Pierre Morey: da mezzadro a maestro di Meursault

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Pierre Morey: da mezzadro a maestro di Meursault

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Come un vignaiolo è in grado di influenzare il modo di fare vino di un’intera regione? Per saperne di più siamo andati a trovare Pierre e la figlia Anne, viticoltori del Domaine Pierre Morey.

Dal centro di Meursault, dirigendosi dall’Eglise Saint Nicolas verso il municipio e imboccando Rue Pierre Mouchoux, incontrerete al numero 13 un sobrio ed elegante maniero color panna: siete di fronte al Domaine Pierre Morey.

STORIA DI UNA FAMIGLIA

In Borgogna non è raro che i nomi di Villages, Premiers e Grands Crus sulle bottiglie precedano per fama quelli dei loro produttori. Ma, come per ogni discorso sul vino che si rispetti, sono le eccezioni a confermare la regola. E il caso di Pierre Morey, universalmente riconosciuto tra i migliori “bianchisti” della Côte d’Or, è particolarmente significativo perché la sua storia non è legata solo al Domaine che porta il suo nome, ma si intreccia indissolubilmente all’ascesa di alcuni tra i più celebri della Côte de Beaune, come i Domaine des Comtes Lafon e Leflaive.

Per questo motivo, varcando il cancello bianco che si apre sul cortile dell’antico maniero dei Morey, non è solo la signorilità dell’edificio a farci avvicinare con un certa riverenza. A spogliarci di ogni timore ci pensa Anne, la figlia di Pierre, che si fa avanti da una porta laterale “Benvenuti al Domaine, vi stavo aspettando. Purtroppo non abbiamo troppo tempo a disposizione, vogliamo cominciare dalla storia?”. Tra i suoi mille impegni, Anne è riuscita a ritagliarsi una piccola finestra di tempo da dedicarci e conviene non sprecarne neanche un minuto.

Quello dei Morey è il racconto di una famiglia che affonda le radici nella storia. “La presenza della nostra famiglia in Borgogna” comincia Anne “può essere fatta risalire almeno al XVI secolo. I Morey erano originari di Chassagne e si trasferirono a Meursault nel 1793, l’anno della Terreur, il momento culminante della prima fase della rivoluzione francese”. E sin dal principio ogni generazione che si è succeduta nel tempo ha lavorato la vigna e vinificato le uve tradizionali del luogo.

“La storia recente” continua Anne “comincia però con mio nonno Auguste che nel 1935, ancora giovanissimo, diventa uno dei nove mezzadri che conducevano i quattordici ettari vitati del Domaine des Comtes Lafon, uno dei Domaine che ha scritto pagine importanti della storia della Borgogna e di Meursault. In quegli anni però il settore della vitivinicoltura della regione non rispecchiava affatto quella attuale e per i viticoltori non era affatto scontato riuscire a sbarcare il lunario. E pensare che lavoravano gli stessi vigneti che oggi rappresentano l’eccellenza di Meursault: Perrières, Genevrières e Charmes”.

Per arrivare agli albori del Domaine che ci ospita bisognerà aspettare il 1971, anno di fondazione del Domaine Pierre Morey. “Mio nonno Auguste, trasferendo progressivamente i suoi diritti di locazione a Pierre, gli passò il testimone facendolo diventare mezzadro per le famiglie Lafon, Poirier e Morey. Mio nonno continuò comunque a fare vino per dodici anni, durante i quali furono prodotte due linee di etichette per una sola famiglia: una firmata Auguste Morey-Genelot e l’altra Pierre Morey”.

L’anno successivo segna l’ingresso di Dominque, nipote del fondatore Jules Lafon, alla guida del Domaine des Comtes Lafon e la decisione di riprendere gradualmente in mano il controllo di tutte le parcelle vitate. Così Pierre lavorerà parte delle loro vigne fino al 1991 tracciando il sentiero da seguire per la conversione all’agricoltura biologica.

“Nel frattempo” spiega Anne “a partire dal 1988 e per i successivi vent’anni, Pierre diventa régisseur dei vigneti e direttore di cantina per il Domaine Leflaive. Di fatto è come se per tutto questo periodo si sia diviso in tre perché, oltre a questo, continua ad occuparsi del suo Domaine e della Maison Morey Blanc, la nostra piccola attività di negociant-eleveur. Il ’91 segnerà poi l’adesione all’agricoltura biologica e l’avvicinamento alle pratiche biodinamiche, inizialmente attraverso l’impiego dei soli preparati in vigna per poi completare definitivamente la conversione nel 1997”.

“E poi arrivo anche io che al mio primo millesime avevo sì e no una settimana” dice Anne ridendo “Scherzi a parte, la prima vera grande vendemmia che ho affrontato è stata la ’95, dopo la quale ho terminato gli studi e fatto qualche esperienza da altri produttori, per poi ritornare qui in pianta stabile nel ’99. Due anni dopo sono entrata a far parte dell’azienda ufficialmente dal punto di vista amministrativo. E dal 2020, con l’arrivo di mio figlio Jean Victor che è cresciuto in vigna con noi, i vini del Domaine Pierre Morey sono il frutto della collaborazione di tre diverse generazioni.

NELLE PROFONDITÀ DELLA CAVE

Anne presto si accorge che, presa dalla passione del racconto, il tempo le è sfuggito di mano: dobbiamo accelerare. Una piccola porta di legno apre l’accesso a una ripida scalinata di pietra che conduce direttamente alla sala dove risiede l’archivio della famiglia Morey. Lungo le pareti sono disposte delle strutture in ferro battuto che accolgono bottiglie attraverso le quali è possibile ripercorrere l’intera storia del Domaine. Alcune sono talmente antiche da essere diventate dei veri e propri reperti storici, un tutt’uno con la cantina a giudicare dalle muffe che dalle pareti hanno colonizzato anche i vetri ricoprendoli interamente. Al di là di un’inferriata si spiegano le prime file di piéces, mentre al centro della stanza è posizionato un tavolo rotondo di legno su cui prendono posto alcuni calici, un coravin e delle mezze bottiglie senza etichetta su cui sono stati appuntati a pennarello vigneto di provenienza, annata e data di imbottigliamento.

Mentre Anne ci versa il primo vino, mi accorgo che stiamo per cominciare da un rosso e non nascondo il mio stupore “In Francia” replica Anne prima ancora che possa farle la domanda “abbiamo un detto popolare che recita così -blanc sur rouge rien ne bouge, rouge sur blanc tout fout le camp-. In parole povere il proverbio sostiene che i bianchi andrebbero bevuti prima dei rossi se si vuole mantenere la capacità di distinguere i sapori. Ecco, a Meursault questa regola vale al contrario perché qui lo chardonnay assume carattere, profondità e spessore superiori al pinot noir”.

E così si comincia dalle due annate in corso dei premiers crus Volnay SantenotsPommard Grands Epenots e ancora una volta Anne sottolinea come l’espressione di questi due vini al Domaine prendano direzioni opposte rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare “Solitamente a Volnay il pinot noir si esprime molto più delicato che a Pommard. Ecco, questo da noi non vale: le caratteristiche dei nostri appezzamenti ci restituiscono un Volnay di grande rusticità e un Pommard che per prossimità a Beaune si rivela più rotondo”. Dopodiché è il turno del Monthélie del 2018, che a detta di Anne si presenta in veste più facile perché figlio di un’annata precoce. “Gli effetti del cambiamento climatico” ci spiega “si stanno manifestando principalmente sui tempi di raccolta. Negli ultimi anni il periodo tra la data di inizio e di fine della vendemmia si sta sempre più accorciando”.

Tocca finalmente ai bianchi e come Anne ci aveva anticipato, nel bicchiere, dei rossi appena passati resta solo una leggera sfumatura di colore. Si parte dall’unico Vin de France della selezione, il 298, uno chardonnay in purezza vendemmiato tardivamente, che conserva una beva agile nonostante i 60 grammi di zucchero residuo.

Segue una breve, quanto interessante parentesi sull’aligoté, vitigno autoctono di Borgogna frutto di un incrocio tra pinot noir e gouais, che nei vigneti di Meursault dei Morey vanta piante che sfiorano i novant’anni. “Siamo tra i fondatori di Les Aligoteurs esclama Anne “un gruppo di vignaioli di Borgogna che lavora per la promozione e la salvaguardia di questo vitigno. Spesso viene un po’ bistrattato perché è difficile da lavorare per due motivi: il primo riguarda le numerose ore di lavoro che richiede, il secondo invece la produttività che potenzialmente è molto elevata, ma che se non viene limitata perde tantissimo in qualità. Per noi è importante che affronti un elevage lungo in contenitori che non cedono aromi. Per questo gli concediamo più di diciotto mesi in cuve di cemento vetrificato: è come se il vino affinasse in una grande bottiglia”.

Ritorniamo infine sullo chardonnay per le punte di diamante del Domaine: un Meursault del 2020 e due Meursault 1er Cru Perrières a confronto, un 2021 e un 2018. Poi dalla penombra si affaccia la sagoma di un uomo: Pierre è passato a salutarci e d’improvviso tutta la nostra attenzione si sposta dal vino al suo artefice.

DALL’OSSERVAZIONE ALLA SCELTA

Pierre, come la maggior parte dei produttori che hanno scritto pagine importanti della storia del vino, si rivela un uomo umile, distinto e discreto. Parla poco, ma se apre bocca è per dispensare conoscenza, preferisce che sia Anne la voce del Domaine, si mette in ascolto e la guarda orgoglioso.

“Il lavoro al Domaine si fonda sul confronto tra di noi” spiega Anne “Pierre incarna l’esperienza e ha la fortuna di essersi potuto costruire nel tempo una visione completa sui vigneti della Cote de Beaune. E questo si rivela sempre più fondamentale per la comprensione delle differenze e delle peculiarità di ognuno dei nostri appezzamenti. Quando ho cominciato ad affiancarlo l’ho fatto senza paura e senza pretese e lui è ancora oggi il mio maestro. La questione però non è mettersi davanti o dietro Pierre, ma di stare sempre un passo indietro al terroir. Noi coltiviamo solo dieci ettari e questa è uno dei nostri punti di forza: siamo proprietari che possono passare la maggior parte del proprio tempo in vigna”.

“Quando abbiamo cominciato con la biodinamica le vigne si sono trasformate. Il vino è venuto dopo e forse è stata la parte più difficile” interviene Pierre offrendoci l’assist per la domanda più scontata “qual è stato il punto di svolta che ti ha convinto ad adottare un’agricoltura non convenzionale?”. “Le escargots bourgignonne” risponde Pierre illuminandosi in un sorriso “all’inizio degli anni ’90 ho notato che non se no trovavano più nei vigneti. Il cambio di passo, portato prima nei nostri vigneti e poi in quelli di Leflaive, mi ha fatto trovare le risposte che cercavo. E dopo un po’ di tempo sono tornate anche le lumache”. Ridiamo, eppure il ragionamento e la scelta di Pierre rispecchiano una tra le doti fondamentali dei grandi agricoltori: l’osservazione.

Risaliamo le scale fino al cortile, Anne ormai ha accumulato ormai un ritardo incolmabile. “Vi lascio in ottime mani” dice indicando il padre, poi ci saluta e monta in auto. È giunto anche il nostro tempo, voltiamo le spalle al maniero, imbocchiamo il viale e al fianco di Pierre ci incamminiamo verso il cancello “Salutatemi Paolo quando tornate a Genova. Ricordo ancora la sua prima visita: portò con sé il catalogo dei vini che la Velier distribuiva a quei tempi e sfogliandolo diceva -questo non ci sarà più, questo neanche, quest’altro no- e poi mi ha spiegato la filosofia della nuova selezione. Sarò sincero: non avrei mai immaginato uno sviluppo così bello. Io facevo fatico a vendere in Italia ai tempi, il mercato chiedeva solo Montrachet e Paolo, invece di parlare di prezzi e quantità, mi chiese se poteva scattare una foto alle mie mani. In quel momento ho capito che le Triple “A” erano quelle giuste”.

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