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Giulio Viglione, il vignaiolo che voleva fare il meccanico

Reportage //

Giulio Viglione, il vignaiolo che voleva fare il meccanico

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Cosa significa avere il vino nel sangue? Per scoprirlo siamo andati a trovare Giulio Viglione, vero contadino di Langa, che a detta sua è “capace a fare tutto tranne il vino”.

Percorrendo da Alba la vecchia strada per Barolo, prima di arrivare a Monforte, lungo la via Pugnane, si giunge al gruppo di case di Bussia Sottana. Non troverete alcun cartello a indicare casa e cantina di Giulio Viglione, ma potrete riconoscerle sbirciando all’interno del piccolo cortile, dove una botte esausta sostiene un’antica bicicletta rosa, scrostata dalle intemperie.

IL RAGAZZO CHE GUIDAVA I BUOI

Giulio ci aspetta sulla soglia, la porta semiaperta alle spalle. Uno zerbino color bordeaux, con la scritta “Vini Viglione” e un grappolo d’uva stilizzato, è l’unico segno che indica l’entrata della cantina, confermando che siamo nel posto giusto. Entriamo in un’ampia sala, riempita da un lungo tavolo rettangolare; una vecchia credenza in legno ricolma di memorabilia, tra cui una raccolta di amari e liquori fatti in casa; una stufa e vecchie fotografie della Bussia appese alle pareti, che testimoniano il passato di Giulio e della sua famiglia. Sul tavolo, oltre alle bottiglie di vino, ci attendono già il salame e altre cose buone della tradizione culinaria langarola, ormai difficilmente recuperabili anche nelle osterie e ristoranti della zona, che sono divenuti via via più raffinati, dimenticando le radici estremamente povere e contadine di questa zona, che solo negli ultimi quarant’anni ha iniziato a conoscere il vero benessere.

L’accoglienza e la convivialità per Giulio sono valori importanti allo stesso livello del vino, per cui il cibo è sempre presente ad accompagnare gli assaggi: il salame è un po’ il protagonista, il marchio della casa, immancabile apripista della tavola. Infatti ogni cantina, o meglio cascina di Langa, fino agli anni ’70, oltre alle vigne e ai campi, possedeva animali: vacche per il lavoro agricolo, per il latte e per il “riscaldamento”, pollame e conigli nell’aia e naturalmente almeno un maiale che una volta all’anno veniva appunto trasformato in gustosi salami. Oggigiorno quasi nessuno tiene più animali, però si è conservata la tradizione di allevare un maiale, magari con un gruppo di amici, per farne poi vari insaccati, che si sposano perfettamente con i vini rossi franchi e corposi di queste terre, il Dolcetto su tutti.

Proprio mentre spela con cura il suo salame prima di tagliarlo orgogliosamente a fette, chiediamo a Giulio di raccontarci la storia sua e della sua famiglia e come è giunto a fare vino. “Sono del ’46 e sono nato proprio qua, alla Bussia Sottana, nelle ultime case del paese, più in basso, a sei chilometri da Monforte d’Alba, e solo a un chilometro e mezzo da Barolo, però dipendiamo da Monforte. Sono langhetto e ho sempre fatto il contadino: all’inizio con mio padre Carlo e, dal 1988, da solo. Ho iniziato ad andare in vigna con mio padre quando avevo 7 o 8 anni, facevo le elementari. I trattori allora non c’erano e si usava solo il bue, al mattino presto, prima di andare a scuola. Io ero il guidatore del bue, e mio padre dietro con l’aratro. Aravamo due, tre filari col bue, poi tornavo a casa a prendere la cartella per andare a scuola. Alla sera c’era già mio padre nel cortile che mi aspettava col bue, per andare di nuovo nei campi. I compiti, figurati, non li facevo, e non studiavo neanche. Infatti ero ignorante come una scarpa”.

“Tra i filari si seminavano il grano e altre colture fondamentali per l’economia domestica. Nel 1915, quando mio nonno Giuseppe fondò l’azienda, eravamo mezzadri, il proprietario era di Racconigi e lavoravamo nove ettari di terra in tutto, con campi, bestie e una vigna con tre ettari di nebbiolo, barbera e dolcetto. Facevamo grano, granoturco, fieno, uva che vendevamo per la maggior parte ai commercianti di Alba, come Marchesi di Barolo, Bersano e altre grandi ditte. Se ne pigiava solo una parte per fare un po’ di vino in damigiana per gli amici e il consumo in famiglia”.

Quando finisce la mezzadria, negli anni ’60, i Viglione non comprano i terreni, ma rimangono con gli affitti delle terre che continuano a lavorare, man mano specializzandosi nella coltivazione della vigna.

“Siamo sempre stati in affitto, non avevamo vigne nostre. Nel 1963, dopo una pessima vendemmia, il prezzo delle uve era crollato e i compratori non aspettavano altro per pagare il meno possibile; noi non avevamo ancora le attrezzature per fare vino, allora mio padre disse: ‘Adesso basta, smettiamo di far fare i soldi a questi commercianti’. E decise così di acquistare alcune botti e gli utensili indispensabili per poter produrre vino. Fortunatamente il 1964 fu un’annata eccellente per il Barolo, e fu il primo anno in cui vinificammo tutta la produzione”.

Dalle parole di Giulio, lucide e precise, emergono il suo forte legame con la terra e la sua umiltà, e traspaiono i tempi comunque duri e difficili che hanno segnato la sua infanzia. Dopo l’emigrazione, che ha caratterizzato gli anni del primo e secondo dopoguerra, nelle Langhe la povertà era tangibile, e vincere la fame era la prima necessità della famiglia. Chi aveva la terra si riteneva comunque fortunato; chi non l’aveva – specie nelle famiglie molto numerose e con parecchie bocche da sfamare – spesso partiva e si imbarcava a Genova sui bastimenti per l’America.

“Negli ultimi tempi eravamo rimasti solo io e mio padre, che era diventato vecchio; mia mamma era morta e anche mio nonno era morto, e la casa con le bestie era troppo grande; allora siamo andati via, e nel 1978 abbiamo comprato questa cascina che era un rudere, una casa vecchia. L’abbiamo risistemata, abbiamo fatto l’appartamento sopra e la cantina sotto, e ci siamo trasferiti qua, mollando tutto di là. Abbiamo affittato altre vigne e ci siamo dedicati solo alla viticoltura. C’è stato un periodo in cui avevamo sette ettari di vigne di due cascine che avevo affittato nei dintorni della cantina, qui nel comune di Monforte; era il 1988 quando sono rimasto poi solo, e ho dovuto dismetterne alcune”.

LA SODDISFAZIONE DI ROMPERE IL TRATTORE

Insieme al salame ci versiamo un bicchiere di Dolcetto d’Alba, che viene da una vigna di San Sebastiano, un toponimo sul versante di Monforte che scende verso Monchiero. Gli chiediamo di raccontarci il momento in cui la chimica arrivò anche nelle Langhe, e del suo rifiuto totale per rimanere pulito, nonostante le lusinghe dei nuovi prodotti, propagandati per alleggerire i lavori e ridurre il tempo che i contadini passavano in vigna.

C’è stato un periodo, tra gli anni ’70 e gli anni ’80, in cui la chimica è arrivata anche qua in paese. I tecnici del Consorzio Agrario organizzavano incontri di informazione e chiamavano tutti i produttori. Una sera ci sono andato anch’io, giusto per sentire cosa dicevano. La conferenza era con tanto di video, e facevano vedere il filare con gli erbicidi e quello senza, e il tempo e la fatica che risparmiavano. E a volte i contadini e i produttori di vino ci cadevano. Io sono stato sempre contrario, e a un certo punto mi sono alzato e sono andato via. Questi prodotti chimici entrano nella linfa della vite per combattere i parassiti e le malattie, e avevo paura che qualcosa andasse anche nel vino, e lo stesso per quanto riguarda il diserbante. Io sono stato sempre una persona semplice, naturale, e il vino piace berlo anche a me, ma mi piace genuino”.

Tra un bicchiere e il successivo, arrivano in tavola acciughe al verde e l’immancabile carne cruda battuta al coltello. Giulio continua il racconto con aneddoti sulla sua vita passata tra le vigne e a Barolo. Finalmente ci svela la sua passione: “Ti racconto questa. La mia vera passione è la meccanica. La più grande soddisfazione è quando si rompe il trattore. Allora mi metto lì. Lo smonto, lo riparo, e mi dà più soddisfazione che fare il vino. Ogni tanto qualcuno che ha assaggiato il mio vino mi telefona e mi fa i complimenti, perché è un ottimo vino, perché hanno saputo apprezzarlo. Io li ringrazio, mi fa piacere questo, però dentro me stesso, nel mio cuore, questo è normale, non mi dice niente. Invece, finito di rimontare un trattore che era rotto e va in moto, quella è la più grande soddisfazione del mondo, cosa vuoi che ti dica”.

Dal Dolcetto passiamo alla Barbera d’Alba, che nell’annata 2020 viene da una vigna meravigliosa di Roddino, un piccolo paese che segna praticamente il confine tra la Bassa e l’Alta Langa, dove la coltivazione principale sono le nocciole, e dove il dolcetto e la barbera spodestano il nebbiolo dai filari. “Lì a Roddino il posto è spettacolare” ci dice Giulio, “le viti sono vecchie, la terra sabbiosa e le uve bellissime. La 2020 è stata una bella annata, e una bella vendemmia con uve mature e bel grado zuccherino. Ne e venuta fuori una Barbera da più di quindici gradi, e non ci ho messo solfiti; dalle analisi fa solo cinque milligrammi di totale”.

Mentre continuiamo ad ascoltare, Giulio si alza velocemente e si muove per la stanza. Da uno dei vari cartoni disseminati negli angoli tira fuori una bottiglia di Barolo, che si accinge a stappare chiedendo a Farah, la fotografa che mi accompagna: Ti piace il Barolo? Io non ci metto niente”.

Nel 2017 e 2018, per due anni, Giulio prende in locazione una bella vigna a Bussia Sottana: un ettaro e mezzo, vitato principalmente a nebbiolo (e un po’ di dolcetto), da cui in quelle vendemmie produce 7.000 bottiglie di Barolo per anno. I vini per la prima volta riportano la menzione Bussia in etichetta. La vigna, grazie alla mediazione di Giulio, viene poi acquistata da Marta Rinaldi alla fine del 2018. Il Barolo 2017 è uscito, come da disciplinare, nella primavera del 2021, mentre il 2018 è ancora in cantina, in due botti grandi di rovere di Slavonia, ha fatto tre anni di legno ed è in attesa di essere imbottigliato.

IL 2020: L’EPILOGO

Anche le storie più belle però giungono a una fine. “L’ultima vendemmia l’ho fatta nel 2020” dice Giulio, “avessi un seguito dietro di me avrei ancora voglia, ma non c’è nessuno, non ho figli, non sono neanche sposato, e cosa faccio? Ho 75 anni, ho fatto 60 vendemmie nella mia vita; anzi di più, perché ho cominciato a 8 anni! Sai cosa vuol dire a 8 anni? Una volta si iniziava presto a lavorare, oggi li metterebbero in galera i genitori, per sfruttamento minorile”. E prosegue: È giunto il momento di riposarsi, e allora ho deciso di non rinnovare più gli ultimi contratti delle vigne di Roddino, dove c’erano la barbera e il dolcetto, che scadevano di anno in anno; il proprietario ha la mia età e gli accordi erano verbali. Il Barolo avevo già smesso di farlo l’anno prima, nel 2019, quando il Comune di Barolo, da cui avevo in comodato d’uso il vigneto dal 2003, ha deciso di espiantarlo, ma questa è una storia che conoscete già. Il mio ultimo vino sarà il Cannubi Muscatel 2019, che uscirà nel 2024 o nel 2025, forse come Riserva, vediamo”.

Prima di congedarci, la tentazione di chiedere a Giulio di stapparci una vecchia annata è forte e lecita, del resto stiamo parlando di Barolo, un vino che si esprime nel tempo e col tempo arriva ad apici notevoli. Questo vale ancor di più per i vini di Viglione, che col passare degli anni ritrovano forza e vigore, intensità aromatica e cromatica, e persistenza, come ad esempio per l’annata 2003. Neanche il tempo di pensarlo e Giulio, a sorpresa, ci precede: “Allora avete ancora sete? Beviamo qualcosa di più vecchio?” Non ce lo facciamo dire due volte e proprio la 2003 scorre così, prima nel bicchiere, e poi nelle nostre gole.

Bevendo il 2003 mi viene voglia di chiedere a Giulio in cosa gli assomigli il suo vino. Però fra me e me penso che, se glielo chiedessi espressamente, lui, che non ama i riflettori ed è un vignaiolo piuttosto discreto e parco di parole quando parla dei suoi vini, non risponderebbe se non dicendo che sono buoni, e che per lui è normale farli così.

Allora a questa domanda rispondiamo noi al posto di Giulio. Perché il suo carattere riservato, a tratti schivo e umile, non gli permetterebbe di rendere giustizia ai suoi vini, che sono puri, schietti, diretti; ma anche intensi, profondi e ricchi dei profumi di queste terre. Un vero ritratto della Langa Piemontese più tradizionale e contadina. Nessun artifizio, nessun trucco, si fa il minimo indispensabile: la cantina negli anni ha solo aggiunto una pompa “moderna” e cambiato qualche botte, per raggiunti limiti di età. Per il resto Giulio, da persona schietta e semplice qual è, che ha vissuto sempre in bilico per molta parte della sua vita, ha lasciato andare, ha sorvegliato, ha accudito attentamente e conservato: gesti, azioni, ripetizioni. I suoi Barolo, per esempio, rappresentano l’eccellenza della vera artigianalità, la piccola impresa agricola. Ma sono anche un pezzo di storia e gusto locale, il frutto dell’esperienza acquisita a fianco delle generazioni che lo hanno preceduto, osservando e ripetendo gesti giorno per giorno.

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