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Tutte le declinazioni della syrah di Matthieu Barret

Reportage //

Tutte le declinazioni della syrah di Matthieu Barret

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Come può un vitigno diventare uno strumento al servizio del vignaiolo per esprimere la varietà di suoli e annate di un territorio? Per darci una risposta siamo andati a trovare Matthieu Barret, grande interprete della syrah della Valle del Rodano settentrionale.

Risalendo la rive gauche del Rodano in direzione nord, a partire dalla città di Valence, guardando alla vostra destra, dopo aver superato Cornas, non potrete fare a meno di notare un elegante edificio color antracite con una parte della facciata in legno. A quel punto, la scritta dell’insegna sarà solo un’inutile conferma: vi trovate alle porte del Domaine du Coulet.

MATTHIEU, IL PETIT OURS DI CORNAS

Mentre siamo in viaggio in direzione Cornas, realizzo che la syrah, tra i più famosi, è in assoluto il vitigno di cui ho più esperienza teorica che pratica. Vale a dire che ne so di più da quanto ne ho appreso sui libri, rispetto a quanto abbia potuto fare attraverso il calice. Tra l’altro, le poche syrah che mi sono passate nel bicchiere si concentrano perlopiù su alcune interessanti espressioni del panorama toscano, piuttosto che sulle più note e raffinate Appellations francesi come Hermitage, Crozes-Hermitage, Côte Rôtie, Cornas e via dicendo. In quest’ottica, andare a trovare Matthieu Barret è il modo migliore per fare i primi passi alla scoperta di alcune delle più interessanti declinazioni del vitigno, attraverso il quale la Valle del Rodano settentrionale ha scritto le sue più importanti pagine della storia del vino.

Arrivando di fronte al Domaine, dal finestrino, quasi si faticano a distinguere gli scoscesi pendii rocciosi, avvolti dalla foschia mattutina, che si parano alla nostra destra. Mentre parcheggiamo, dall’auto al nostro fianco scende un uomo alto e robusto, con i capelli corti color castano chiaro. Vedo che butta l’occhio sulla nostra targa ed esordisce: “Les importateurs italiens?” Annuiamo. “Piacere, sono Cristophe” riprende mettendo alla prova il suo italiano, “mi occupo del commerciale al Domaine du Coulet. Oggi vi accompagno anche io in visita. Andiamo, vi porto da Matthieu”.

Cristophe ci fa strada attraverso la porta degli uffici del Domaine per poi entrare in cantina, dove due ragazze stanno lavorando sulla linea di imbottigliamento. Cristophe ce le presenta, scambia con loro due chiacchiere, poi chiede di Matthieu. È nel suo ufficio, al piano sotterraneo. Sulle pareti, saltano subito all’occhio alcuni graffiti in cui ritorna costante la figura dell’orso, vera e propria mascotte di Coulet. Del resto il Petit Ours è l’etichetta per eccellenza dell’attività di négoce di Matthieu, e ha finito per identificare anche un po’ l’intero Domaine.

Seguiamo Cristophe lungo una rampa di scale e ci ritroviamo nel cuore della sala d’affinamento dei vini, interamente dominata dal cemento. Al fianco di una fila interminabile di grandi vasche, ritroviamo anche quelle a forma di diamante che avevamo incontrato al Domaine de Villeneuve; questa volta ne contiamo addirittura diciotto. Finalmente riconosciamo Matthieu, che ci saluta dal fondo del corridoio. È un uomo sui quaranta, corpulento, con i riccioli castani, dai modi bruschi, irruenti ma gentili. Ci si presenta e saluta Fabio, che subito gli chiede dei campi di albicocche, il ricordo più vivido dell’ultima volta che è venuto in vista al Domaine. “Li ho dovuti espiantare” replica Matthieu, fingendo un velo di tristezza “ma ho potuto piantare nuove vigne” chiude in una fragorosa risata. Sorrido, capendo che l’orso non identifica solo la linea di négoce del Domaine, ma anche il modo di fare del vigneron. Matthieu però è un orso buono e accogliente. “Il nome” ci spiega “deriva da un vecchio cartone per bambini: Les aventures de Petit Ours Brun. Ho cominciato a fare négoce nel 2009, volevo tirarmi fuori dallo stile più classico della regione, non solo per quanto riguarda l’espressione dei vini, ma anche a livello di immagine”.

Lo seguiamo nella sala di fronte al suo ufficio, dove lungo le pareti sono schierate diverse anfore inclinate. Al centro si trovano due grandi damigiane di vetro, ricoperte da teli che le proteggono dalla luce. “Le ho fatte costruire della stessa dimensione di una barrique” comincia a spiegare, “l’idea è che il vino cominci il suo rapporto col vetro prima ancora di andare in bottiglia. Ora sto facendo una sperimentazione con del pinot nero dalla Borgogna che mi ha dato Philippe Pacalet. È un gioco, anche se molto costoso”. Poi indica una classica damigiana da sfuso, “Sessanta euro per trentaquattro litri, diverse migliaia per duecentoventicinque” conclude in una nuova fragorosa risata.

Cristophe nel frattempo ci spiega che l’inclinazione delle anfore permette un lento e costante movimento del vino a contatto con le fecce fini, modalità di affinamento che serve a preservare freschezza, frutto ed energia, i principali marchi di fabbrica dei vini del Domaine. “Anche le anfore sono vetrificate all’interno tramite un processo di seconda cottura” interviene Matthieu abbiamo interamente eliminato le botti, che per me asciugano il vino e cuociono gli aromi. Quando gli chiedo quanto sia presente e diffuso l’uso del legno nell’espressione dei vini della regione, mi risponde che sicuramente oggi l’impatto è molto meno marcato rispetto agli anni ’80, “Comunque troppo per me”. E la sua tipica risata, a questo punto, già me l’aspetto. Matthieu ci tiene a mostrarci ancora l’anfora dove sta maturando una syrah frutto di un’altra collaborazione, questa volta con Jean-Michel Stephan, un suo collega della Côte Rôtie. Poi ci esorta a prendere un calice, torniamo nella grande sala del cemento e diamo il via alle danze.

LA SYRAH, IL GRANITO E LE LORO FORME

Cominciamo con un bianco di riscaldamento: il Petit Ours Blanc del 2022, assemblaggio di marsanne, roussanne e viognier. “È stata un’annata molto calda” racconta Matthieu “la maturità delle uve si è fermata e quindi si è sviluppato poco alcol. Per fortuna sono arrivate le giuste piogge appena prima della vendemmia. Per la scelta del momento di raccolta esistono due scuole: c’è chi aspetta la maturazione fenolica a ogni costo, e chi vuole mantenere la freschezza. Io faccio parte della seconda”.

Poi la syrah si prende tutta la scena. Mettiamo a confronto il Petit Ours e il Villan, uno dall’anima più mediterranea e l’altro più nordica, per via della provenienza delle uve da aree diverse dell’Ardèche. A fare da fil rouge sono la freschezza e il frutto esplosivi, ottenuti grazie alla fermentazione semi-carbonica con una piccola percentuale di raspi. La syrah del Black Flag invece, proveniente da una zona con maggior presenza di calcare, restituisce un vino dall’acidità meno scalpitante, ma più ricco in colore e tessitura. Chiude le fila dei vins de soif il No Wine’s Land, figlio di vigne giovani di un appezzamento tra Saint Joseph e Cornas, ma fuori da entrambe le Appellations.

Poi, ancora il tempo di un passaggio da un Saint Joseph di grande delicatezza e arriva il momento più atteso, quello dei Cornas, i pezzi da novanta del Domaine du Coulet. Il granito è la matrice comune tra le varie espressioni, declinate secondo il grado di disgregazione della roccia, l’esposizione del vigneto e l’età delle piante.

Il Brise Cailloux, dove il granito è più disgregato, spicca per la sua sapidità che restituisce tensione al vino, opponendo a un naso esuberante una bocca più austera di quanto ci si potrebbe aspettare. Al contrario, la Géniale Patronne si esprime più denso, caldo e ricco. “La syrah in questo caso proviene da due lieux-dits diversi: Géniale e Patronne, che si trovano entrambi ai piedi dei pendii di Cornas, restituendo tanta materia. Ho dovuto usare l’80% dei raspi per riuscire a bilanciarlo in freschezza”. “La Géniale Patronne è un tributo a sua moglie Cécile” puntualizza Cristophe in un sorriso.

Il Billes Noires, da vigne di settant’anni, inizialmente si presenta più serioso, carnoso, di grande profondità e stoffa. E forse non abbiamo neanche il tempo di aspettarlo nel calice fino al pieno delle sue potenzialità, perché Matthieu ci sta già versando il Gore, ottenuto da syrah di piante di trentacinque anni, coltivate sui terreni più in altitudine di Cornas, dove il granito è meno disgregato, che alla stessa profondità del Billes Noires associa un sorso più aereo, di straordinaria mineralità ed eleganza.

“Il Gore e l’Ogre provengono dalla stessa parcella esposta a nord-est, ma hanno due stili molto differenti. Nelle annate calde produco il Gore, un’espressione più densa e ricca, in quelle fredde invece prende vita l’Ogre, la quintessenza di mineralità ed eleganza del syrah di questo vigneto, la versione che preferisco”.

Terminato il giro delle 2022, non possiamo esimerci da due assaggi della 2021, dove il Brise Cailloux si esprime più speziato e il Billes Noires più carnoso, ma entrambi caratterizzati da un’acidità viva e scalpitante, quasi citrica. “La 2021 è stata un’annata molto piovosa” dice Cristophe, “in Francia è stata segnata dalle gelate quasi ovunque, Matthieu invece ha fatto il suo più grande raccolto della storia”.

Mentre risaliamo al piano superiore, Matthieu ci parla della grande biodiversità della syrah che popola i suoi vigneti e di come il cambiamento climatico stia mischiando le carte in tavola: “Bisogna certamente preservare le varietà antiche, ma se una volta si cercavano le syrah dagli acini più piccoli, oggi, con tutto questo caldo, restituiscono sempre meno succo. Così si è tornati a preferire le varietà incrociate del dopoguerra, che al tempo erano state pensate per aumentare le rese tramite acini di dimensioni maggiori, ma oggi hanno un nuovo valore.

RITORNO A CORNAS

Matthieu ha prenotato un tavolo a un ristorante poco distante, ma prima è prevista ancora una tappa nella sala di degustazione del Domaine, dove ci cimentiamo nel riconoscimento “alla cieca” delle varie espressioni dei Cornas di Matthieu.

Ancora una volta però si parte dal bianco, con il Brise Cailloux Blanc, che a partire dal 2021 sarà prodotto esclusivamente in versione orange, grazie a due mesi di macerazione a cappello sommerso. “Il nome Brise Cailloux è dovuto proprio alla sabbia granitica e ai ciottoli, che si sono originati dalla disgregazione della roccia” spiega Matthieu, “in questo uvaggio, la roussanne dona al vino la struttura, la marsanne la tensione e una punta di amartume, mentre il viognier restituisce il lato più aromatico e opulento. E la macerazione regala il giusto grip in bocca”.

Mentre proviamo a dare un nome alle varie syrah che ci passano nel calice, il discorso si sposta sull’uso della solforosa. Matthieu nel tempo ha già portato avanti diverse sperimentazioni, ma non crede che sia una strada attualmente percorribile per il Domaine du Coulet. “Quando cominci a fare tante bottiglie” ci racconta “il rischio finanziario aumenta e i vini senza solfiti aggiunti necessitano di tante cure che non possiamo garantire, soprattutto a quelli che compiono viaggi intercontinentali. Il mercato italiano è più pronto ad accogliere il vino come un essere vivente, con i suoi momenti e le sue fasi, sia perché l’Italia è un paese di produttori, sia grazie ad aziende come la Velier, che hanno trasmesso ai clienti una certa sensibilità. Al contrario, i mercati anglosassoni richiedono vini performanti appena aperti e sono meno disposti a comprendere alcuni particolari stadi del loro percorso evolutivo”.

Con Christophe invece ci soffermiamo sull’uso del termine “naturale” legato al vino, che lui crede sia stato necessario in un certo periodo storico, ma oggi è diventato superfluo. “Il punto è fare vino”esclama “il discorso è diventato troppo intellettuale: è la bocca a fare da giudice. Se, deglutendo, il vino non scorre e si blocca, c’è qualcosa che non va!”. Poi ci raggiunge Cécile, la moglie di Matthieu, che lo affianca anche nel lavoro da più di vent’anni. È tempo di mettersi in macchina, al ristorante ci stanno aspettando.

Lungo la strada, Matthieu mi racconta la sua storia. Cresciuto nel sud, da madre provenzale e padre di Cornas, il suo arrivo in Valle del Rodano risale al ’97, subito dopo gli studi. “Ho fatto un anno a Montpellier, dove ho imparato a bere, e due anni a Beaune, dove invece ho studiato sul serio. Mio nonno faceva il vino per le cooperative e, con il mio ritorno a Cornas, abbiamo iniziato a imbottigliarlo, ottenendo la certificazione biologica nel 2000 e adottando le pratiche biodinamiche a partire dal 2002. Il vino, secondo me, a differenza di quanto mi era stato insegnato, è principalmente un prodotto della natura, quindi in agricoltura non avrei potuto scegliere altra strada. Il passo successivo è stato capire come dividere le parcelle tramite gli assaggi. La prima volta che ho vinificato in purezza la syrah del Gore mi sono detto: qui c’è qualcosa di particolare!”.

Qualche ora dopo, prima di salutarci, Matthieu ci porta sui più ripidi pendii di Cornas, tra i filari del vigneto di Billes Noires, che si affacciano sul Rodano e risalgono sulla cima, fino a scollinare a nord-est. È da quella piccola parcella di un ettaro, sul versante opposto al nostro, che prende vita il Gore. E, in quel momento, la vicinanza ai vigneti di Matthieu offre anche una buona chiave di lettura dell’affascinante diversità tra le declinazioni di syrah che ci sono passate prima nel bicchiere. Espressioni senza soluzione di continuità dell’incredibile varietà di suoli e annate, che definiscono la faglia granitica nel calcare di Cornas che prende il nome di Coulet.

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