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La Stoppa e il buonsenso agricolo

Reportage //

La Stoppa e il buonsenso agricolo

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Qual è il punto d’incontro tra etica, viticoltura e rispetto della tradizione? Per scoprirlo siamo andati a trovare Elena Pantaleoni di La Stoppa, azienda storica del piacentino i cui vini raccontano un territorio, un approccio etico al lavoro e una saggezza contadina.

Risalendo il fiume Trebbia da Piacenza, giunti a Rivergaro, vedrete la pianura lasciar posto alle prime colline e aprirsi la Val Trebbiola. Non dovrete inerpicarvi per molto ancora per arrivare a un antico casale, da cui si innalza una torretta in pietra. Se davanti al cancello, vi verranno incontro di corsa e abbaiando Santiago e FitzRoy, potrete esserne certi, vi trovate in Località La Stoppa, all’ingresso dell’azienda che porta lo stesso nome.

DALL’AVVOCATO AGENO A ELENA PANTALEONI: QUASI CENT’ANNI DI LA STOPPA

La Stoppa sorge sul punto più alto di una piccola collina, circondata quasi a trecentosessanta gradi da filari ordinati e composti a disegnare linee di profondità che conducono lo sguardo all’orizzonte a perdersi tra le campagne del piacentino. Qua e là tratti di bosco a interrompere l’uniformità di un paesaggio che immerge in un senso di pace e tranquillità. Elena, vignaiola di La Stoppa dal 1991, ci aspetta sulla soglia della porta di una piccola sala degustazione che si sviluppa attorno a un grande tavolo in legno.

La Stoppa vanta una storia lunga e ben documentata. Elena comincia il suo racconto, mentre ci versa un bicchiere di Ageno: “L’azienda fu fondata dall’avvocato Giancarlo Ageno, e da qui il nome del vino. Ageno era un intellettuale nato nel 1852 che decise di trasferirsi in campagna. Nel tempo acquistò vari appezzamenti, che fanno parte ancora oggi dell’azienda e impiantò nuovi vitigni per la produzione di vini alla francese che chiamò Bordò e Pinò, di cui conserviamo ancora qualche bottiglia.” Ageno morì senza figli nel 1947, così La Stoppa rimase in mano al fattore che abitava lì e che mantenne la struttura e i campi per oltre venticinque anni.

Mio padre da ragazzo durante la guerra passava qui davanti in bicicletta e finì per innamorarsi del casale. Così nel 1974, da grande ormai, quando potè permetterselo lo comprò, proprio nel momento di massimo abbandono delle campagne”. Raffaele Pantaleoni era un tipografo piacentino, un imprenditore industriale non certo abituato ad avere a che fare con la natura. “Presto ci trasferimmo a vivere qui, mio padre decise di iniziare a imbottigliare il vino e, invece di scontrarcisi e provare ad averne il controllo, cominciò ad accettare la natura come variabile.”

Oggi Elena è affiancata da Giulio Armani, enologo di La Stoppa da prima che lei entrasse in azienda. “Giulio è un uomo passionale con un rara sensibilità sul vino. Arrivò per la prima volta a La Stoppa per fare una vendemmia nel 1980, che aveva appena vent’anni.” Giulio inconsapevolmente quel giorno, varcandone il cancello, sancì l’inizio del suo legame con La Stoppa, che dura ancora oggi. “I miei genitori avevano quella capacità di riconoscere il valore delle persone a pelle, così finita la vendemmia gli chiesero di fermarsi. Lui accettò, aveva studiato come agrotecnico nella scuola superiore e nel frattempo iniziammo una collaborazione con l’Università Cattolica di Piacenza, dove insegnava il professor Fregoni di Agraria e il suo assistente Attilio Scienza, che prese Giulio sotto le sue ali.”

Non mi era mai riuscito di inquadrare bene Elena nelle tante occasioni in cui l’avevo incontrata, ma attraverso il ritmo lento e costante delle sue parole non è difficile scorgere una donna che ha raggiunto una grande consapevolezza, di cui parla con libertà e senza necessità di impressionare. Una padrona di casa che con il suo racconto apre le porte della sua azienda e di sé stessa, perché in fondo La Stoppa è Elena ed Elena è La Stoppa. Così quando le chiedo come e quando ha deciso di diventare vignaiola, lei parte dal principio. “Quando ero ragazzina, di una cosa ero certa: non sarei mai rimasta a Piacenza” racconta senza ombra di un rimpianto. “Ero un po’ ribelle, volevo fare la giornalista, poi ritornata dagli studi all’estero, ho aperto con amici un negozio di dischi e libreria. Nel ’91 è mancato mio padre e io sono tornata a La Stoppa, ma in punta di piedi. Sapevo di non avere una formazione scientifica, ma ero disposta ad imparare.”

Dopo pochi anni, la madre di Elena partì per un viaggio in Cile, da cui presto decise di non tornare, comprando casa, terreni, vigne e aprendo una distribuzione. “In quel momento mi sono sentita fregata, io ero tornata quasi per senso del dovere e mi è sembrato che mia madre mi abbandonasse.” Ma Elena non si dà per vinta e nel ’95 forte di poter contare su Giulio, in azienda ormai da quindici anni, prende in mano le redini La Stoppa.

L’arrivo di Elena porta un ventata di novità. “Ricordo che parlai con un importatore inglese che comprava esclusivamente la Macchiona. Mi chiese perché mai dovesse comprare un sauvignon emiliano, quando poteva prendere un Sancerre allo stesso prezzoracconta Elena “Così nel ’96 con Giulio decidemmo di estirpare tokaj, pinot grigio, pinot nero, marsanne e così via… investendo invece sulle uve locali come bonarda e barbera, passando da 26 a 30 ettari vitati.”

Oggi la Stoppa produce vini del territorio. “Questa secondo tutti è terra di vini frizzanti, ma non è proprio così” ci racconta Elena mentre ci mostra una mappa della zona fatta da Massimiliano Croci “le colline cominciano nella parte rossa, dove il terreno cambia, qui abbiamo argille rosse con grande presenza di ferro adatte a vini da invecchiamento, nella parte gialla invece il terreno è molto più recente, una volta c'era il mare e trovi ancora le conchiglie.” Quella di La Stoppa è una terra calda, dove si producono vini ad alta gradazione, vini dolci e da fermentazioni molto lente, che spesso sviluppano un po’ di acidità volatile, che in dosi contenute contribuisce a dare sprint e beva ai vini. “Insomma, puntiamo sui vini che vengono bene qua.”

GIULIO ARMANI E GLI ALTRI PROTAGONISTI DI LA STOPPA

Quando arriva l’ora del pranzo, ci spostiamo a casa di Elena, sempre all’interno del casolare di La Stoppa e conosciamo Nicholas, che si occupa del commerciale. “Pensate, un nordamericano che dopo importanti esperienze da sommelier a San Francisco e Londra si è trasferito in Emilia. E manco vive a Piacenza, ma in un paese di sette anime”. Poi finalmente, complice una strepitosa pasta ai carciofi col grano di Arianna Occhipinti, ci raggiunge anche Giulio.

Elena si racconta, scherza e ride, Giulio dosa le parole con minuzia, mai una di troppo, ma pungenti al punto giusto. Caratteri diversi e anime affini, si studiano da una parte all’altra del tavolo. Gli chiediamo del loro rapporto, Giulio suggerisce di raccontare “la storia del boschetto”, Elena non perde l’occasione e subito comincia: “C’era un boschetto più in là e mi ero messa in testa di tagliarlo. Ero entrata in azienda ancora relativamente da pochi anni e ne ho parlato con Giulio. E lui subito ha detto che i miei non sarebbero stati d’accordo. Beh, io gli ho risposto che mio padre non c’era più e che mia madre era in Cile, sai cosa gliene poteva fregare a loro del boschetto!” “E il boschetto che fine ha fatto?” chiedo io. “Mah… non mi ricordo” mi risponde Elena, appena prima che Giulio infili la stoccata finale: “Sai com’è, non c’è più!”.

Giulio non ama i riflettori, ci concede giusto il tempo di una foto, poi ci saluta e ritorna in vigna, mentre Elena davanti al caffè ci parla del suo rapporto con le Triple “A”: “Ancor prima che una distribuzione, per me è come una famiglia. Una delle cose più belle e che con i produttori siamo grandi amici. Prima ad esempio mi ha chiamato Arianna che si trova da queste parti e passa a trovarmi, magari fate in tempo a incontrarvi”.

TRA ETICA E FORTUNE

Il tempo corre in fretta e ci scappa tra le mani. Mentre il sole già si abbassa, Elena e Nicholas ci propongono di far due passi tra le vigne, scortati ovviamente da Santiago e FitzRoy. “La Stoppa gode di due grandi fortune” spiega Elena “La prima è che l’Emilia, e nello specifico la nostra zona, non è una zona di moda”. La presenza dell’Università di Agraria sicuramente da un lato ha spinto durante i primi anni ’80 per la sperimentazione di lieviti selezionati e prodotti di chimica di sintesi da usare in agricoltura, ma si tratta per lo più di esprimenti appunto. “Qua, Robert Parker non sapevano neanche chi fosse” dice Elena ridendo “la mancanza di aziende moderne trainanti, ha fatto sì che la vera industrializzazione si sia limitata a una cantina sociale e qualche imbottigliatore. Non abbiamo subito i danni di altre zone. Mi ricordo che Giulio ai tempi si chiese perché mai dovesse comprare dei lieviti se i mosti sino ad allora erano sempre fermentati da soli. Oggi si tratta di una scelta ideologica, un tempo era frutto della saggezza contadina: un buonsenso agricolo, insomma.”

La seconda fortuna è stata la decisione di non espandersi troppo, specialmente tra gli anni ’90 e i primi 2000, quando la terra in zona costava poco o nulla “La voglia c’era, ma quelli che l’hanno fatto oggi, oltre a vivere un periodo di grande difficoltà, non sono più agricoltori. Io volevo il tempo di fare le mie cose, credo che in tutto ci sia un senso della misura. E questo si riflette anche nel prezzo dei vini.”

Qui l’etica non è solo un concetto, ma un approccio valorizzato in ogni passaggio della filiera dal campo alla bottiglia. Per Elena l’approccio biologico in vigna è scontato “Insomma, sono andata via da Milano per vivere in campagna e i vigneti sono il mio giardino!”, così come quello non interventista in cantina, dove si ricerca la massima espressione del frutto, dell’annata e del territorio e in cui perfino l’aggiunta di anidride solforosa è limitatissima se non del tutto assente.

“L’approccio etico però non si può fermare qui, deve essere presente anche nel lavoro, ad esempio qui non impego né cooperative, né squadre stagionali, io ho solo dipendenti diretti. Siamo in quindici tra italiani, macedoni, americani, giapponesi… sembriamo le Nazioni Unite.” La qualità del lavoro si riflette nel vino e l’approccio etico arriva fino alla tavola del consumatore, perché i vini di La Stoppa, spesso affinati per anni e anni in cantina, hanno un prezzo medio poco oltre i dieci euro a bottiglia. Elena la vede come una responsabilità del produttore: “Nel momento in cui riesco a pagare i dipendenti, investire in azienda e farmi un viaggio ogni tanto, io sono a posto. E se riesco a farlo con i miei prezzi, molti altri potrebbero. Un prezzo alto presuppone una storia, un progetto, un grande territorio… ma quanti vini valgono davvero 100€? A volte preferisco vini da 4€ che assolvono la loro funzione da vini da 4€.”

Oggi La Stoppa conta 58 ettari, di cui 28 a boschi e campi, “abbiamo anche le api” dice Elena mentre uno a uno ci infila in tasca un barattolo di miele. Non abbiamo neanche il tempo di ringraziarla che continua “C’è un orto professionale al terzo anno, vorremmo mettere anche le galline e qualche altro animale, ma c’è bisogno di tempo, voglio farlo con metodo. Sento l’esigenza di abbandonare la monocoltura, ma bisogna farlo con la consapevolezza che l’intera azienda si regge in piedi grazie al vino.”

Dopo un ultimo sguardo al paesaggio dalla torretta, è tempo di tornare a Genova. Salutiamo Elena e ci rimettiamo in macchina. Quando lo sterrato rilascia spazio alla strada in cemento, sulla strada incrociamo un macchina blu scuro. Al volante c’è una donna dal sorriso inconfondibile, abbiamo mancato Arianna per un soffio.

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