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Guida pratica a Pantelleria

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Guida pratica a Pantelleria

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Nascosta nell’estrema periferia meridionale della penisola italiana, sorge l’isola dell’isola, terra vulcanica scolpita dal vento: Pantelleria. In questo luogo lontano da tutto e tutti ci dimentichiamo del superfluo, ricordandoci tutt’a un tratto della simbiosi più profonda mai esistita: quella tra uomo e natura.

Immaginate un naufrago pantesco alla corte di Eolo. Se il dio dei venti gli regalasse un otre sigillato contenente tutti i venti del mondo, fatta eccezione per l’unico che lo riporterà sull’isola, egli oserebbe mai aprirla rischiando di perdere la rotta? Crediamo di no, anzi: ci piace pensare che, a differenza di Ulisse, un abitante di Pantelleria non avrebbe bisogno di nessun aiuto, sarebbe in grado di riconoscere il colore del proprio mare e il profumo della propria terra a mille miglia di distanza. Perché Pantelleria è questo, un piccolo mondo a parte dotato di quel potere immenso, di rado in mano ai luoghi, capace di esercitare un’infinita attrazione su chi ne coglie la bellezza.

LA TERRA CHE RINASCE OGNI VOLTA: LA STORIA DI PANTELLERIA

Per quanto piccola e dislocata rispetto alle altre isole minori italiane, o forse proprio per questo, Pantelleria è stata in primis uno scoglio capace di accogliere uomini d’ogni cultura, fin dagli albori della storia antica. Addirittura risalgono al neolitico alcune delle pietre nere più preziose dell’isola: parliamo dell’ossidiana, un minerale locale detto anche “l’oro nero che viene dal mare”. Dell’utilizzo e poi del commercio che caratterizza questa pietra si sono fatti primi testimoni i Sesioti, un’antica popolazione pantesca, la prima ad abitarne i ripidi versanti, circa nel 5.000 a.c. Dopo di loro si hanno notizie incerte: quel che è certo è che fu con i Fenici, prima, e i Cartaginesi, negli anni a venire, che l’isola cominciò ad attivarsi nel campo dell’agricoltura, introducendo già da quest’epoca lontanissima il tradizionale alberello pantesco. Inoltre, il generale cartaginese Magone, nei suoi scritti datati 200 a.C. già descriveva l’antico metodo di produzione dell’antenato dell’odierno Passito di Pantelleria.

Data la sua ottima posizione, sia militare che commerciale, Pantelleria è sempre stata uno dei pedoni principali nello scacchiere mediterraneo dell’epoca: passata dunque nelle mani dei Romani, per un breve periodo preda dei Vandali, poi bottino dei Bizantini, si fa conquista dei più disparati popoli, fino agli Arabi, che dall’anno 827 introducono sul suolo pantesco numerose innovazioni in campo agricolo. Secondo la leggenda, il vitigno zibibbo – il cui nome deriva dall’arabo zabib, uvetta – è stato introdotto proprio dalle popolazioni saracene. Di origine araba pare essere anche il dammuso, tipica costruzione architettonica pantesca a forma di cubo e con il tetto a cupola, oggi considerata un’abitazione di prestigio. Dopo le dominazioni degli Svevi, degli Angioini, degli Aragonesi e dei Turchi, i Borboni s’insediano sul suo suolo come gli ennesimi invasori.

Con l’annessione al Regno d’Italia il fenomeno del brigantaggio peggiora ulteriormente una situazione già disastrata dai saccheggi dei pirati: è solo con la cessazione dei dazi feudali di fine ottocento e di una sempre maggiore crescita della coltivazione dello zibibbo che Pantelleria comincia a rialzarsi sia economicamente che a livello strategico. Il tutto viene bruscamente interrotto dalla seconda guerra mondiale: Pantelleria è stata infatti il primo vero sbarco ufficiale degli alleati sul suolo italiano, pagato tuttavia a prezzo carissimo. Nel 1943 la perla del Mediterraneo, il punto luce di un intero paese, subisce un pesante bombardamento che ne distrugge i centri abitati e le coltivazioni. Un’offensiva spietata e massiva che venne chiamata in codice, ironia della sorte, “Operazione Cavatappi”. Al termine del conflitto la situazione dell’isola è disastrosa: i centri urbani sono devastati dalle bombe e i vigneti che costellavano l’isola sono ora gravemente danneggiati. Gli abitanti di Pantelleria, i sopravvissuti ai domini, ai saccheggi, alle pestilenze, alle guerre e agli ingiusti bombardamenti, si guardano intorno: osservano tutto quello che hanno perso e cercano di identificare cosa è rimasto. Da lì partono, e piano, faticosamente, un masso alla volta, muretto a secco dopo muretto a secco, fanno quello che i panteschi sanno fare meglio: dare vita. Oggi Pantelleria è tornata al suo magico splendore, forse una luce che non aveva mai visto prima. Se ne attraversate le stradine che si inerpicano tra i diversi percorsi potete ancora trovare i lasciti delle dominazioni precedenti – monasteri, acropoli, reperti archeologici – ma è dando le spalle a tutto il resto e voltandovi verso il mare, chiudendo gli occhi e inspirando forte, che riuscirete a sentire la più vera e profonda essenza di questa terra: il profumo. Ai suoi abitanti non serve altro che questo per ritrovare la via che conduce direttamente a casa.

OLTRE LA SUPERFICIE: ALLA SCOPERTA DELL'ISOLA LONTANA

Se per sentire Pantelleria basta chiudere gli occhi e inspirare forte, per capirla a fondo serve guardarsi intorno: da queste parti uno dei tesori più preziosi sta tra le rocce che ne tracciano i contorni. Basalti del colore del carbone, ossidiane dalle sfumature verde bottiglia, sedimenti di tufo sul bordo di una caldera a Rukia e le abbacinanti pietre pomici posizionate sui terrazzamenti donano alla perla nera del Mediterraneo un fascino unico. E questa non è altro che la superficie! Del complesso vulcanico che rappresenta Pantelleria, infatti, nemmeno il 30% è emerso. Il resto si trova sotto il livello del mare, arrivando a toccare una profondità di 1200 metri. Sulla terraferma, invece, il punto più alto è la Montagna Grande, che tocca gli 836 metri sul livello del mare. Ciò che resta dell’attività vulcanica sono piccoli fenomeni naturali di secondo grado, come le sorgenti idrotermali di Nikà, le acque calde della grotta di Satarìa e le vasche termali naturali di Gadir.

Se alzate lo sguardo è probabile che il vento forte vi costringa a socchiudere gli occhi per un momento: ecco, un altro degli elementi più importanti dell’intera isola è il vento. È lui il sovrano di queste terre aride ed estreme: arriva dappertutto, vuole essere ovunque e mai farci dimenticare della sua potenza. Ecco perché le piante selvatiche, gli arbusti e i cespugli crescono bassi e contorti: sono al cospetto di Eolo. I rami e le foglie del cappero si sviluppano in basso, quasi fossero sdraiate, ed è così anche per gli ulivi e le viti, la cui storica coltivazione ad alberello pantesco è ufficialmente rientrata nel patrimonio immateriale dell’umanità UNESCO nel 2014. Nel corso dei secoli l’uomo ha ideato svariati modi per aiutare la natura a proteggersi, senza mai invadere ciò che accade nel mondo selvatico: il risultato del suo impegno lo troviamo nella miriade di muretti a secco che sfidano il tempo e le intemperie.

I panteschi li costruiscono ammassando e concatenando una doppia fila di pietre laviche, ideali per proteggere le coltivazioni e tutelare la biodiversità dell’isola. Anche i caratteristici giardini circolari panteschi sono costruiti secondo una danza geometrica che mira a salvaguardare gli alberi di agrumi dal vento.

Dello spettacolo a perdita d’occhio dell’isola una buona parte della scenografia è dedicata alla meraviglia dei vigneti, coltivati tramite l’antica ed elaborata tecnica dell’alberello pantesco, che ne rappresenta il simbolo più emblematico: piccole piante crescono senza sostegno, in una conca di circa venti centimetri pensata per proteggere dalle forti correnti il tronco principale e per fungere da bacinella per mantenere l’umidità il più a lungo possibile. Tra le basse piante che si estendono in orizzontale e che costellano i terreni terrazzati esposti a sud, ci soffermiamo sul vitigno principe di Pantelleria: lo zibibbo. Dalla storia antica e contorta, quella conosciuta anche come moscato d’Alessandria è un’uva aromatica incredibile, ideale sia per la vinificazione tradizionale che per l’essicazione. Tra i grandi vini panteschi da uve zibibbo il famosissimo Passito di Pantelleria, da uve autoctone appassite, almeno in parte, al sole. Un vino dolce dai sentori aromatici e intensi, dove tra la frutta gialla matura e la frutta secca spiccano sensazioni di miele. Come disse Omero, il vino dolce è, per le sue lontanissime origini e la profonda tradizione che contiene nel suo nettare, “la perla dell’antichità”.

IL POTERE DEL SUOLO, LA MAGIA DEL VENTO: LA VITE PANTESCA

Ci sono posti, per lo più piccoli, per lo più nascosti, in cui il vino rappresenta lo specchio di una mentalità, di un carattere; senza fronzoli, trasparente e in apparenza ruvido, eppure talmente profondo da arrivare a toccare l’anima. A Pantelleria ogni aspetto della viticoltura ha una connotazione storica e tradizionale, che i produttori artigianali si impegnano il più possibile a preservare e proteggere: tra i filari delle vigne, per esempio, si usa ancora la zappa o – dove si può – l’aratro trainato dall’asino pantesco, un esemplare meraviglioso, oggi in via d’estinzione. È proprio questo che accomuna le cantine artigianali: l’attenzione e la cura nei confronti non solo di un luogo, ma di un’intera cultura. Può dunque un territorio così circoscritto possedere una voce tanto potente? La risposta è sempre nelle orecchie, nella capacità di sentire, di andare oltre la mera vista. Certo, un luogo tanto selvaggio ed estremo, privo di sorgenti d’acqua, parrebbe una scelta azzardata a un’analisi superficiale. Ma nelle correnti di Scirocco e Maestrale si nasconde l’occasione di un’agricoltura libera, soggetta allo slancio artistico dei suoi coraggiosi viticoltori eroici.

I panteschi sono come la loro isola: solo la punta è visibile a occhio nudo, il resto è tutto da scoprire. Lo dimostrano le diverse piccole realtà vitivinicole dislocate nelle contrade, tra cui Tanca Nica (in foto)Abbazia San Giorgio e un progetto del marsalese Marco De Bartoli, che decise di affidare a Pantelleria la sua avventura più audace. Di come sia possibile che una terra tanto arida e selvaggia sappia dare frutti così preziosi ce ne parla Giotto Bini, produttore di splendidi vini Triple “A” firmati Serragghia. Lo fa abbassando la testa e indicando il suolo. Noi lo imitiamo e per un attimo stiamo così, in silenzio, a seguire le sue dita che si muovono lungo le pietre vulcaniche. È una sensazione strana da spiegare, ma è come se in questo luogo si cercasse Dio guardando in basso.

Come se la speranza, la fiducia, i desideri, tutto fosse riposto nelle magie che si attendono dalla terra, invece che dal cielo: “il suolo è estremamente fertile, qui, e il merito è dei lapilli eruttati dalla ‘muntagna’, questi piccoli sassi che drenano l’acqua molto lentamente e permettono di non irrigare.” La cosa è sbalorditiva, considerando che Pantelleria è uno dei luoghi più soleggiati del Mediterraneo. “Anche i muretti a secco svolgono un ruolo importante: sono capaci di mantenere l’umidità marina per diverso tempo.” La siccità, dunque, non rappresenta un problema per le viti che, in contrada Serraglia, dove ha sede la cantina di Giotto Bini, figlio del visionario Gabrio, hanno saputo prendere la forma della loro terra ribelle.

Se dalla vite ci si aspetta un adattamento audace, è sorprendente venire a sapere che non è la sola pianta ad aver trovato nella scarsità di pioggia e nelle rocce basaltiche il suo luogo d’elezione. Famosissimi in tutto il mondo sono infatti anche le coltivazioni di capperi di Pantelleria, tra i più buoni al mondo, la prima grande passione che ha spinto l’architetto milanese Gabrio Bini a trasferirsi sull’isola. “Noi li coltiviamo senza l’ausilio di prodotti chimici e li mettiamo in una salamoia molto particolare, creata appositamente da noi, fatta con il sale oceanico Fleur de sel de Guèrande. Il risultato sono capperi dai grandi aromi e profumi,” ci racconta. Al loro fianco si coltivano preziosi alberi da frutto, prevalentemente di agrumi o fichi d’India, protetti dai giardini circolari di origine araba. È interessante notare come Pantelleria sia un’isola di terra piuttosto che di mare: qui la gastronomia si concentra principalmente su formaggi, ortaggi, legumi, confetture, mostarde e un ottimo olio. Tra le prelibatezze più apprezzate troviamo la Sciakisciuka – la caponata locale di verdure, e la cucurummà, un piatto in umido a base delle zucchine che si coltivano tra le correnti di scirocco. Tra i dolciumi, impossibile non citare il bacio pantesco, un dolce tipico dalla sfoglia croccante e ripieno di ricotta. Ai pescatori l’isola predilige i contadini – merito anche delle costiere ripide e della scarsità di porticcioli naturali – e ciò si riflette nei piatti tipici della perla nera.

4 GIORNI A PANTELLERIA: L'ITINERARIO CONSIGLIATO

Veniamo dunque alla parte succulenta del viaggio. Un itinerario alla scoperta della perla nera. La prima cosa da sapere è che raggiungere quest’isola non è semplicissimo, ma d’altronde il fascino risiede nel piacere della conquista, ed è forse questa sua anima ancora primitiva e misteriosa a fare innamorare tutti coloro che ne intravedono già da lontano “la forma di un enorme tartaruga addormentata sull’acqua” (Alexandre Dumas).

Giorno 1: Immergersi nello spirito pantesco. Una premessa prima di cominciare: Pantelleria è un’isola da vedere senza fretta, perciò abbiamo creato un itinerario lento per permettervi di godere al meglio della sua straordinaria bellezza. Innanzitutto, appena arrivati affittate un motorino o una macchina e date inizio alle danze. Potreste cominciare dal lago di Venere nel Parco Nazionale di Pantelleria. Un meraviglioso bacino vulcanico dall’acqua cristallina, ideale per un trattamento termale fai da te sulle coste delle sorgenti più calde.

Se l’orario ve lo concede, regalatevi una pausa pranzo a base di pane cunzato con panelle all’azienda agricola MaRai, un luogo dove la tradizione isolana si unisce a quella familiare e crea un perfetto primo assaggio dell’ospitalità pantesca. Nel pomeriggio vi consigliamo una visita a Gadir, sulla costa nord-est dell’isola, a soli venti minuti di macchina. Il porticciolo di origine araba è il luogo perfetto dove toccare con mano lo stile dell’isola. Per la prima cena, tra i ristoranti che meglio racchiudono lo spirito pantesco e l’amore per le materie prime locali, vi consigliamo Il Principe e il Pirata, per una cena a base di pesce che più fresco non si può e di vini all’altezza del menu.

Giorno 2: Giotto, Gabrio e Serragghia. All’alba del secondo giorno l’acquolina in bocca inizia a farsi sentire: è arrivato il momento di una giornata a tema vino. Salite in macchina di buon mattino e andate a trovare la storica azienda agricola Serragghia, nell’omonima contrada. Scoprirete un luogo magico e ospitale e verrete accompagnati dal poliedrico Giotto Bini in un viaggio alla scoperta dello Zibibbo in anfora più sorprendente che abbiate mai provato. Se poi doveste riuscite a incrociare Gabrio, trovate il tempo di chiedergli dei suoi viaggi, delle sue intuizioni, delle sue incredibili esperienze. Vivrete una mattinata in compagnia del vulcano più attivo dell’isola, un uomo che ha fatto delle sue idee una vera colata di lava, incandescente e indelebile. Nel pomeriggio, vi consigliamo un pitstop balneare presso la Cala dei Turchi, una meravigliosa insenatura incastonata tra le rocce laviche dove l’accesso al mare è relativamente semplice. Infine, per l’orario aperitivo recatevi a Scauri, a sud-ovest dell’isola. Un piccolo borgo con colori pastello e annesso porticciolo, dove potrete gustare un ottimo aperitivo da Kayà-Kayà. Infine, per cena, spostatevi nell’entroterra in una delle ultime aperture dell’isola: Isca Pantelleria, trattoria moderna dalla carta vini strepitosa, un’ode alla tradizione rivisitata in chiave innovativa e sostenibile.

Giorno 3: Tra calici e cale nascoste. Montate in macchina e fatevi largo tra le stradine strette verso Montagna Grande. Oggi la vostra giornata pantesca inizia da Abbazia San Giorgio. Tra una visita alle vigne, qualche calice di orange e la conoscenza del mitico Battista Belvisi, la mattinata volerà e in men che non si dica vi ritroverete seduti a tavola con la splendida cucina familiare di una cantina che è anche simbolo di un cuore aperto che sovrasta il rumore del vento. Nel pomeriggio, se siete amanti del trekking – e desiderate smaltire qualche calice di troppo – vi consigliamo un itinerario pedonale semplice e caratteristico, in partenza da Cala Cinque Denti. Un percorso ad anello creato durante l’Impero romano che vi farà scoprire numerose calette nascoste. Se invece preferite rilassarvi, Cala Cinque Denti è il golfo riparato dai venti di Scirocco dove fare snorkeling o semplicemente stendersi su un asciugamano e inspirare a fondo i profumi dell’isola. Per l’aperitivo, regalatevi una luce indimenticabile da Scruscio, l’osteria del mare dove ammirare i colori infuocati dell’isola. Qui potete anche cenare: troverete una carta vini con piccole cantine locali di splendidi vini naturali.

Giorno 4: L’eredità dell’isola. A proposito della capacità di guardare il mondo da prospettive diverse, anche Pantelleria si merita di essere scoperta da tutte le angolazioni. Perciò, l’ultimo giorno vi consigliamo un giro in barca intorno all’isola, il modo migliore di scoprire tutti i suoi tesori più nascosti, a partire dalle sue rocce basaltiche. La conclusione perfetta di questo viaggio è solo una: una bottiglia con una freccia che invita a chiudere gli occhi e ad aprire le orecchie. Ed eccolo: il mare che si infrange sugli scogli, il vento che muove i capelli, i profumi di agrumi che solleticano il naso e il sole cocente che abbronza la pelle. Sta tutto qui dentro: nello Zibibbo Serragghia Heritage di Giotto Bini, il vino perfetto per accompagnare il calar del sole e aspettare la luna, come tanti anni fa fece Gabriel Garcìa Marquez: “Esplorando i fondali addormentati intorno all’isola avevamo recuperato un’anfora con ghirlande pietrificate che dentro aveva ancora i residui di un vino immemore corroso dagli anni, e avevamo fatto il bagno in una gora fumante, le cui acque erano così dense che si poteva quasi camminarvi sopra. Io pensavo con una certa nostalgia premonitrice che così doveva essere la luna. Ma lo sbarco di Amstrong aumentò il mio orgoglio patriottico: Pantelleria era meglio.”

Se un naufrago pantesco si trovasse alla corte di Eolo e questi gli offrisse un otre sigillato contenente tutti i venti eccetto uno, quello che lo riporterà a casa, lui scuoterebbe la testa, ringrazierebbe e rifiuterebbe l’aiuto. Invece, porgerebbe al dio del vento una bottiglia di vino. Anche questa sigillata: vienici a trovare, gli direbbe. E a Eolo non servirebbero altre indicazioni che questa.

Foto di Triple "A", Tanca Nica, Il Principe e il Pirata

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