Frus: frutti e fiori d'avanguardia del Friuli

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Frus: frutti e fiori d'avanguardia del Friuli

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Come è evoluta la joint venture tra le Triple “A” e l’Azienda Agricola Marina Danieli? Siamo andati a Buttrio per toccare con mano nuovi orizzonti e frontiere di Frus.

Lungo la strada regionale 56 che dal sud di Udine porta verso Gorizia, a poche centinaia di metri dal bivio per Buttrio, vi troverete sulla destra due grandi pini marittimi ai lati di un cancello in ferro battuto. Sbirciandone aldilà potrete scorgere la cantina di Marina Danieli, dove nascono i vini di Frus.

Azienda Agricola Marina Danieli

UNA JOINTVENTURE IN CONTINUA EVOLUZIONE

Il grande produttore non si combatte, ma si contamina. Non bisogna aprire le porte del naturale alle grandi cantine, ma al contrario facilitarle nell’avvicinamento a un approccio di vinificazione alternativo. Con queste convinzioni avevo lasciato l’azienda agricola Marina Danieli dopo la mia prima visita alla cantina di Buttrio. Eravamo andati ad assaggiare i primi campioni della quarta vendemmia di Frus, la jointventure tra Marina Danieli e le Triple “A” nata grazie all’intuizione di Luca Gargano, all’esperienza di Fabio Luglio e al lavoro sul campo di Francesco e Letizia, figli di Marina, e Thomas, cantiniere ed enologo.

Se dopo aver messo piede in cantina mi ero chiesto se davvero fosse possibile fare vino naturale all’interno di una realtà così grande e legata a un approccio di tipo convenzionale, le risposte che cercavo le avevo trovate direttamente nel bicchiere. I vini di Frus dimostravano una vitalità sensazionale e un legame intimo e profondo con il territorio e la tradizione del luogo. Col senno di poi, conoscendo Luca, Fabio e le loro idee sul vino non mi sarei dovuto stupire più di tanto.

Per giunta Marina già da anni si era distinta per un’inversione di rotta per quanto riguardava la conduzione dei vigneti, specialmente con l’ingresso in azienda del figlio Francesco, agronomo. Il sostegno delle Triple “A” si era poi rivelato fondamentale nell’adesione a un approccio di cantina sempre più libero: fermentazioni spontanee, nessuna filtrazione, né aggiunte di anidride solforosa. Fabio con Francesco aveva selezionato i vigneti più anziani condotti attraverso l’uso esclusivo di rame e zolfo e delle varietà più intimamente legate ai Colli Orientali del Friuli, mentre con Thomas aveva impostato una vinificazione volta alla massima espressione della materia prima e del territorio.

Quando varco nuovamente le porte dell’azienda agricola Marina Danieli, si capisce subito dal rapporto tra Fabio, Marina, Francesco, Letizia e Thomas che in casa Frus c’è aria di novità. La visita questa volta non è solo di piacere e d’assaggio, ma segna la nascita di Avanguardia, l’azienda agricola di Luca e Fabio che fonda le sue radici proprio qui in Friuli, con l’affitto dei 5 ettari da cui nascono i vini di Frus e di altri 2 da cui nascerà il Nuovo Paradisetto Bianco, il primo vino interamente prodotto da Triple “A”, ma questa è un’altra storia.

Marina Danieli
Frus
Frus
Frus
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DAL MONICO AL K2 E 146 PIANTE DI MERLOT

Approfittando del timido sole pomeridiano, Francesco si offre di farci fare un tour dei vigneti storici dell’azienda, dove da vecchie viti di antiche selezioni massali nascono i vini della gamma di Frus.

Per raggiungere il vigneto del Monico bisogna attraversare un bosco, sullo sterrato umido si riconoscono le impronte di tassi, cervi e cinghiali: qualcuno è passato da qui poco prima di noi. Quello del Monico è il tipico vigneto del contadinoracconta Francesco “qui convivono pinot bianco, muller thurgau, malvasia, verduzzo friulano e picolit. Un tempo gli impianti a monovitigno non esistevano, la coplantazione assicurava il raccolto nel caso una delle varietà durante l’anno fosse particolarmente sensibile a una determinata malattia”. Come succede quasi nella maggior parte dei vigneti di produttori Triple “A” che ho visitato, il contrasto con il “vigneto del vicino” è evidente. Questa volta però oltre all’inerbimento e alla sofficità del terreno, a saltare subito all’occhio è il tipo di allevamento diverso: le viti del Monico sono alte tre volte tanto. “Non so come mai, hanno scelto di coltivare le viti a guyot nano. Noi utilizziamo il silvoz che sostanzialmente è un casarza piegato. Il casarza è la forma tradizionale di queste zone, si tratta di un cordone speronato alto con i capi a frutto libero che durante la stagione si piegano per il peso dei grappoli. Questo permette una buona ventilazione e una giusta distanza dei frutti dal terreno, due cose fondamentali tenuto conto che il Friuli è la regione più umida d’Italia”.

La seconda tappa è il K2, chiamato così per la pendenza estrema del terreno. Da qui proviene l’omonimo pinot grigio. “Insieme al Monico è il vigneto più vecchio” continua Francesco “l’età media delle viti si aggira attorno ai sessanta anni, anche se alcuni esemplari ne hanno parecchi di più”. La pioggia del giorno precedente rende inaccessibile l’ingresso tra i filari e non ci rimane che guardare dall’alto le viti di tazzelenghe che prendono parte nell’assemblaggio del Rosso. “Di questa varietà sono rimasti dieci ettari in tutti i Colli Orientali suddivisi tra altrettanti produttori. Questo è il risultato degli anni ’80, un periodo in cui qui in Friuli nei confronti dei vitigni autoctoni s’è fatta una vera e propria caccia alle streghe”.

Prima di tornare in cantina ad assaggiare i vini è si passa da un vigneto ad anfiteatro dove sono state ritrovate centoquarantasei piante di merlot risalenti a un impianto del 1940. “Quando l’ho scoperto” spiega Fabio “con Thomas non potevamo certo tirarci indietro. Con piante così vecchie a parlare è la terra, non il vitigno. Il vino ancora non è uscito, ma sono certo che farà ricredere tanti appassionati dei grandi merlot mondiali”. All’orizzonte si vede l’edificio che ospita l’acciaieria Danieli “La Danieli è un’industria virtuosa” ci racconta Francesco “si può leggere nelle analisi o capirlo guardando le orchidee spontanee che nascono tra le vigne che si trovano a poche centinaia di metri”.

IL FUTURO È NEL PASSATO

Davanti alla cantina Francesco passa il testimone a Thomas che, mentre ci guida tra le vasche, ci racconta la storia della jointventure dal suo punto di vista. “Io sono arrivato qui nel 2016” racconta Thomas “nonostante avessi già avuto esperienze con vignaioli naturali come Denis Montanar, portare avanti da solo vinificazioni di questo tipo all’interno di una realtà come questa non mi dava certezze”. “Ti ricordi che mi avevi detto che avevi paura di fare dell’aceto?lo incalza Fabio. “Si, ma mi hai risposto che se fosse successo avremmo fatto dell’ottimo aceto” chiude Thomas in una risata.

La filosofia con cui nasce Frus è ben precisa: l’obiettivo è quello di dare vita a vini compiuti, non c’è fretta di uscire, si aspetta che il vino sia perfetto, che maturi al punto giusto tanto dentro al contenitore tanto dentro la bottiglia. Per questo i vini solitamente, sia bianchi che rossi, non escono prima di tre anni. “La chiave, perché sia possibile tirare fuori vini come questi” spiega Fabio in accordo con Thomas “è che l’uva che si porta in cantina sia perfettamente sana. Per questo la tiratura è sempre limitatissima e la gamma completa dei sei vini l’abbiamo prodotta esclusivamente in due annate, la 2018 e la 2019”.

Assaggiamo uno dopo l’altro i vini provenienti dai vigneti di cui abbiamo attraversato i filari poco prima. Il Monico è un vero e proprio cocktail d’autore: il pinot bianco gli dà spalla, il verduzzo friulano grinta a non finire, il muller thurgau il lato nobile e la malvasia chiude il cerchio con i suoi profumi. Il K2 è un succo croccante che rivela profondità inaspettata e una concentrazione aerea distintiva dei vini da vieilles vignes. Il Rosso alterna alla ruvidità e al tannino imbizzarrito del tazzelenghe, l’eleganza e la spezia delicata dello schioppettino. Le vere chicche però sono i due tonneaux di merlot (uno del 2018 e uno del 2019) che, nonostante stiano ancora finendo il loro percorso di maturazione in legno esausto, lasciano già intuire carattere e personalità da vendere, e il picolit. “Nel 2018” spiega Thomas “abbiamo deciso di vinificare in purezza le poche piante di picolit nel vigneto del Monico. Questa varietà trova nel fenomeno di acinellatura tutto il suo potenziale. Quello che potrebbe sembrare il suo punto debole è in realtà il suo punto di forza”. “Abbiamo voluto seguire la tradizione come è nel naturale spirito di Frus e vinificarlo come si faceva un tempo, dando vita a un vino dolce che uscirà in soli cento esemplari nelle tipiche bottiglie da mezzo litro che si usavano sul territorio Se dovessi riassumere Frus in una frase sarebbe: il futuro è nel passato”. Thomas centellina il picolit con parsimonia e ce ne concede poche gocce a testa, ma la concentrazione del vino, la morbidezza voluttuosa e la profondità lo rendono interminabile in bocca, rendendolo inequivocabilmente la perla più rara di Frus.

Quando usciamo dalla cantina si sta facendo buio, ma la nostra sete è ancora lontana dall’essere soddisfatta. Thomas prende i campioni per la cena e ci mettiamo in moto verso lo Scacciapensieri, l’agriturismo di Marina che si affaccia sul K2.

Poco dopo con un panino al frico in una mano e un bicchiere di Frus nell’altra ci immergiamo in uno dei ritratti gastronomici più belli del Friuli e a due anni dalla distanza dalla prima visita mi convinco che il cuore pulsante di questa jointventure continua ad essere questa contaminazione artistica capace di influenzare anche gli altri vini di Marina Danieli, di aver reso più sicura e libera la mano di Thomas e di far compiere alle Triple “A” uno step successivo, quello che passa dalla selezione al mettersi in gioco, a scendere in campo e a dar prova in bottiglia di quello che per noi è il Vino, con la V maiuscola.

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