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Guida pratica alla regione del Languedoc-Roussillon

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Guida pratica alla regione del Languedoc-Roussillon

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Alla scoperta della regione francese di Languedoc-Roussillon, regione vinicola millenaria, per conoscere la tradizione dei vin doux naturel e dei vini di Banyuls. Un viaggio attraverso i luoghi dove sorgono il Domaine Leon Barral e il Domaine Bruno Duchêne.

Tra il Rodano e i Pirenei, là dove le terre del Midi incontrano il mare, si estende una terra di confine, sospesa tra Francia meridionale e Spagna: il Languedoc-Roussillon. Questo vasto territorio, uno dei più estesi e produttivi di tutta la Francia, negli ultimi anni sta conoscendo una vera e propria révolution.

LA STORIA DEL LANGUEDOC-ROUSSILLON: UNA SAGA LUNGA MILLENNI

Se la storia del Languedoc-Roussillon fosse un libro, sarebbe senz’altro una saga, di quelle epocali dove l’antico s’intreccia col medievale che a sua volta influenza il moderno e trasforma tutto in un racconto vivo e appassionante. La regione detiene una tradizione millenaria da record, che affonda le sue radici in epoche lontanissime, forse la più antica di tutta la Francia. Già in tempi pre-romani, i Greci e i Fenici piantarono le prime viti lungo le coste del Mediterraneo, intuendo il potenziale di questa terra soleggiata e baciata dai venti. È qui che venne scritto il primo capitolo della storia vitivinicola francese. Furono poi i Romani a trasformare la viticoltura in una parte integrante del tessuto sociale e agricolo della regione. Gli studi e i perfezionamenti tecnici furono invece opera dei monaci medievali, i primi veri studiosi del vino della Linguadoca. Tutto quello che fino a quel momento veniva tramandato di sorso in sorso fu messo nero su bianco e cominciò a seguire un approccio più tecnico, mediante il quale molte delle tecniche di vinificazione si tramandarono nei secoli, consolidando il Languedoc-Roussillon come una delle regioni vitivinicole più importanti d'Europa.

E se le strade del vino fossero davvero strade? Ce lo si può chiedere, o meglio: ce lo si deve chiedere. Come ha fatto questa regione occidentale a diventare in poco tempo la zona più produttrice del paese? La storia del Languedoc parla di condizioni favorevoli, terreni fertili, climi secchi, brezze marine e giornate soleggiate. Ma sappiamo bene che il successo è tridimensionale e la fortuna ne gioca solo una parte: per comprenderlo nel suo tutto bisogna analizzare l’azione dell’uomo, le sue intuizioni, le scommesse e le preghiere, fino ad arrivare alle sperimentazioni. Nel caso della Linguadoca, la grande fortuna fu la visione a lungo a raggio: fin dai tempi più antichi si intuì l’impatto commerciale che una regione di tali dimensioni poteva portare all’economia dell’intero paese. La prima vera strada del vino fu opera di Luigi XIV, il visionario Re Sole che fece costruire il Canal du Midi, ancora oggi considerato un vero e proprio gioiello architettonico. Il canale del mezzogiorno è un corso d’acqua costruito tra il 1667 e il 1694, un’opera di ingegneria civile che – oltre al prestigio che le ha fatto guadagnare dal 1996 il riconoscimento di sito UNESCO – fin dall’epoca del regno illuminista determinò le sorti commerciali di una regione e del suo vino. In seguito, venne esteso fino alla Garonna, permettendo così alla mercanzia di viaggiare fino all'Atlantico. Questa infrastruttura cambiò radicalmente le sorti del commercio vinicolo, rendendo più semplice e veloce l'accesso ai mercati internazionali. Ed è proprio dal porto di Sète che si creò un crocevia di scambi con innumerevoli paesi, che impararono così a scoprire il vino della Linguadoca. Certo, la rete non basta: per far sì che un commercio funzioni serve che i passeggeri principali siano qualità e innovazione.

I VIN DOUX NATUREL E IL SECOLO DELLE GRANDI TRASFORMAZIONI

Per questo, di fianco a una straordinaria crescita infrastrutturale, si incentivò una tradizione vinicola unica e fortemente identitaria: quella dei Vin Doux Naturel. I vini dolci del Languedoc-Roussillon cominciarono a essere prodotti nel XIII secolo, soprattutto nella zona di Rivesaltes, Banyuls e Maury. L'aggiunta di alcol al mosto in fermentazione per interrompere il processo e conservare gli zuccheri naturali tramutò questi vini dolci francesi in un simbolo dell'eccellenza enologica della regione, tuttora apprezzati e ricercati dal mondo intero. Ma non fu tutto: ben presto, un’altra strada del vino si fece binario della cultura enologica della regione. Un secolo dopo fu infatti realizzata un’altra, immensa impresa infrastrutturale, che migliorò ulteriormente la fama della regione vitivinicola: nel 1855 venne sviluppata una preziosa rete ferroviaria che collegava il sud della Francia al nord, e che dunque permise ai vini del Languedoc-Roussillon di raggiungere il cuore del paese, Parigi. La produzione locale crebbe ancora di più, e con essa la consapevolezza di una domanda sempre crescente di quei vini dolci che tanto si apprezzavano per la loro dolcezza e complessità aromatica.

Come spesso accade, tuttavia, il soldo rischia di sostituirsi al premio e il guadagno, di conseguenza, ne annebbia il valore. Il ‘900 fu un secolo importante sotto innumerevoli punti di vista, e forse potremmo dire che – in ambito enologico – ebbe l’infausto ruolo di insegnarci l’importanza di rimanere fedeli a sé stessi. Successe che un prodotto di punta si trasformò in un vin de table, un vino semplice e di consumo quotidiano. Certo, la fillossera di fine ‘800 aveva messo in ginocchio il mondo intero, e una regione che incentrava la propria produzione sul vino aveva bisogno di risollevarsi il prima possibile. In effetti, i viticoltori del Languedoc-Roussillon furono tra i primi a reimpiantare le viti utilizzando portainnesti resistenti provenienti dal Nuovo Mondo, fungendo da modello per tutto il comparto viticolo. Alcuni storici sostengono inoltre che, grazie alla loro rapidità di reazione e alla vastità dei vigneti della regione, la Linguadoca giocò un ruolo cruciale nel salvare la viticoltura francese. Questo per dire che non tutti i mali vengono per nuocere; o insomma, forse doveva andare così. Sta di fatto che, dopo la devastazione della fillossera, i produttori si unirono per massimizzare la produzione e rispondere alla crescente domanda di vino da parte del mercato. Tuttavia, questo aumento della produzione portò a un immancabile abbassamento della qualità delle uve. Il vin de table divenne il principale prodotto della regione, causando una perdita di prestigio per i vini del Languedoc-Roussillon, la cui reputazione si ridusse a quella di vini leggeri e ordinari.

OGGI È GIÀ STORIA? IL PRESENTE DEL LANGUEDOC-ROUSSILON

E negli ultimi trent’anni? La risposta, come sempre, la dà chi resiste, chi fa di quella saga la propria bibbia, facendo tesoro del passato e bottino del presente: “Non produciamo vino affinché venda: produciamo vino affinché piaccia.” Partendo da questo semplice ma mai scontato presupposto, i vigneron artigianali del Languedoc-Roussillon sono riusciti a ribaltare lo schema, a mantenere viva la tradizione vinicola e la loro filosofia radicale, come quella di Didier Barral del prestigioso Domaine Leon Barral. “L’identità è tutto: matura col tempo, come il vino. Sta a noi custodirne la vitalità, far sì che si evolva – lenta e costante.” Negli ultimi decenni i vigneron hanno cambiato strada: i produttori artigianali, sopravvissuti alla smania del soldo, hanno continuato a produrre secondo tradizione, portando avanti una viticoltura attenta e sostenibile. “Qui tutto è vita: dai lombrichi della terra alle singole gocce di pioggia. Non ci sarebbe Languedoc-Roussillon senza nessuno dei suoi elementi vitali.”

È uscito un nuovo libro, capitolo avvincente di una saga dai mille risvolti. Racconta di terroir, di valorizzazione, di sinergia, di riduzione: moins c'est plus, less is more. Sono questi gli ingredienti che stanno allargando a vista d’occhio il cerchio di produttori che abbandonano la produzione di massa per un ritorno al vino come una volta. Se è vero che tutto ciò che abbiamo sotto agli occhi è già passato, allora sì, lo possiamo dire con certezza: i vini del Languedoc-Roussillon hanno riscritto la storia.

IL LANGUEDOC-ROUSSILON: UN MOSAICO DI TERROIR 

Dove s’è mai visto un produttore che, prima di farti assaggiare i suoi vini, ti fa annusare il suo compost? Didier Barral è quel tipo lì: uno che l’amore ce l’ha, in primis, per la terra. Intesa proprio come tale: il suolo, il calpestabile. Ce lo spiega con le parole semplici di un agricoltore che all’aria aperta ci vive: “è da qui, sotto terra, che nasce l’identità di un territorio, noi la custodiamo come possiamo”. Il miracolo è riuscire a capire la lingua della terra, poi il resto vien da sé. La vasta regione del Languedoc-Roussillon è caratterizzata da un clima mediterraneo, tra i più caldi e favorevoli alla coltivazione della vite, anche se alcune zone più elevate, come le colline del Minervois e del Limoux, godono di un microclima più fresco. Questo fa sì che i vitigni tradizionali come carignan e syrah si esprimano al meglio, offrendo vini ricchi di struttura e tannini, mentre nelle pianure alluvionali si ottengono vini più alcolici da varietà come grenache e cinsaut. Didier Barral, questi, li coltiva tutti, ma non solo: nei suoi 25 ettari troviamo anche mourvèdre, terret, viognier, russane. Storicamente, il carignan è l’uva simbolo del Languedoc-Roussillon, anche se oggi lascia sempre più spazio a varietà più morbide come syrah, mourvèdre e grenache. Il terroir si presta particolarmente per la vinificazione in rosso – addirittura l’80% dei vini della Linguadoca sono rossi –, ma anche i grandi bianchi di classe trovano qui un luogo di espressione unico e, soprattutto, potente. Le uve bianche più tipiche risultano il roussanne, il marsanne e il viognier, oltre al sempre più diffuso chardonnay.

Certo è che, quando si analizzano territori di tali dimensioni – 173mila ettari vitati –, bisogna sempre tener presente le differenze che ne caratterizzano i singoli tasselli. Immaginatevi dunque un mosaico di terreni e microclimi: ogni produzione vinicola rifletterà un’identità a sé. Se, per esempio, i suoli del Domaine Barral sono scistosi e di origine molto antica – dote naturale che conferisce ai vini una straordinaria mineralità e freschezza, oltre a una struttura tannica decisa – l’apparentemente simile scistosità del Domaine Bruno Duchêne, recentemente entrato nelle Triple “A”, si abbina ad altre caratteristiche. Qui, a Banyuls, nel punto più vicino ai Pirenei del Roussillon, il territorio è dominato da ripidi pendii di scisto e vigneti terrazzati che guardano il Mediterraneo. Il clima è più marittimo, con venti salmastri che influenzano direttamente le vigne. Le estati sono comunque calde, ma la vicinanza al mare e l’altitudine delle vigne creano un effetto di raffrescamento naturale che dona quel guizzo di sapidità tipica dei vini di Bruno Duchêne.

Se dal Domaine Leon Barral scendiamo verso la Spagna, in ordine, la prima sotto-zona che incontriamo è Saint-Chinian, dove suoli calcarei e argillosi danno vita a vini rossi strutturati e complessi, grazie alla combinazione di calore mediterraneo e freschezza portata dai venti del nord. Le correnti fredde sono uno dei motivi che ha spinto Didier Barral a piantare più di settemila alberi intorno alle sue vigne: “così proteggono le vigne dalle possibili gelate primaverili, oltre ad aumentare la biodiversità in vigna.” L’altra ragione è umana, o forse dovremmo dire romantica: “quando ancora la viticoltura non godeva delle comodità della meccanizzazione, i contadini all’ora di pranzo restavano nei campi. Pranzavano sotto gli alberi, sotto le cui fronde si riparavano dal caldo e dall’afa. Mi piace pensare che da qualche parte questa possibilità esista ancora.” Scendendo verso la zona del Minervois, s’incontra un terreno ricco di pietre calcaree, dove il clima, più secco e arido, conferisce ai vini profondità e concentrazione. Anche qui domina la produzione di vini rossi, con uve grenache, carignan e syrah. Corbières, la zona commercialmente più conosciuta, vive di carignan, syrah e mourvedre. Poco distante si trova un fazzoletto di terra dalle altitudini abbastanza elevate, che gode dell’influenza dei Pirenei: parliamo di Limoux, sede dei vini spumanti Metodo Classico conosciuti con i nomi di Cremànt de Limoux e la famosa Blanquette de Limoux, ottenuta da uve mauzac, chardonnay e chenin blanc. Infine, la Côte Vermeille rappresenta l'espressione più marina del territorio, con i vigneti che si aggrappano alle colline scistose. Non a caso, molti artisti passavano di qui e si fermavano, rapiti dal fascino della Costa Vermiglia tempestata di insenature rocciose. È il caso di Matisse, ma anche di Picasso, Deraine e molti altri. È qui, a proposito di arte, che si trova il famoso Domaine Bruno Duchêne, a Banyuls, il piccolo comune che ha dato nome al celebre vino dolce naturale ottenuto principalmente da Grenache Noir. La produzione dei Vin Doux Naturel deriva dalla particolare lavorazione di uve grenache e moscato, arricchite dall’aggiunta di alcol durante la fermentazione. Il bello del Roussillon, comunque, rimane l’interpretazione: forse per questo piace tanto ad artisti e pittori. Bruno Duchêne, vignaiolo anticonvenzionale, produce principalmente vini bianchi e rossi, molto freschi, poco tannici e decisamente sapidi, capaci di esprimere il carattere salino e minerale unico della zona. Se gli chiedi come sia arrivato a far vino, ti sorride con lo sguardo sbieco e ti dice: “sono partito dai funghi: vivevo nella Loira e facevo il distributore. Le cose mi andavano bene, anzi: più che bene. Ero ancora molto giovane quando ho deciso di ritirarmi e di trasferirmi sul Mediterraneo. Il vino è stato un amore a seconda vista, il primo è stato il mare.”

Bruno Duchêne ha trovato nel Languedoc-Roussillon il luogo perfetto per poter riempirsi gli occhi di blu lavorando tra i filari e, perché no, pure il contrario: la leggenda narra che viva per una buona parte dell’anno a bordo della sua barca, Odin, da cui alza lo sguardo per mirare le sue piccole parcelle di vigneto esposte al sole. Se l’ispirazione ha davvero una fonte, chissà, forse è proprio qui che risiede, in un vino che ha scritto la storia e che ci arriva intatto e autentico, merito dei suoi agricoltori, artigiani, e artisti.

4 GIORNI NEL LANGUEDOC-ROUSSILON: L’ITINERARIO

La regione del Languedoc-Roussillon, ormai l’abbiamo capito, è generosa in termini naturali tanto quanto in cultura, gastronomia e storia. Quattro giorni nei suoi ampi e variegati territori possono servire a farci capire la tridimensionalità del suo patrimonio, le cui strade del vino s’intrecciano e s’inerpicano in un crescendo di curiosità e stupore.

Giorno 1: L'organismo policolturale del Domaine Leon Barral. Se capitate di qui per il vino – se, se, se – partire da una visita al Domaine Leon Barral può essere il modo giusto di farsi dare il benvenuto da questa meravigliosa regione francese. Se passate da Montpellier, può valere la pena andare a caccia di localini di vini naturali: provate Les Canons, Chez Pinot o un Bar à vin tipico come Plein Sud. Una volta visitato il leggendario Domaine Léon Barral, a Faugères, spostatevi verso Saint-Chinian facendo una tappa da Picamandil, una piccola enoteca a Puissalicon.

Giorno 2: L'entroterra tra cultura, natura e sport. Una tappa culturale per cui vale la pena spostarsi verso l’entroterra è senz’altro Roquebrun, incastonato tra le colline e attraversato dal fiume Orb. Un altro pittoresco paesino è Minerve, arroccato su una gola creata dal fiume Cesse. Restando in zona, un ottimo Bar à Vins et Tapas è La Cantine du Curé, aperto anche a pranzo la domenica. Invece, per gli amanti della natura consigliamo una visita al Parc naturel régional du Haut-Languedoc, dove le meravigliose Gole dell'Orb si aprono a picco e con possibilità di escursioni in kayak. Nel pomeriggio, sulla via di Carcassone, merita una tappa il magnifico Canal du Midi, lingua di terra tra Atlantico e Mediterraneo, un sito patrimonio UNESCO.

Giorno 3: Un viaggio nella cultura gastronomica. La straordinaria cittadella medievale di Carcassonne è una delle fortificazioni meglio conservate d'Europa. Tra le torri e le mura della città, qui si scoprono anche parecchie chicche enogastronomiche della Linguadoca. Da provare il Cassoulet, uno stufato variegato e ricchissimo di sapori, le Mique, uno gnocco tradizionale della tradizione contadina, il Coq à la Tuchanaise, una specialità tradizionale del villaggio di Tuchan, non lontano da Carcassonne e, proseguendo verso Limoux, va assaggiato il Fricassée de Limoux. Il bistrot Le Reservoir è una piccola chicca di Carcassonne che offre vini naturali in abbinamento a piatti capaci di unire tradizione e contemporaneità. Per gli appassionati, consigliamo anche una visita alle suggestive Grotte des Demoiselles, un complesso di grotte naturali situato nella zona, che offre paesaggi sotterranei unici e formazioni rocciose spettacolari.

Giorno 4: Tra mare e vigne, un giorno con Bruno Duchene. L'ultimo giorno spostatevi sulla costa, per la precisione nella tipica Narbonne, cuore dell’Occitania per paesaggi, cultura e gastronomia. A tal proposito, consigliamo una visita al mercato coperto per scoprire specialità locali come formaggi e prosciutti artigianali. Siamo ormai nella pittoresca Côte Vermeille: terra aspra e mozzafiato, con scogliere rocciose che si tuffano nel Mar Mediterraneo, incantevoli villaggi di pescatori, spiagge tranquille e vigneti. Anche qui la cucina è eccezionale, questa volta più a base di pescato locale e arricchita dalle influenze culinarie dei vicini Pirenei. Provate a prenotare da Les 9 Caves, un ristorante-cantina ricco di referenze artigianali della zona. Infine, fermatevi a salutare Bruno Duchene, a pochi passi da Banyuls-sur-Mer. Lo troverete impegnato tra i filari o a piedi scalzi sul porticciolo. Vi verrà voglia di raggiungerlo e di sedervi allo stesso tavolo. D’altronde, non c’è modo migliore di concludere in bellezza che con un calice del suo vino in anfora tra le dita.