno dei vini bianchi italiani dal migliore potenziale evolutivo, longevo, dinamico e potente”. Struttura, grado alcolico e acidità sono le tre principali caratteristiche che hanno contribuito a rendere questo vino un vero simbolo della cultura enologica marchigiana. A ciò va senz’altro aggiunto un grande lavoro da parte dei produttori stessi, capaci di studiare e approfondire i processi di affinamento e maturazione al fine di creare un nettare robusto, elegante e dal sorso infinito. Un vitigno perciò ideale per quei piccoli produttori naturali che ne sanno esaltare la versatilità: “il Verdicchio si presta anche a lunghe macerazioni a contatto con le bucce, alla produzione di sensazionali vini passiti e a sperimentazioni nel campo dei vini estremi”, racconta Giulia.

Un solo anno intercorre tra la fondazione delle due diverse denominazioni. La più recente, quella del Verdicchio dei Castelli di Jesi, risale al 1968 e racchiude 22 comunica, la maggior parte dei quali rientrano nella provincia di Ancona. Il territorio della denominazione si sviluppa nelle aree del bacino del fiume Esino, su terreni collinari a matrice argillosa, con presenza calcarea e suoli profondi. Al contrario, la denominazione Verdicchio di Matelica, datata 1967, racconta una terra più circoscritta e “montana”, limitata a 8 comuni, sei dei quali nella provincia di Macerata. L’intera zona è perciò lontana dal mare e non ne viene influenzata. Qui il clima è di tipo continentale e i suoli sono a prevalenza calcarea, ricchi di minerali e perciò dai risultati evocati in sapidità al calice.

Così, nonostante in entrambe le denominazioni rientrano vini fermi, vini macerati, passiti e spumanti, a Matelica il verdicchio si esprime fresco, deciso, tagliente, dal profilo robusto, ma delicato e sapido. A Jesi, invece, la vicinanza alla costa comporta un’espressione del Verdicchio più morbido, acolico e longevo, dotato di un’ottima struttura e dal bouquet aromatico profondo e intenso.

CUPRAMONTANA, LA CAPITALE DEL VERDICCHIO

Tra tutte le contrade che hanno fatto del Verdicchio la loro impronta indelebile, Cupramontana ne sottoscrive la firma più autentica. Arricchito di una vera e propria identità organolettica e culturale, il Verdicchio di Cupramontana è il fiore all’occhiello della denominazione dei Castelli di Jesi.

Immaginate di trovarvi in uno dei quadri dedicati al tramonto di Friederich: siete ripresi di spalle, non importa se da soli o in compagnia. Davanti a voi si staglia una distesa a perdita d’occhio: è natura, è colore, laggiù si intravede persino il mare. Non conosciamo le espressioni del vostro viso, ma non importa: sono senz’altro estasiate. Ecco, a Cupramontana ci si sente così.

La località, a differenza degli altri comuni affacciati sul Mar Adriatico, si trova a un’altitudine superiore, raggiungendo i 561m s.l.m. nella contrada Badia-Colli. La capitale del Verdicchio diventa dunque capace di unire gli influssi della vicinanza al mare con l’altitudine dei rilievi. Sui versanti ben esposti delle colline, infatti, si muovono animi, chiome e foglie: merito delle costanti brezze marine che soffiano sulle viti e ci fanno socchiudere gli occhi davanti alla vastità delle emozioni che ne derivano.

Il comune si trova esattamente a metà tra le correnti mediterranee che arrivano dal mare e il clima continentale che spinge dalle cime appenniniche. Questo crocevia climatico permette una collocazione geografica unica al mondo, che si esprime in vini dal profilo organolettico stupefacente. Proprio qui, nel cuore pulsante dei Castelli di Jesi, troviamo la piccola cantina Di Giulia, gestita giorno e notte dal lavoro instancabile della sua giovane pioniera: Giulia Fiorentini. A lei abbiamo chiesto una panoramica sulla viticoltura artigianale della sua zona.

UN’ANTICA CULTURA CONTADINA E NUOVE GENERAZIONI DI INNAMORATI

Sono già dodici anni”, racconta la vignaiola con voce sognante. Il tempo vola, e questo si sa, ma ci sono luoghi che ci permettono di seguire la traiettoria dei nostri viaggi attraverso le impronte che lasciamo. Quelle di Giulia sono ben visibili nei solchi dei suoi due ettari situati nel cuore del Verdicchio, a Cupramontana. Quando le chiediamo un parere su quale spinta animi i piccoli produttori di vino naturale delle Marche, ci risponde sicura: “l’amore di una terra incontaminata e poco antropizzata”. Proprio così: le Marche rappresentano una delle poche regioni italiane che ancora possono vantare di tanta campagna pura e vergine, spesso e volentieri espressa in distese a perdita d’occhio. “Le dolci colline verdi qui si ergono intervallate da piccoli borghi medievali abbracciati al crinale”, creando una catena di natura e storia che permette alla vista di costruire una cornice armonica e amena. “E il numero di produttori di vino artigianale?”In crescita” conferma Giulia “soprattutto nella zona dei Castelli di Jesi”. Si sofferma poi sul raccontarci di un fenomeno tanto curioso quanto affascinante: “capita spesso che appassionati di vino del nord, passando per queste stradine di campagna, si innamorino delle Marche e qui decidano di fondare la propria cantina. È successo ai ragazzi di Ca’Liptra, che quindici anni fa da Milano hanno deciso di stabilirsi qui. È successo a me, senza un motivo specifico, animata dal semplice amore per questa terra con vista. Capita anche che chi se na va a un certo punto faccia ritorno, com’è capitato al pioniere del vino naturale marchigiano, Corrado Dottori (Trovate la sua storia nel documentario Resistenza Naturale di Jonathan Nossiter o nel suo libro Non è il vino dell'enologo). Nato a Cupramontana, si è poi trasferito a Milano, dove ha studiato e lavorato. Alla fine, però, le radici hanno avuto la meglio.” La voce le sorride mentre un pizzico di orgoglio marchigiano attraversa la cornetta ed entra direttamente nei nostri cuori. “Il richiamo della tradizione?” azzardiamo. “Sì, abbinato alla vocazione naturale del territorio che ne esalta la potenza. L’animo dei marchigiani, non va dimenticato, è decisamente rurale. Le tradizioni contadine qui si sentono ancora molto forti, tanto che molti viticoltori continuano a lavorare con lo sfuso”.

Questa regione ha saputo tramutare una dote in patrimonio: ciò che la geografia ha donato, la comunità umana ha saputo coltivare, proteggere e salvaguardare, così da creare un tesoro inestimabile che si esprime al meglio nei prodotti originari di questa terra.

All’amore per l’eredità contadina va dunque sommata un’importante cultura culinaria. La gastronomia marchigiana è infatti molto ricca di prodotti locali che ne evidenziano il carattere rustico e casalingo. La carne va per la maggiore, al punto che molte famiglie dei piccoli centri abitati di campagna allevano ancora il proprio maiale. Tra i salumi di maggior successo va nominato senz’altro il ciauscolo, simbolo identitario dell’entroterra marchigiano. Lasciatevi conquistare dalle storiche trattorie nell’interno della regione. Qui troverete una calda atmosfera familiare unita a una cucina tradizionale coloratissima a base di carne e verdure. Al fianco delle carni – se non avete ancora provato il coniglio in porchetta, fatelo! – una volta giunti alle porte delle colline del Verdicchio sono da provare i vincisgrassi marchigiani (simili alle lasagne) e i formaggi locali, principalmente quelli da latte vaccino.

4 GIORNI NELLE MARCHE: L’ITINERARIO DI GIULIA FIORENTINI

Giorno 1: Destination Senigallia! Percorrete la costa fino ad arrivare alle porte della città più attiva del litorale. Senigallia è ricca di eventi, mostre culturali e tanto divertimento. La tradizione del vino naturale trova qui il suo centro più vivo, offrendo una fitta costellazione di locali che meritano una visita. Gli immancabili? Nana Piccolo Bistrò, un localino accogliente dove il pesce la fa da padrone e i vini naturali sono al centro della tavola, e la Trattoria Vino e Cibo, tra i migliori ristoranti nel centro cittadino. Nel tardo pomeriggio spostatevi verso il meraviglioso Conero. Tale rilievo, alto 572 mt s.l.m. sorge sulla costa del Mar Adriatico, in provincia di Ancona. Una vera e propria riserva naturale che ai boschi e alle passeggiate affianca un litorale di sassi bianchi che si tuffa in un mare cristallino ricco di spiagge nascoste, decisamente la parte più bella dell’intero Adriatico marchigiano. Per cena regalatevi il ristorante più sbalorditivo di sempre: il Clandestino del visionario Moreno Cedroni è il luogo delle promesse sussurrate al chiaro di luna e dei desideri esauditi non appena si apre il Menu. Lo trovate sulla spiaggia, località: Portonovo, ai piedi del Conero.

Giorno 2: Il Verdicchio secondo Jesi. Dopo la notte a Portonovo, i vini Triple “A” di Moreno dovrebbero avervi stuzzicato sufficientemente la curiosità e il palato. Perciò, spostatevi verso l’interno della regione, alla scoperta delle imperdibili cantine della zona. Tra Jesi e Cupramontana, la capitale del Verdicchio, vi consigliamo una visita alla splendida La Distesa di Corrado Dottori, oggi considerato tra i maestri del Verdicchio, ma soprattutto immenso custode dell’identità vinicola marchigiana. Dopo aver conosciuto le migliori declinazioni del Verdicchio di Cupramontana dello storico produttore, è tempo di scoprire le nuove leve. Prenotate una visita nella cantina di Giulia Fiorentini. Lasciatevi accompagnare tra i filari delle sue splendide uve, immergetevi nella cultura contadina cuprense e degustate le varie interpretazioni che i vini Triple “A” firmati Di Giulia sanno raccontare, con la semplice eleganza di chi conquista con grazia sia palato che cuore. Infine, se di vino non ne avete ancora abbastanza (e quando mai?) concludete il pomeriggio con una visita al Museo del Verdicchio, per immergervi ancora di più nella storia del nettare simbolo di un’intera regione. A cena, se volete restare a Cupramontana, andate da Anita, trattoria storica cuprense gestita da due splendide anime di 80 anni, “i nonni del paese”. Altrimenti, spostatevi a Filottrano e andate a trovare gli amici di Trattoria Gallo Rosso: ottimi vini Triple “A” e una cucina regionale gustosa e saporita a soli 20 minuti da Jesi e 30 da Cupramontana.

Giorno 3: Il Verdicchio secondo Matelica. Il mattino del terzo giorno è da dedicare alla cultura dell’entroterra marchigiano: noi vi consigliamo un giro alla scoperta delle meravigliose Grotte di Frasassi e dell’incastonato e suggestivo Tempio del Valadier. Prima di allungarvi fino a Matelica, alla scoperta dell’altra faccia del Verdicchio, passate a fare un saluto ai ragazzi di Ca’ Liptra, un altro vivido esempio di vini veri e fortemente territoriali. Una volta a Matelica, il Verdicchio si colora delle etichette firmate Casa Lucciola e Cantina Cavalieri. La sera, vi consigliamo di prenotare una notta nella splendida cornice dell’Agriturismo Agra Mater, a Colmurano, ottima location sia per la cena che per un incantevole risveglio immersi nella natura.

Giorno 4: Lungo il canyon delle Marche. L’ultimo giorno è dedicato alla bellezza del Lago di Fiastra. Partendo dal centro abitato di Fiastra, vi consigliamo un trekking lungo le coste del lago, una piacevole camminata adatta a tutti da regalarsi in tarda mattinata, così da raggiungere le Lame Rosse di Fiastra in pieno sole. Per gli amanti delle camminate, ricordatevi che ormai ci siete quasi: a circa 40 minuti di distanza incontrate il colorato Parco Nazionale dei Monti Sibillini.

Ps. Se vi avanzasse del tempo e voleste ributtarvi sulla costa, fate un saltino a Civitanova (a circa 1h di macchina dal parco Nazionale dei Monti Sibillini) e andate a mangiare da Mangia. Un’oasi immersa nel verde per una cucina che segue la tradizione e accompagna al menu regionale ottime referenze Triple “A”. D’altronde, vi meritate un ultimo cin-cin per celebrare la fine di un viaggetto di quelli che si appiccicano ai ricordi e non se ne vanno più, un po’ come il Verdicchio: intenso, longevo e dalle mille emozioni.

Buon viaggio!

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