Possa, viticoltura eroica e sole d'inverno

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Possa, viticoltura eroica e sole d'inverno

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Gli ingredienti per essere vignaioli alle Cinque Terre? Anima, sudore e un pizzico di follia: abbiamo trascorso una giornata in compagnia di Heydi Bonanini, tra vigneti scoscesi e pendenze vertiginose.

Lungo uno dei tornanti che dalla strada provinciale delle Cinque Terre scollinano verso Riomaggiore, in curva e nascosti tra le fronde, pochi gradini in pietra portano a un cancelletto in ferro battuto. State entrando da Possa, il regno di Heydi Samuele Bonanini, un luogo tanto impervio quanto affascinante, dove fare viticoltura significa prima di tutto sacrificio e forza di volontà.

Possa

IL LAVORO IN CINQUE TERRE TRA IERI E OGGI, NECESSITÀ O SENTIMENTO?

Cinque incantevoli borghi medievali incastonati in poco più di dieci chilometri di costa frastagliata fatta di rocce nude, strapiombi sul mare e pendenze vertiginose. Senza dubbio uno dei paesaggi più belli, suggestivi ed enigmatici di tutta la penisola, le Cinque Terre sono il ritratto di uno storico conflitto tra una natura impervia e selvaggia e l’uomo nel suo tentativo di domarla. Una convivenza per lungo tempo forzata, una modellazione del paesaggio fatta di terrazzamenti e muretti a secco, una sfida che nel passato ha visto l’uomo domesticare territori indomiti e ostili. Ne sono testimonianza due documentari dell’Istituto Luce, memoria di questo rapporto tra uomo e natura, e fedele racconto del lavoro alle Cinque Terre (1942) e della vendemmia via mare (1956).

Saranno poi gli anni Sessanta, con l’arrivo della ferrovia e l’avvio di un importante fenomeno emigratorio, a dare la prima avvisaglia di una battuta d’arresto, che in poco meno di mezzo secolo, tra un progressivo spopolamento e il conseguente rinselvatichirsi delle terre abbandonate, vedrà le Cinque Terre passare da milleduecento a poco più di cento ettari vitati. Chi è rimasto qui e ha deciso di investire con perseveranza nell’agricoltura lo ha fatto principalmente per una questione di cuore, per un legame indissolubile con questa terra e con questa natura che tanto dà e tanto velocemente tutto si riprende.

MI SONO AFFACCIATO SULLE VIGNE DI POSSA: QUANDO LA BELLEZZA VINCE LE VERTIGINI

foto ocaAppena entrati, pavoneggiandosi dal terrazzamento superiore al nostro un’oca sorniosa ci indica la strada a suon di starnazzi. È meglio prestare attenzione a dove si mettono i piedi, visto lo spazio risicato che ci separa da un volo di un metro e mezzo sul filare sottostante, ma guardare in terra di fronte allo spettacolo che ci si para davanti è quasi impossibile. Sotto di noi si dispiegano terrazzamenti a fasce larghi non più di tre metri, piccoli lembi di terra, dove le viti si ancorano come possono al terreno, che si susseguono fino a scogli rocciosi su cui s’infrangono le onde spumeggianti.

Una vecchia rotaia ci guida fino a una casa in pietra nel vigneto, dove il paesaggio si fa ancora più maestoso e impressionante: spiegare la vista che mi si para davanti non è semplice, e le parole, ma forse anche le foto, non gli rendono giustizia fino in fondo. Lo sguardo si perde in caduta libera fino al mare e risale a balzi tra rocce, sentieri, filari e la vecchia rotaia serpeggiante, che non solo non è dismessa, ma rappresenta una delle tecnologie più avanzate nelle vigne di Possa. In piedi, a bordo del trenino borbottante c’è Heydi a salutarci, non curante dello strapiombo alle spalle. Lo guardiamo risalire trattenendo il fiato e poco dopo fa capolino da dietro un filare, accompagnato dalla madre: “Siamo alle prese con i muretti a secco, ne sono crollati due solo la settimana scorsa.”

Fare i vignaioli in Cinque Terre non significa solo rimettere in sesto a proprie spese i terrazzamenti abbandonati, portandosi in spalla pietra dopo pietra, ma anche saper accettare che una pioggia o una mareggiata possa distruggere in pochi istanti il lavoro di mesi. “Nel 2016, dopo un’annata perfetta, mezz’ora di grandine ha distrutto tutta l’uva a pochi giorni dalla vendemmia. Io sono stato male” ricorda Heydi “Non so come avrei fatto senza mia madre, che si è messa con le forbicine grappolo per grappolo a salvare il salvabile.” Lavorare qui è combattere ogni giorno per quei ritagli di terra tanto sudati quanto fragili, costi quel che costi.Tra l’impossibilità di meccanizzazione e la difficoltà di raggiungere i siti di lavorazione, qualunque operazione richiede un tempo otto volte superiore allo stesso lavoro in pianura, e subito ricordo perché la prima volta che andai lì, non rivalutai i vini di Possa, che già trovavo buonissimi, ma iniziai a trovarli esageratamente economici.

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“Scendiamo fino al mare?” quando Heydi comincia a parlare è un fiume in piena, ascoltarlo è un piacere e i suoi gesti, i suoi occhi e i suoi racconti trasudano passione. Mi racconta delle 19 varietà di uva, destinate a scomparire, che sta recuperando nei suoi vigneti; della difficoltà di acquisire nuovi appezzamenti perché micro frammentati e con proprietari oltreoceano, irrintracciabili e spesso inconsapevoli; dei tre manager milanesi con cui ha acquistato una seconda casetta in pietra nel vigneto “Cercavano un posto di pura pace, l’abbiamo presa in società, loro ci vengono in vacanza, io curo le vigne e conviviamo serenamente. La cosa bella è vederli arrivare in giacca e cravatta, scendere col trenino e due minuti dopo tuffarsi in mare.” Heydi si muove agile tra i terrazzamenti su gradini più o meno definiti, che sembra conoscere centimetro per centimetro, mentre lo inseguo faticando a stargli dietro.

Risalendo conosciamo Buba, un ragazzo di vent’anni del Senegal che sta falciando l’erba sottofila “è il suo terzo giorno, all’inizio faticano a tenere il mio ritmo, ma Moussa, l’altro ragazzo, anche lui senegalese che lavora con me da 5 anni ormai mi fa mangiare la polvere.” Raggiunta la casa in pietra, Heydi ci vede sederci sfiancati all’ombra della veranda: “Caffè per tutti?”. Ne approfitto e gli chiedo di raccontarmi la sua storia.

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CAMIONISTA, VITICOLTORE E PAPÀ: LA STORIA DI HEYDI

“Tutto incomincia con una gamba rotta.” Heydi ha solo 16 anni e correndo lungo un terrazzamento si vede franare il muretto a secco sotto i piedi. Così, una volta tolto il gesso, la ricostruzione di quel muretto diventa una questione personale. Heydi non ne è ancora consapevole, ma quello è il primo degli eventi che segnerà il suo lungo processo di trasformazione in vignaiolo prima e in produttore poi. Sotto la spinta dei genitori, rimette a nuovo tre terrazze di proprietà e acquista mezz’ettaro vitato, facendo della viticoltura la sua attività collaterale e conferendo le uve alla cantina sociale.

Bisogna aspettare il 2004 perché Heydi provi a fare vino per la prima volta. Il suo vicino di campo sta ricostruendo dei terrazzamenti per aprire una cantina in società con un produttore piemontese il cui nome a Heydi dice poco o nulla. È un uomo di mezz’età dalla compostezza e calma imperturbabile, dopo aver visitato i vigneti di Possa, stupito gli dice: “Dare la tua uva alla cantina sociale è un delitto. Compra due botti e vieni a fare il vino da noi.” Quell’uomo è niente di meno che Elio Altare, produttore rivoluzionario di Langa.

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Nonostante Elio e Heydi appartengano a territori e generazioni completamente diverse, hanno in comune più di quanto credono, a cominciare dal fatto di essere contadini prima che produttori di vino. Così con la prima vinificazione Heydi vede nascere i primi 465 litri di vino di cui 25 di Sciacchetrà. Arrangiandosi come può mette le uve ad appassire in soffitta aiutandosi con una rete di un vecchio letto appoggiata su quattro pile di libri. Heydi guarda la mamma orgogliosa e ridendo si prende la sua prima rivincita: “Vedi ma’, che alla fine i libri delle superiori sono serviti a qualcosa.”

È da quel momento che Heydi si chiede per la prima volta se veramente sia possibile tornare a vivere di vino alle Cinque Terre. Ci metterà anni a darsi una risposta, ma il suo destino è ormai segnato, tre anni dopo trova una cantina a Riomaggiore, dove decide di cominciare a vinificare in proprio. Elio lo segue fino al 2008 quando, con la stessa flemma di quando lo aveva spinto a fare vino gli confida “Non ho più nulla da insegnarti.”

Heydi nel frattempo lavora per l’ente del Parco Nazionale delle Cinque Terre, poi dal 2012 diventa papà e comincia a lavorare di notte come camionista, la mattina si dedica alla vigna e il pomeriggio al piccolo Jacopo. Riuscirà a diventare vignaiolo a tempo pieno solo nel 2016, lo stesso anno in cui entra nelle Triple A: “Quando ho conosciuto Luca, invece di un contratto, mi ha proposto una stretta di mano e ho capito che era la persona giusta.”

LA CANTINA DI POSSA, DOVE SI IMBOTTIGLIANO SACRIFICI ED EMOZIONI

C’è chi per profumare l’auto appende pini colorati allo specchietto retrovisore, Heydi non ne ha bisogno, salire sul suo furgone è come mettere il naso in un calice di U Neigru. Mentre andiamo in paese, mi spiega che in un contesto agricolo come quello delle Cinque Terre l’approccio naturale, più che una scelta, è una necessità. Ma Heydi, al contrario di molti colleghi, ha saputo trasformarla in virtù seguendo questo percorso anche in vinificazione: fermentazioni spontanee, nessuna chiarifica o filtrazione, fino all’esclusione definitiva dei solfiti aggiunti dall’annata 2017. Arrivati a Riomaggiore scendiamo lungo i vicoli scoscesi fino alla cantina, un piccolo vano dai muri in pietra viva del milletrecento. Entrando si coglie subito la continua voglia di mettersi alla prova di Heydi, tra anfore di diversa provenienza, legni tipici come castagno e ciliegio e più sperimentali come il pero.

Possa
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Heydi da un lato prova a tenere in vita alcuni prodotti tradizionali ormai dimenticati come il Rinascita, uno Sciacchetrà Rosso “che ai tempi era ancora più prezioso del bianco” e i Vin dei Vecci, i ripassi di un bianco e di un rosso sulle bucce dello Sciacchetrà; dall’altro si lancia in nuove sfide, come il Parmarea, un vermentino vendemmiato via mare dell’unico vigneto dell’isola di Palmaria, o il Vin dei Fanti, un passito fatto dai bambini. Il doposcuola di Riomaggiore infatti si svolge da Possa, tra la cantina e un terrazzamento recintato in vigna. Al piede di ogni vite, un cartellino porta il nome di un bambino a cui viene affidata la cura delle pianta per tutto l’anno. Il corso incomincia a novembre con la sgranatura e la pigiatura e termina il settembre successivo con la vendemmia.

I vini di Possa sono un vero e proprio ritratto delle Cinque Terre, vini mediterranei, di mare, di luce e di sale, vini di dedizione e di amore per un territorio, vini fatti di anima, sudore e un pizzico di follia. Perché neanche una volta imbottigliati sono salvi dagli eventi atmosferici. Nell’ottobre 2018, una mareggiata ha sommerso completamente il locale dove Heydi teneva lo storico di Possa, fino a piegare la sbarra trasversale di ferro che chiudeva la porta, inondando completamente la cantina e portandosi via quasi tutte le bottiglie. Mi piace pensare che, se il vino potesse parlare, una bottiglia superstite di Sciacchetrà declamerebbe “e il naufragar m’è dolce in questo mare”.

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