Privacy Policy Cookies Policy
Guida pratica alla Champagne

Territori //

Guida pratica alla Champagne

Scritto da

Dalla storia al mito, dai vitigni alle sottozone, dalle Maison storiche alla nuova generazione di récoltant manipulant: la Champagne in breve. Un viaggio alla scoperta dell’identità del terroir più famoso e chiacchierato al mondo.

Si dice che il mito sia, prima di ogni altra cosa, una tendenza umana a romanticizzare la realtà. Eppure, in taluni e sporadici casi, si fatica a dare un altro nome alla storia. C’è un luogo, a circa centocinquanta chilometri a nord-est di Parigi, che non ha bisogno di presentazioni. Il suo racconto, però, può servirci a capire che cosa ha significato, di generazione in generazione, possedere le chiavi dell’olimpo.

Nella regione dai contorni dorati il sole riflette sul gesso e si espande per trentaquattromila ettari di vigneto distesi lungo i coteaux – i pendii collinari – di trecento diciannove comuni detti cru. L’insieme di questi piccoli fazzoletti di terra forma il variopinto e multiforme paesaggio della Champagne, uno dei territori che, insieme a Bordeaux e alla Borgogna, hanno reso grande il vino francese in tutto il mondo.

Lo Champagne, però, fa molto più di questo: non si limita a essere il vino spumante più celebre, caro e richiesto nel panorama delle bollicine. Il suo percorso può essere preso in considerazione come vero e proprio caso di studio per analizzare come un prodotto – un vino – e una denominazione, possano diventare universalmente riconosciuti come garanzia di qualità, simbolo di distinzione, icona del lusso e vero e proprio status symbol.

Se il più straordinario sottosuolo al mondo è frutto di strati, così lo è la sua storia. Tra le tante chiavi d’accesso per comprendere le ragioni del successo, della fama e del prestigio dello Champagne, abbiamo voluto prediligere quelle della storia, della geografia, della scena vitivinicola attuale e del viaggio, cercando di svelare, anche a costo di dover semplificare, i tratti identitari di un territorio tanto complesso ed eterogeneo quanto affascinante.

DALLA CHAMPAGNE ALLO CHAMPAGNE: GENESI DI UN FUORICLASSE

La nascita e lo sviluppo della viticoltura in Champagne si ricollegano ancora una volta ai due protagonisti onnipresenti della storia del vino europeo: i Romani, a cui si deve l’impianto dei primi vigneti nel IV secolo d.C, e gli ordini monastici, fondamentali per la crescita e l’evoluzione della coltivazione della vite durante tutto il Medioevo. Eppure, se potessimo, prendere in esame un vino della Champagne dei tempi (che allora ancora non si chiamava Champagne), a stupirci non sarebbe tanto l’assenza di bolle, quanto il colore rosso. Del resto, in quegli anni, il vino rosso godeva di maggior successo, e la vicinanza alla capitale permetteva un discreto volume d’affari. Quantomeno finché, nelle corti della capitale, non fecero il loro debutto i più concentrati e morbidi rossi di Bordeaux, di Beaune e di Dijon, con i quali i vini della Champagne faticarono a reggere il confronto. E se le uve a bacca bianca non costituivano una reale alternativa, restituendo vini troppo ricchi d’acidità, data anche la latitudine della zona, fu l’ingegno dell’uomo a offrire una risposta concreta, con l’affinamento della tecnica di pressatura delle uve che sancì l’avvento dei cosiddetti vin gris, vini bianchi ottenuti da uve a bacca nera.

E la bollicina? Fino a quel momento l’effervescenza era sempre stata considerata un effetto indesiderato dovuto alla trasformazione, durante la primavera successiva alla vendemmia, di eventuali zuccheri residui del vino in alcol etilico e anidride carbonica. Di solito questo avveniva all’interno di botti sigillate per il trasporto, che una volta giunte a destinazione rivelavano le “bollicine indesiderate”. La leggenda attribuisce i meriti al monaco benedettino Dom Pierre Pérignon, che senza ombra di dubbio giocò un ruolo fondamentale nello sviluppo del vino come lo conosciamo oggi, ma più che altro concentrandosi sull’affinamento delle tecniche di assemblaggio tra le varie uve provenienti da diversi vigneti.

Numerosi storici preferiscono invece riconoscere i “responsabili” della nascita dello Champagne nei mercanti inglesi, con cui i vignaioli del nord della Francia intessevano intensi rapporti commerciali. Giocano a favore di questa teoria due primati assoluti inglesi: quello dell’impiego di bottiglie di vetro resistenti e della realizzazione di tappi di sughero in grado di assicurare ermeticità.
Ben presto lo Champagne diventò il vino della nobiltà britannica e le bollicine, da sporadiche e parzialmente frutto del caso, si fecero caratteristica distintiva del vino.
Anche se, come ricorda lo storico Robert Pitte “se sono stati gli inglesi a inventare lo Champagne, va detto che sono stati i francesi a farne un vino così prestigioso, prezioso, fantastico e mai eguagliato”.

Da qui in poi, perché lo spumante cominci ad assomigliare allo Champagne così come lo conosciamo oggi, è solo questione di tempo. Il debutto del vetro come contenitore di conservazione consente di mettere a punto nuove tecniche di rifermentazione. Nascono dunque il concetto di tirage per aggiungere zucchero ai vini carenti, di vin de reserve per diminuire il tenore zuccherino delle annate più giovani, e le tavole di remuage (antenate delle odierne pupitres) per concentrare i lieviti nel collo della bottiglia e facilitarne l’espulsione tramite il dégorgement. Da fermo a frizzante, col passare degli anni la trasformazione dello Champagne coinvolge altre caratteristiche del vino, dando vita alle prime e ora diffusissime versioni più secche: i famosi Brut, per poi, in tempi più recenti, mettere sempre più in mostra le peculiarità delle singole annate attraverso Champagne Millesimé o Vintage. E più cresce la celebrità del vino, più i francesi si impegnano nella promozione e protezione, creando un’aura unica intorno all’immagine dello Champagne, che oltre a essere vino e territorio, si afferma anche come brand.

TRE UVE, QUATTRO MACROAREE, MILLE TERROIR

Un tempo considerata limite settentrionale per la viticoltura, almeno finché le prime barbatelle non hanno messo piede in Gran Bretagna e nei paesi scandinavi, la Champagne è uno dei territori storici del vino più a nord del mondo. Il primato in sé ha una rilevanza limitata, ma impone una riflessione più approfondita su come le peculiarità climatiche del luogo influenzino la coltivazione della vite e di conseguenza l’espressione dello Champagne.

Di fatto, sono i venti oceanici provenienti da nord a rendere possibile la viticoltura ai confini del 50° parallelo, grazie all’azione mitigante sui rigidi inverni e le torride estati continentali. Questa duplice influenza da un lato riesce a creare un habitat pressoché ideale per le viti che crescono in condizioni temperate, con piogge frequenti durante l’anno ed estati soleggiate, seppur con il costante rischio di precipitose escursioni termiche: dalle disastrose gelate primaverili all’afa estiva che porta con sé piogge violente e distruttive. Insolazione e precipitazioni sono i fattori determinanti nel lentissimo processo di maturazione delle uve e del sottile gioco di equilibri tra zuccheri e acidità degli acini, rapporto fondamentale per la realizzazione di vini base per la spumantizzazione.

Ciò che non si vede è la vera essenza delle cose: quale esempio migliore delle vigne di questi terroir? Se è infatti fondamentale comprendere da che tipo di ambiente siano circondate le foglie delle viti, altrettanto necessario risulta scendere nelle profondità della terra e analizzare ciò che ne circonda le radici. Dal punto di vista geologico, si può dire che la Champagne presenta un certo grado di uniformità nella composizione di suoli e sottosuoli, ma come sempre è la combinazione a fare la differenza; in questo caso le diverse stratificazioni restituiscono un quadro morfologico complesso e una moltitudine di differenti terroir, dove anche esposizioni, pendenze e presenza di boschi e prati assumono ruoli chiave. Nello specifico, a entrare in gioco sono argille e sabbie silicee, che si concentrano negli strati più superficiali del terreno, al contrario di calcare, marne e gesso di origine sedimentaria che, con le dovute eccezioni, si trovano perlopiù in profondità. Il gesso in Champagne prende il nome di craie, ha la particolarità di essere una roccia bianca friabile e farinosa, è formata da microrganismi fossili marini e ha funzione regolatrice dal punto di vista idrico e termico. Tutto ciò si proietta ancora una volta nel raggiungimento del giusto grado di equilibrio tra acidità e zuccheri nel frutto e nella formazione di precursori di aromi essenziali per il profilo aromatico dei vini base.

Le diversità tra suoli, sottosuoli e condizioni climatiche definiscono quattro regioni produttive all’interno della Champagne, ognuna delle quali predilige uno dei tre vitigni principali che concorrono alla produzione di Champagne: chardonnay, pinot noir e pinot meunier. L’estrema variabilità dei numerosi terroir che compongono ogni macroarea impone una semplificazione non irrilevante, ma che comunque può offrire un primo spaccato della conformazione e della geografia di questo territorio.

La Vallée de la Marne, come del resto suggerisce il nome, si spiega lungo il corso dell’omonimo fiume, dal nord di Epernay verso ovest, in direzione della capitale. Su entrambe le coste la prevalenza dei terreni è argillosa. Qui ha la meglio il pinot meunieur, che riesce a dar vita a vini ricchi di acidità e frutta fresca. Nelle vicinanze di Epernay, dove il gesso torna protagonista, compaiono anche pinot noir e chardonnay, che raggiungono il loro apice nel Grand Cru di Ay e a Mareuil-sur-Ay dove si trova il famosissimo Clos des Goisses, il vigneto che porta lo stesso nome di una delle perle più rare di Charles Philipponat. Nella Vallée de la Marne si trovano importanti vigneti di case produttrici come Moet&ChandonRoedererTattinger e di vigneron récoltant-manipulant della nuova generazione, come Pierre Charlot, a Chântillon-sur-Marne e Benoît Tarlant a Oueilly.

La Montagne de Reims si estende dalla cittadina di Epernay, verso nord, fino alla città di Reims. In questa macroarea il gesso torna a essere predominante a livello del sottosuolo che, combinato con buone esposizioni luminose, si presta ad accogliere il pinot noir, restituendone espressioni sui piccoli frutti e con acidità spiccate, potenti, di struttura e dall’ottimo potenziale di maturazione. Questo accade specialmente sui pendii collinari (da qui il termine Montagne) dell’area orientale, tra i Grand Cru di Bouzy, Ambonnay, Verzenay, quando procedendo verso nord torna ad apparire il pinot meunier e a tratti anche qualche vigneto di chardonnay. La Montagne de Reims è la patria di tantissimi récoltant-manipulant della nouvelle vague champagnotta, che hanno scommesso su pratiche agricole rispettose del suolo e limitato l’intervento in cantina. È il caso, ad esempio, di Mark ed Emmanuelle Augustin ad Avenay Val d’Or, di Francis Egly di Egly-Ouriet e Benoit Marguet della Maison Marguet ad Ambonnay, di David Léclapart a Trépail, di Jérôme Prévost a Gueux, dei fratelli Raphael e Vincent di Bérèche et FIls a Ludes e di Frederic Savart e di Vincent Brochet a Écuil. Reims invece è sede di alcune delle più note Maison come KrugMumm e Veuve-Cliquot.

La terza macroarea, la Côte de Blancs, si estende a sud di Epernay. Viene spesso associata anche alla Côte de Sezanne, non tanto per una questione di vicinanza geografica, quanto la predisposizione naturale delle due aree ad accogliere le migliori espressioni di chardonnay, che domina incontrastato nei Grand Cru di Chouilly, Cramant, Les Mesnil sur Oger e Avize. Qui si registra la massima presenza di craie che, in combinazioni con affioramenti di sparnaciano (un particolare tipo di argilla), restituisce chardonnay di grande mineralità, finezza, eleganza e setosità. Ad Avize si trovano le cantine di due autentiche leggende della Champagne come Jacques Selosse e Pascal Agrapart e i vigneti di diverse Maison, più o meno grandi, che impiegano lo chardonnay sia per la produzione di Blanc de Blancs, che per smussare i pinot noir più spigolosi mediante attenti assemblaggi.

Chiude il panorama la Côte des Bar, più conosciuta come Aube, macro area che è andata sempre più affermandosi negli ultimi anni e che si estende a più di cento chilometri a sud di Epernay, a cavallo tra i fiumi Aube e Senna, nei pressi dei vigneti più a nord di Chablis. Il pinot noir, prediligendo i terreni prevalentemente calcarei e argillosi che caratterizzano la zona, gioca il ruolo di protagonista assoluto, dando vita a vini che, rispetto ai “cugini” della Montagne de Reims, presentano acidità più irruente e tratti maggiormente vegetali. All’estremo meridionale della regione, a Courteon, ha sede la storica Maison Fleury, fondata nel 1895, tra i pionieri assoluti dell’agricoltura biologica in Champagne. Quasi un secolo di storia in più vanta la Maison Drappier che, nelle sue ragguardevoli dimensioni, ha mantenuto la proprietà in mano alla famiglia. In zona si trovano la maggior parte degli “astri nascenti” della Champagne, giovani récoltant-manipulant che si stanno imponendo nella scena internazionale come Charles Dufour ed Emmanuel Lassaigne. Nell’Aube si concentra anche la maggior presenza di vitigni minori in disuso ammessi dal disciplinare, talvolta utilizzati anche con maestria, come l’arbane e il petit meslier.

UNO CHAMPAGNE ARTIGIANALE È POSSIBILE?

Ora, il punto da fare parte, come sempre, da una domanda: le chiavi dell’olimpo possono stare nella mano di un produttore artigianale? Non c’è da stupirsi, in linea generale, se molti dei movimenti autogestiti del “naturale”, nati per mano di viticoltori o operatori di settore, siano sorti in zone vinicole non eccessivamente blasonate. “Fai conto che nella Champagne, nel 2000, i terreni condotti in biologico erano l’1%. Oggi siamo intorno al 2,5%,” ci dice Marc Augustin. “La percentuale sta lentamente aumentando, forse tra cinque anni raggiungeremo il 4%, ma è un dato di fatto: se vuoi fare biologico o biodinamico devi produrre meno uva. In quanti sono disposti a farlo?” Del resto, e nel caso specifico, nel momento in cui l’offerta di Champagne non bastava a colmare la domanda, perché i produttori avrebbero dovuto muoversi verso un’altra direzione? “L’agricoltura senza ausili di questo tipo è un lavoraccio: sono in pochi quelli che scelgono deliberatamente di uscire dalla propria comfort zone per tornare a un approccio non interventista.”

Il profitto governa il mondo, ma nel caso di questo vino le ragioni per cui i produttori artigianali sono ancora pochi non si limitano all’aspetto economico della faccenda.
Multistrato è la parola che continuiamo a ripeterci, ed è così: quando si parla di Champagne la risposta non è mai univoca.
La produzione di Champagne è infatti regolamentata da un severo disciplinare che ne stabilisce confini e regole produttive. Le linee sono state tracciate con un tratto indelebile e ben definito, e la forma che si è deciso di dare allo spumante francese per eccellenza ha imposto schemi altrettanto rigidi. Ciò significa, per dirne una, che se gli zuccheri necessari per far partire la seconda fermentazione non sono ottenibili da mosti congelati, passiti o provenienti dalla vendemmia successiva, uno Champagne naturale, in questo senso, non può esistere.

Lo stesso vale per i lieviti, rigorosamente selezionati, anche se alcuni produttori illuminati stanno mettendo a punto i primi sistemi per ricorrere a una rivitalizzazione delle lies della prima fermentazione, che tornano in vita proprio tramite l’aggiunta di zuccheri. “Alla fine della prima fermentazione, verso agosto, prelevo le fecce fini che si sono depositate nelle vasche di fermentazione e le metto in damigiana, dove si conservano fino a un mese e mezzo a temperatura cantina,” spiega Marc. “Il pied de cuve lo prepariamo con zucchero grezzo da agricoltura biodinamica. Le fecce ricominciano a fermentare e… et voilà,” dice sorridendo. “Sono questi i nostri lies du couer, non c’è bisogno di aggiungere altro.”

Un approccio di questo tipo rappresenta una vera e propria inversione di marcia rispetto alla regola. L’agroindustria, infatti, spinge le grandi maison – quelle che mettono in commercio la netta maggioranza di bottiglie annue – ad acquistare uve provenienti da altri produttori. Il romanticismo legato al mito qui vacilla, permettendoci di mettere a fuoco il nocciolo della questione. Lo Champagne passa da vendibile a venduto in tempi record, e questo è vero a prescindere dal nome della maison che gli viene affibbiato. Ma più il tempo passa, più risulta necessario saper distinguere: solo così siamo in grado di compiere una scelta consapevole, oltre il nome, oltre l’etichetta, oltre i numeri. Cosa c’è dall’altra parte? Ci sono le persone. In questo caso, i produttori artigianali e controcorrente che sfidano le leggi di un meccanismo perfettamente rodato e scelgono l’unità di misura dell’eccezione. “Mia nonna era legata a un certo tipo di agricoltura”, spiega Pierre Charlot. “Io no. Era giunto il tempo di apportare un nuovo modello. Certo, se poi la solforosa serve, in quantità minime, la uso. Ma il rispetto per la natura è un approccio a tutto tondo, non può limitarsi alla vigna e non può prescindere dalla possibilità di sperimentare.”  

Ed è qui che gira l’unica vera chiave: l’acume del presente che abbraccia la tradizione elevandola oltre le proprie regole e i propri canoni. Riuscire a scardinare le dinamiche di un prodotto che già funziona, che già vende, è una mossa tanto azzardata quanto encomiabile. E dunque, nonostante il disciplinare dello Champagne lasci poco spazio alla fantasia, i vignaioli artigianali osano spingersi oltre e ci donano interpretazioni innovative e sorprendenti. La sfida odierna della viticoltura, d'altronde, è rifiutare la chimica di sintesi a favore di un’agricoltura più attenta, rispettosa e pulita; farlo nella Champagne significa creare una chance laddove prima non c’era niente. Un lavoro di questo tipo non profuma soltanto di futuro, profuma di speranza.
Insomma, se ogni mito ha bisogno dei suoi eroi, possiamo dire di aver trovato i nostri.

4 GIORNI IN CHAMPAGNE: L’ITINERARIO CONSIGLIATO

Premessa: Inutile dirlo, quattro giorni per scoprire la Champagne, anche concentrando l’intero viaggio sul vino, sono sufficienti solo a “bagnarsi le labbra”. Una scelta di buonsenso, nel caso sia la vostra prima volta in Champagne, è quella di dividere equamente le visite tra grandi Maison e piccoli vignerons, in modo da riuscire a cogliere un primo spaccato dell’incredibile varietà che offre la scena vitivinicola luogo. Anche dedicare una giornata a ognuna delle quattro macroaree ha il suo perché, a maggior ragione con la consapevolezza che una delle più frequenti caratteristiche dei produttori di questo territorio è di lavorare su parcelle frammentante e sparse lungo tutto la regione, evitando quindi di dover relegare alla visita di una cantina di una certa area l’esclusività di un solo vitigno. A seconda della vostra provenienza e della disponibilità delle varie Maison ad accogliervi, l’ordine dei giorni è tranquillamente invertibile.

Giorno 1: Dalla nuova generazion di Pierre Charlot a una storica Maison a conduzione familiare. Poco meno di due ore di auto separano la capitale francese da Epernay, il centro nevralgico della Champagne da cui si diramano a sud La Cote de Blancs, a nord la Montagne de Reims, a ovest la Vallée de la Marne. Proprio quest’ultima è la regione che si attraversa per raggiungere la cittadina e dunque tanto vale intramezzare il viaggio con le prime esplorazioni alla scoperta della patria del timido e resistente: il pinot meunier. La prima sosta è da fissare a Châtillon sur Marne presso la cantina di Charlot Père et Fils. Ad accogliervi troverete Pierre, rappresentante della nuova generazione di récoltant-manipulant che, sotto la guida di Pierre Masson, ha rivoluzionato la conduzione agricola dei quattro ettari di famiglia, diventando una delle figure più all’avanguardia dell’intero territorio. Dal lato opposto di Epernay, ad Ay, si trova invece il quartier generale della Maison Billecart-Salmon, ottimo esempio di un lavoro virtuoso che abbraccia numeri più grandi e si declina in una realtà a conduzione ancora familiare. Da sette generazioni il motto rimane lo stesso: “Privilegiare la qualità, puntare all’eccellenza”, e con il giusto equilibrio tra tecniche tradizionali e innovazione tecnologica la Maison offre un interessante spaccato sul mondo dello champagne classico. In onore del cinquantesimo anniversario di collaborazione con Velier, è nato un Blanc des Blancs d’eccezione con uve provenienti da quattro diversi grand cru della Côte des Blancs: Avize, Chouilly, Cramant, Mesnil-sur-Oger. Una bollicina da non perdere.

Giorno 2: Epernay, il Clos des Mesnil e la magnificenza di una grande Maison. Appena svegli, lasciatevi condurre tra le vie di Epernay dal profumo delle boulangeries che sfornano i primi croissant e pan au chocolate. Perdetevi, ma fino a un certo punto, perché di buonora avete da spuntare una tappa necessaria a comprendere il mondo dello Champagne: Moet & Chandon. La Maison, tra le più grandi e note di tutta la Champagne, non ha bisogno di presentazioni e anche in quanto a magnificenza ha pochi rivali. Perdersi (in questo caso per davvero) tra i 28 chilometri di gallerie sotterranee incastonate nel gesso e dedicate alle cantine vi può dare un’idea della potenza di questa Maison e del glamour di un vero e proprio brand, la cui visita resta una tappa memorabile di un primo tour nella Champagne. Nella differenza tra i piccoli récoltant-manipulant che incontrerete e le grandi Maison ritroverete tutte le sfaccettature. La giornata va intermezzata da un pranzo all’altezza: regalatevi un paio d’ore di pura gioia da Sacré Bistro, il nostro consiglio è di prenotare prima. Nel pomeriggio, un’altra meta prestigiosa è senz’altro quella che dista a soli venti minuti: regalatevi un pellegrinaggio lungo le mura che cingono il Clos du Mesnil, un vigneto di chardonnay, da cui proviene l’omonimo e iconico Champagne di Krug.

Giorno 3: Marc ed Emmanuele Augustin e un approccio senza precedenti. L’indomani dirigetevi verso nord per qualche chilometro fino ad arrivare alle montagne di Reims, dove le vigne formano un semicerchio che si apre da Louvois a Villers-Allerand offrendo la vista dei vigneti aggrappati ai ripidi pendii calcarei. A nord di Ay, nella cittadina di Avenay-Val-D’Or, si trova il Domaine Augustin: qui verrete accolti dal genuino entusiasmo dei coniugi Marc e Emmanuelle. Il Domaine Augustin è una tappa imperdibile di questo viaggio per toccare con mano il lavoro di sinergia con la natura che attuano nei vigneti e in cantina e conoscere una delle prime famiglie di récoltant manipulant della zona: sono infatti un totale di nove le generazioni che si sono affiancate nella cura dei terreni che oggi costituiscono l’intero “patrimonio” di vigneti di Marc ed Emmanuelle. Dopo aver compreso nella cantina una filosofia e un modo di lavorare al di fuori del comune, chiedete di poter vedere gli altri vigneti di proprietà, alcuni dei quali nascondono cantine sotterranee dove vengono fatti maturare i vini ottenuti dalle uve delle viti soprastanti. Se il tempo stringe, e tornare in Côte de Blancs per una visita a Vertus diventa impegnativo, assicuratevi almeno di assaggiare il loro nuovo imperdibile Blanc des Blancs. Tornati in città vi diamo due alternative: Aux 3 P’tits Bouchons, un piccolo wine bar con cucina dove, se siete fortunati, potrete imbattervi in una delle serate organizzate con i produttori. Altrimenti, vi consigliamo Sacré Burger, un locale amatissimo dove vi aspetta uno degli hamburger migliori della vostra vita e un’esperienza senza dubbio indimenticabile.

Giorno 4: Verso l’Aube, direzione Fleury. L’ultimo giorno caricate in macchina tutti i bagagli e dirigetevi verso la tappa conclusiva di questo viaggio: l’Aube, il paradiso del potente e strutturato pinot noir. Abbiamo una visita ben precisa in mente. A Courteron, nel cuore pulsante della Cote des Bar, la famiglia Fleury ha dato vita all’omonimo Champagne biodinamico, una vera perla del panorama vinicolo dell’intera regione. Il motto della famiglia è l'art d'être naturel, l'arte di essere naturali, e le loro creazioni non possono che confermare la rara abilità di restituire grande complessità a ogni sorso. Se risalite verso Parigi, ripassate da Epernay e andate a mangiare da Eurasienne, dove la gastronomia vietnamita si incontra con la cucina italiana, il tutto affiancato da una carta dei vini che rispecchia la filosofia degli Agricoltori Artigiani Artisti.

È arrivato quel fatidico momento, quello di tornare alla realtà. Ma non dimenticate: non c’è lucchetto che possa chiudere le porte della curiosità. La meraviglia è un esercizio, e quando si tratta di Champagne, siamo tutti solo all’inizio.