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Guida pratica all'Irpinia

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Guida pratica all'Irpinia

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Culla di vitigni dal potere spirituale, custode di una storia vinicola millenaria, terra di racconti misteriosi e mitici, l’Irpinia è molto più di una regione, rappresenta un meraviglioso connubio di arte e cultura, capace di resistere al tempo in tutte le sue sfaccettature, prime fra tutte: il vino.

La materia, la potenza, la natura: se è vero che la terra è il più sacro tra tutti gli elementi, immaginatevi la grandezza dell’Irpinia, la regione che ha tremato e resistito. Situata in un’area sia montanara che collinare dell’Appennino campano, luogo dai contorni mutevoli, ricco di antichi borghi e castelli medievali, in Irpinia il tempo che si ferma ci permette di osservare le cose così come madre natura le ha fatte. Benvenuti nel sud atipico d’Italia.

UN ULULATO CHE ATTRAVERSA I MILLENNI: LA STORIA VINICOLA DELL'IRPINIA

Nell’etimologia delle parole è contenuto molto più del nome: ho iniziato a crederci la prima volta che ho saputo che Irpinia deriva dal primordiale “hirpus”, che in lingua osca significa “lupo”. La leggenda narra che fu proprio un lupo a guidare una tribù fiera e coraggiosa attraverso pianure e folte vegetazioni, fino ad arrivare agli altipiani della terra che da allora si sarebbe chiamata Irpinia, la regione dal sottosuolo sabbioso e vulcanico, tra le più antiche per l’insediamento e la coltivazione della vite.

Furono i greci i primi ad accorgersene: dal 7 secolo a.c. identificarono nella bacca d’Irpinia la “vitis ellenica”, che oggi conosciamo come aglianico. Ad essa furono aggiunte la “vitis apiana”, progenitrice del fiano, e quelle che poi sarebbero diventate il greco e la falanghina. La fertilità di questo fazzoletto di terra affonda dunque le sue radici nei tempi più lontani. Gli abitanti dell’Irpinia discendevano dalla stirpe sannitica, e fin dalla dominazione romana erano in grado di produrre quei nettari considerati i “vini degli Imperatori”, “Erano gli unici vini a poter essere bevuti fino a un anno dopo, lo sapevi? Merito delle acidità delle uve”, commenta fiero Marco Tinessa, meraviglioso interprete di questa zona.
Lo splendore antico conobbe poi un lungo periodo di oblio, per l’esattezza dopo la caduta romana. Alla decadenza politica ed economica si aggiunsero le devastazioni della zona di Abellinum dovute a due diverse eruzioni vulcaniche.

Per secoli, dunque, l’Irpinia rimase nell’ombra, passando dal Ducato di Benevento sotto i longobardi, alla dominazione normanna, all’epoca angioina e al Regno di Napoli. Solo dopo l’unità d’Italia si tornò a investire sulla viticoltura locale. Il primo a crederci fu Francesco De Sanctis, nominato da Cavour Ministro della Pubblica Istruzione del Regno d’Italia, che inaugurò la prima scuola di viticoltura ed enologia nel 1880 proprio qui, ad Avellino.

A contribuire alla fama dei vini d’Irpinia ci fu anche la fillossera: in Irpinia arrivò più tardi, e così, fino al 1920, i vini dell’interno della Campania conobbero un successo inedito. In seguito, tuttavia, l’epidemia arrivò anche qui e distrusse numerosi vigneti, ma non tutti: ecco perché ancora oggi esistono esemplari che superano i 150 anni d’età. L’Irpinia rimase comunque una terra marginale e rurale fino agli anni ’70. Poi, con l’arrivo dei negozi, della televisione, della modernità, le cose cambiarono. “La modernità si è presa tutto,” commenta tristemente Luigi Tecce, storico produttore irpino. “Sembra un paradosso, ma nei tardi anni ‘70 quasi tutti hanno abbracciato la chimica. L’uomo, come sempre, non aveva capito niente.” Il problema si accentuò dopo il Terremoto del 23 novembre 1980: il giorno che obbligò un’intera cultura ad azzerare la propria memoria storica. Una società contadina che già stava morendo fu scossa in maniera veloce e drammatica: l’ammodernamento senza scrupolo fu la risposta più rapida. Il terremoto erose tutto: dall’architettura dei paesi ai luoghi rurali. La ricostruzione post sisma trasformò un paesaggio fatto di case di pietra e di legno, cancellando di fatto un patrimonio storico-architettonico: e poi, con la stessa disinvoltura, si cancellò quello biologico. Prima vittima? La viticoltura. Si sono cominciate a vendere le uve e si è deciso di investire sulla quantità. Furono pochi quelli che riuscirono a rimanere affezionati agli antichi metodi di produzione e coltivazione, ma chi ha capito il valore della tradizione ha saputo spogliarsi della chimica e ritornare a una visione atavica del fare il vino, oggi finalmente riconosciuta.

La bellezza della terra frastagliata e ai margini è dunque sopravvissuta, anzi: “l’Irpinia è la castagna di Montella; Irpinia è il seminativo dell’Alta Irpinia; ma è anche le Valli, il fiume Sabato e il fiume Calore, regno della vite, dell’ulivo e dell’albero da frutto” spiega Luigi Tecce. Ed è così che ci immergiamo in questa splendida cultura: imparando l’importanza delle radici, quelle che nemmeno la terra che trema riesce a estirpare. Ci sono le rovine artistiche, i castelli abbandonati, le cittadelle romaniche; e poi c’è il vino, che racchiude in sé un ululato potente ed eterno che risuona nelle cantine di tutto il mondo.

IRPINIA: UN LOCUS AMOENUS CIRCONDATO DALLE MONTAGNE

Prima di cominciare qualsiasi viaggio nelle terre d’Irpinia, serve trovare un bel punto panoramico e osservare. La terra che è racchiusa tra la provincia di Avellino e qualche limitrofo comune della provincia di Benevento è tanto eterogenea quanto variegati risultano i suoi vini. Un luogo mutevole, dunque, la cui varietà è data sia dall’articolata orografia di partenza, che dalle deformazioni tettoniche dovute ai sismi. Le erosioni qui disegnano letteralmente il contorno della regione, che alterna strati di argille compatte antiche, sedimenti vulcanici, sabbie e strati rocciosi.

Questo è un posto straordinario, da qualunque punto di vista lo si guardi: prendi la composizione del suolo, prendi i cloni – le meravigliose uve bianche, l’aglianico – le caratteristiche organolettiche, le correnti di vento costante, il sole del sud abbracciato dalle montagne: qui tutto si colora d’oro e ogni sfumatura lascia a bocca aperta.” Marco Tinessa comincia così il suo racconto della terra che l’ha richiamato a sé dopo tanti anni di lontananza, con una premessa: “Tornare qui e mettermi a fare il vino è stata una scelta folle, sotto numerosi punti di vista, primo fra tutti il fatto di avere già una carriera nel ramo finanziario e di non avere nessun tipo di eredità in tal senso; ma che ti devo dire, l’Irpinia la conosco come le mie tasche, eppure ha lo straordinario potere di stupirmi sempre. Qui non ti chiedi perché, chi me lo fa fare. Ti chiedi: perché no?”  

I grandi vitigni di cui parla li conosciamo e apprezziamo da secoli; “macché, millenni! Lo sapevi che i vini preferiti dai romani venivano fatti qui? Già allora si diceva che le straordinarie acidità delle uve irpine non conoscessero rivali.” E in effetti, ancora oggi, assaggiando un Fiano, un Greco o una Falanghina di queste terre, si distinguono all’istante una serie di caratteristiche organolettiche davvero incredibili. Il merito? “In primis, del clima. Gli sbalzi di temperatura sono eccezionali: è vero che fa caldo, sempre più caldo, ma paradossalmente il cambiamento climatico qui non ci tocca, anzi. Un mutamento del genere nelle temperature ci permette di vendemmiare a fine ottobre, al freddo.” Un clima di questo tipo, in grado di donare vini eleganti e dalle spiccate acidità, unito ai vitigni nobili dalla maturazione tardiva, porta a un risultato davvero unico. Lo sostiene anche Luigi Tecce: “le mie vigne sono a 40km in linea d’aria dal golfo di Salerno, eppure il clima qui è pedemontano: non abbiamo le alte vette alpine, ma siamo a ridosso delle montagne, il che significa più pioggia ed escursioni termiche fantastiche. Considera che anche nelle estati più calde possiamo raggiungere i 40 gradi giornalieri, ma nel cuore della notte la temperatura scende, e ti serve la maglia di lana.In un contesto del genere, il vitigno aglianico si fa sovrano: uva dal ciclo vegetativo lungo, germina presto e matura tardi già di per sé, ma in Irpinia la curva di maturazione si allunga ancora di più. Gli acini di aglianico accumulano zuccheri e raggiungono una perfetta maturazione fenolica nel mese di novembre; perciò, maturano col freddo. “L’invaiatura dell’aglianico comincia a fine agosto; hai presente quando, nelle estati torride, si dice che l’annata è stata bruciata dal sole? A noi questa cosa non tocca per niente. Mentre il merlot a Bolgheri matura, i nostri acini cambiano colore. Il che significa che la maturazione dell’aglianico avviene non prima di fine ottobre,” spiega Luigi.  

Il vento è un’altra caratteristica unica: essendo un’area circondata da catene montuose e boschi incontaminati, l’aria rimane fresca e asciutta; non c’è praticamente umidità, il che significa che il terreno può essere trattato ai minimi possibili. Una biodiversità del genere, definibile “bucolica”, si somma a un sottosuolo eterogeneo, risultato di sedimenti vulcanici misti a rocce e argille di epoche antiche.  

Luigi Tecce, grande appassionato di storia, mi spiega il perché: “i vini all’ombra del Vesuvio non sono solo quelli della pianura campana: il Vesuvio ha avuto un’attività esplosiva molto maggiore a quella di Pompei ed Ercolano. Basta studiare la storia: l’eruzione di Avellino di 3000 anni fa ha condizionato e arricchito in maniera sostanziale l’Irpinia.” Risultato? L’Irpinia ha tutto: è un suolo marino, calcareo e sabbioso, ricco di argilla e pregno di materiale vulcanico. La zona del Fiano è tendenzialmente più rocciosa. Entrando nel cuore della provincia di Avellino, superata Guido Marsella, si arriva nella zona collinare di Montefredane, nella Valle del Sabato. Qui i terreni sono più sciolti. Verso Lapio, nei pressi delle vigne di Marco Tinessa, la terra è vulcanica, con presenza di argilla morbida e rocce. A Tufo la situazione è più omogenea, ma basta salire in altitudine per trovare terreni più sciolti e sabbiosi, ricchi di scheletro.

Montemarano, la zona più argillosa e ricca, sfrutta la terra scura e regala un Aglianico mascolino e irruento; invece, a Castelfranci, aumenta lo scheletro e il terreno s’impoverisce, risultando più sciolto e offrendo espressioni di Aglianico più fini ed eleganti. Infine, si raggiunge Paternopoli, il paradiso di Luigi Tecce. Qui la terra muta ancora, così come i vini che ne derivano, capaci di donarci interpretazioni uniche nel loro genere. La zona di Taurasi, invece, è la più a valle e possiede un grande significato storico: “qui c’era la ferrovia, dove partivano i carichi di uve per il nord, specialmente negli anni in cui la fillossera aveva distrutto i vigneti di tutta Italia, risparmiando parzialmente le nostre viti, tra le più resistenti,” specifica Tinessa.

COME SI TRASFORMA IL POTENZIALE DI UN LUOGO IN UNA CULTURA CONDIVISA?

Quando Marco Tinessa mi racconta del terroir di questo incredibile locus amoenus, cita sempre il potenziale. Il potenziale della terra, il potenziale delle uve, il potenziale dei vini. Gli chiedo perché abbia scelto proprio questa parola: stringe gli occhi, volta lo sguardo; per un attimo non risponde.
Sai che in Irpinia sono l’unico, insieme a un amico, a fare biodinamica?” Ma come? “E biologici saranno non più di una decina, ma proprio a voler esagerare.” Parla di potenziale, dunque, perché l’Irpinia è una terra che ha tantissimo da dare, ma che spesso e volentieri si trova impossibilitata a esprimersi. La colpa? Di una cultura molto legata alle produzioni tradizionali che non riesce a staccarsi da determinati preconcetti quali la densità d’impianto e le alte rese. Da un lato è una visione romantica, mi confessa Marco, e non che la cosa non abbia note positive: tra queste c’è la meravigliosa biodiversità del territorio, caratteristica che territori meravigliosi come le langhe rischiano di perdere. “Quando arrivi qui, per prima cosa ti devi fermare e guardare: li vedi? Tra una vigna e l’altra ci sono boschi, uliveti, castagneti, pioppi, melograni. Tutto ciò non può che arricchire il terreno, ed è bello essere riusciti a preservare questa ricchezza.” E la ricchezza territoriale si somma a quella storico-culturale, come mi ricorda Luigi Tecce: “la tradizione per me è tutto; sono alla quinta generazione di uomini del vino. Quando mi chiedono: il vino è storia antropologica? Io rispondo: e certo che lo è! La vite è un arbusto, non un albero: senza la presenza dell’uomo non può sopravvivere. Il tralcio necessita l’uomo, l’uomo scrive la storia, e la storia che sopravvive al tempo crea la cultura”. Tuttavia, di fianco a ciò che, se mantenuto, possiede il dono delle cose che resistono al tempo, il lato oscuro della medaglia è che la tradizione vuole mantenere anche ciò che i produttori artigianali si impegnano a cambiare.  

Qui è difficile tutto, persino comprare la terra. L’Irpinia è povera, considera che la superficie media di un’azienda vinicola è di poco più di due ettari”. La cosa mi lascia molto sorpresa, ma in effetti le vigne qui sono veri e propri appezzamenti di terra, dislocati qua e là. Molte sono zone abbandonate, povere di servizi e infrastrutture; “è gestito tutto a livello familiare, perciò sradicare certe convinzioni è doppiamente difficile.” È una mentalità di sussistenza, che gira intorno a un mercato di uve inesistente, per cui il contadino investe sulle rese e non sulla qualità. Ma le cose stanno cambiando: negli ultimi dieci anni alcuni produttori artigianali stanno riuscendo a far esprimere al meglio le caratteristiche minerali del terroir. Ingredienti essenziali? Un pizzico di follia, tanto coraggio, e la tenacia nel non arrendersi mai. Il vignaiolo è molto più di un mestiere, mi racconta Marco: “Fare il vino è uno stile di vita, è una missione: non esistono scorciatoie né sentieri facili. Tutto sta nel quanto sei disposto a sacrificare. Quanto? Prima di cominciare te lo devi chiedere e devi avere il coraggio di risponderti. Fare vini che emozionano mica è facile! Però una cosa te la posso dire: il duro lavoro paga, paga sempre. Te l’assicuro, poi i risultati si vedono.” Sorride: “anzi, si sentono. A occhi chiusi.”  

4 GIORNI IN IRPINIA: L'ITINERARIO CONSIGLIATO

Giorno 1: Un tour che costeggi le montagne e s’insinui tra le valli dell’Irpinia non può che partire da una piccola città ancora nel Sannio, che però, se siete di passaggio, anticipa un luogo dai contorni meravigliosi: Sant’Agata De’ Goti, un vero gioiello campano. Nei pressi delle porte d’Irpinia, altra meta ideale per chi ama la natura è il Parco del Grassano, situato nel cuore della Valle Telesina. Qui si può fare trekking, organizzare picnic, andare in kayak lungo il fiume o andare a cavallo. Nel primo pomeriggio raggiungete la meta artistica più iconica dell’Irpinia, fondata secondo il mito da Diomede e da sempre ammirata per la sua bellezza senza tempo: Benevento. Qui una visita la merita senz’altro il teatro romano, una rovina policroma che racchiude in sé l’essenza di una terra che fa dello stupore inatteso la sua migliore qualità, così come l’arco di Traiano, perfettamente conservato. Una sosta obbligata dopo le visite storiche è il Bar Elisa, l’enoteca migliore della città. Godetevi la serata e dormite a Benevento, il museo a cielo aperto della Campania: domattina Marco vi aspetta a Montesarchio, ai confini del Sannio che dopo appena due chilometri cede il posto all'Irpinia bucolica.

Giorno 2: “Per chi ama il vino Montesarchio è straordinaria”, suggerisce Marco Tinessa. Perciò, iniziate col botto e saltate in macchina di buon mattino. Andate a scoprire la cantina del produttore irpino e fatevi raccontare la sua storia. Con tutta probabilità, Marco vi inviterà a dedicare una visita al Museo archeologico situato all'interno del Castello di Montesarchio. Una vera chicca della zona, specialmente per gli enofili: qui sono conservati gli antichi vasi vinari in cui i romani lasciavano maturare il vino degli Imperatori. Per pranzo, vi consigliamo di prenotare al XXII Maggio, ristorante ideale per addentrarsi nel mondo della cucina locale. Da provare le verdure e l’agnello. Nei dintorni di Montesarchio, consigliamo una sosta nel borgo arroccato di San Martino, altra chicca della Valle Caudina. Dopo aver visitato anche Montefredane, per la notte dirigetevi ad Avellino.

Giorno 3: Dedicate la mattinata alla scoperta della provincia verde dell’Irpinia: Avellino. Prima di lasciarvi alle spalle la città, vi consigliamo una piccola divagazione verso il Santuario Abbazia di Montevergine. In tarda mattinata, prendete la macchina e salite verso Ariano Irpino. Per pranzo, sedetevi ai tavolini del ristorante La Pignata. Nel pomeriggio, organizzate una visita in un’altra affascinante azienda vinicola di vini naturali: Cantina Giardino. Riscendendo, consigliamo una sosta a Grottaminarda, e poi una cena all’Osteria del Gallo e della Volpe, a Ospedaletto d’Alpinolo.

Giorno 4: L’ultimo giorno va dedicato al grande Luigi Tecce e alla sua filosofia artigianale: muovetevi verso Partenopoli e andate a trovarlo in mattinata, fatevi accompagnare tra i filari e chiedetegli di spiegarvi della sua raggiera avellinese. Una volta terminata la visita e assaggiati i vini pregiatissimi del produttore irpino, fate un pranzo al Caminetto di Partenopoli, tappa consigliata da Luigi stesso. Oppure, risalite in macchina e spostatevi verso Montemarano. Vicino al fiume si trova un vecchio mulino ristrutturato e trasformato in ristorante: concedetevi un’ultima sosta al Vecchio Mulino di Castelfranci, anche questo consigliato dal produttore. Prima di ripartire, il consiglio è di visitare l’Abbazia del Goleto, uno dei suoi luoghi preferiti e il modo migliore di salutare una terra accogliente e magica.

L’avventura è conclusa, ma ricordatevi di una cosa: ci sono luoghi che fanno molto di più che accompagnarci in un viaggio, cambiano il nostro modo di guardare le cose. In questo caso, spero, di assaporare un vino. Vi lascio con una frase che mi ha detto Luigi e che non credo dimenticherò mai: “Hemingway diceva sempre che per lui la scrittura è architettura, non arredamento. Quando bevi i miei vini, pensa a questo: se non edifichi le fondamenta non potrai reggere il tetto. Ecco che cos’è per me la vigna.”