Fred, le anfore, la cosmocultura: il secondo tempo del Domaine de l’Ecu

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Fred, le anfore, la cosmocultura: il secondo tempo del Domaine de l’Ecu

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In che misura filosofia, ideali e convinzioni di un vignaiolo si possono ritrovare dentro al calice? Per saperne di più siamo andati a trovare Fred Niger, régisseur del Domaine de l’Ecu dal 2013. 

Risalendo la Goulaine, uno dei tanti affluenti della Loira all’altezza di Nantes, arriverete fino al comune di Le Landreau. Guardandovi attorno potrete scorgere all’orizzonte un’architettura in stile industriale color antracite: vi trovate nel luogo dove prendono forma i vini del Domaine de l’Ecu. 

LE VIEIL ECU, L’ECU NOUVEAU 

Quando ci si trova davanti a un bevitore che diffida del naturale per partito preso, il più delle volte è inutile provare a convincerlo a parole. La soluzione più semplice è ricorrere al bicchiere e farlo con un vino che non desti sospetti, su cui nessuno avrebbe da ridire. Solo una volta ottenuto il suo lasciapassare gli si potrà rivelare la vera natura(lità) del vino. Le poche volte che mi è capitato di farlo ho sempre scelto il Muscadet Classic perché nella sua semplicità è un vino didattico, impeccabile, aderente ai canoni più classici. Eppure per assurdo al Domaine de l’Ecu, da quando Fred Niger e la moglie Claire ne hanno preso in mano le redini, si porta avanti una filosofia produttiva che si spinge oltre la biodinamica e che i detrattori dell’agricoltura non convenzionale non esiterebbero a definire stregoneria. Per questo andare a trovare Fred e vedere da vicino il suo lavoro è il modo migliore per comprendere come si conciliano le due cose.

Quando scendiamo dall’auto, se non ne fossimo consapevoli, stenteremmo a credere che l’Ecu è uno dei Domaine che ha fatto la storia delle Triple “A”. Del resto l’architettura industrial che ci si para di fronte è quanto di più lontano dalle cantine che siamo abituati a frequentare. E anche questo concorre ad avvolgere il Domaine de l’Ecu nel suo alone di mistero.

Poco dopo la serratura della porta a vetri d’ingresso si apre senza che ci sia nessuno dall’altra parte. Entriamo in una sala dove prendono posto solo un piccolo banco di degustazione e uno scaffale su cui sono disposte tutte le etichette del Domaine. Però a catturare subito la nostra attenzione è il pavimento a vetri sotto i nostri piedi che ci lascia intravedere diverse anfore di terracotta nella penombra.

Poi da una scala in ferro battuto scende a passi veloci Fred. Così come la cantina, a prima vista anche Fred ha un ché di atipico e non rispecchia il prototipo del vignaiolo: i capelli brizzolati pettinati all’indietro, un paio di jeans strappati sulle ginocchia e una maglietta bianca attillata su cui è raffigurato Einstein tatuato. “Vi stavo aspettando” esordisce “facciamo subito un giro in vigna?” Uscendo ci accorgiamo di essere circondati a trecentosessanta gradi da vigneti i cui confini si perdono all’orizzonte. “Oggi lavoriamo uve coltivate su un totale di trenta ettari” dice Fred cominciando il suo racconto “Solo diciotto sono di proprietà, i restanti dodici sono gestiti da un ragazzo dans la cote. Presto però si ritirerà ma, anche se me l’ha già proposto più volte, non ho intenzione di comprare nuova terra. Preferisco dedicarmi alle mie collaborazioni”.

Fred, per il momento, non ci lascia il tempo di approfondire e continua “Io non nasco vignaiolo, ho lavorato per dieci anni come avvocato e un altro po’ nel settore del web hosting: due lavori orribili! In quegli anni però mi sono perdutamente innamorato del vino, passavo il mio tempo libero a girare per cantine e mi ero costruito una gigantesca riserva personale. Sono arrivato a l’Ecu nel 2009 per fare un’esperienza di vendemmia e alla fine non me ne sono più andato. Ho lavorato fianco a fianco all’ex proprietario per quattro anni e poi ho acquistato il Domaine. Insomma, ho fatto il salto nel lato oscuro della forza e son diventato produttore”. Fred si riferisce a Guy Bossard, ex régisseur del Domaine de l’Ecu e suo maestro, fondatore delle Triple “A” e pioniere dell’agricoltura biologica e biodinamica in Loira, adottate rispettivamente nel 1975 e nel 1998.

Mentre camminiamo tra i vigneti, Fred di tanto in tanto si china su un alberello e ne stacca qualche foglia. “In questo periodo” ci spiega “stiamo lavorando alla spollonatura, ossia all’eliminazione della vegetazione che non fruttifica. Questo appezzamento è impiantato a pinot noir e negli ultimi quattro anni ha perso il 90% della produzione a causa delle gelate. Guy produceva solo Muscadet, io invece sin dal principio ho voluto scommettere su diverse varietà oltre al melon de bourgogne, come appunto il pinot noir e poi lo chardonnay, la folle blanche, il gamay, il cabernet franc”.

Per tutta risposta chiediamo a Fred di raccontarci i suoi vini proprio a partire dal Muscadet, l’icona dell’estremità occidentale della Loira e simbolo del Domaine sin da tempi di Guy. “A l’Ecu il melon de bourgogne, oltre alla Cuvée Classic, è sempre stato declinato in tre versioni, che prendono il nome dal tipo di sottosuolo su cui crescono le viti: Gneiss, Orthogneiss e Granite. Si tratta di tre diversi tipi di rocce originate dagli stessi tre gruppi minerali: feldspati, miche e quarzo e si sono differenziati a causa delle temperature e delle pressioni a cui sono stati sottoposti nel tempo. Il granito è una roccia ignea intrusiva, mentre gneiss e orthogneiss sono rocce metamorfiche. Lo gneiss è composto da pietre molto piccole ed è frutto di alte pressioni e alte temperature, mentre l’orthogneiss è composto da pietre più grandi dalla conformazione squadrata, da cui prende il nome. Lo stesso vitigno, lavorato allo stesso modo e coltivato sulla stessa collina, ma su tre differenti strati rocciosi, dà vita a tre vini completamente diversi. Lo gneiss restituisce un Muscadet più semplice, fruttato e facile da bere, l’orthogneiss esprime più massa e struttura, mentre sul granito il melon de bourgogne tira fuori profondità e una grande mineralità”. 

“Purtroppo però da qualche anno, come avrete notato, lo Gneiss non viene più prodotto” prosegue Fred “Credevamo di averne molto di più, ma poi facendo degli scavi ci siamo accorti che arrivavano a solo un ettaro di estensione e così abbiamo deciso di farlo ricadere nella Cuvée Classic che ne ha guadagnato in carattere e personalità”.

Mentre facciamo conoscenza con due dei ragazzi che lavorano al Domaine, Flavio e Anahys, Fred ci mostra in lontananza i confini dei suoi vigneti Quello del Muscadet è uno tra i panorami del vino più industrializzati in assoluto. Anche solo fare biologico significa essere una mosca bianca. Noi abbiamo la fortuna di avere la maggior parte dei vigneti concentrati in un corpo unico circondato dai boschi”.

VINI A QUATTRO MANI E LE TEMPS DES COPAINS

Rientrando nella sala degustazione, mentre assaggiamo le tre espressioni di Muscadet, Fred ci illustra le oltre quaranta etichette prodotte al Domaine. “Bisogna fare due grandi distinzione all’interno della gamma” spiega Fred “innanzitutto tra i vini con e i vini senza ceralacca sul tappo. I primi sono interamente prodotti in anfora, gli altri invece principalmente in cemento, tra cui rientrano ad esempio i tre Muscadet. La seconda distinzione riguarda invece la tinta della ceralacca. I colori indicano che le uve del vino sono state coltivate al Domaine, mentre il nero indica i vini degli amici, cuvée a quattro mani ottenute da collaborazioni con altri vignaioli che condividono la nostra filosofia”.

Così è nato il progetto Le Temps di Copains, che si interroga sull’influenza del luogo sul percorso di affinamento dei vini. “Tutto è cominciato da una discussione con il mio amico vigneron Philippe Viret: ci siamo chiesti se vini provenienti dalle stesse uve potessero assumere espressioni diverse se vinificati e affinati allo stesso modo, ma in luoghi differenti. In altre parole, il luogo e l’enologo possono influenzare l’evoluzione di un vino con la loro energia?

La domanda ovviamente è retorica, la risposta è ben esplicitata dalla ventina di diverse bottiglie con la ceralacca nera che ci si parano di fronte. “Il principio che adottiamo è sempre lo stesso: concordiamo insieme al vigneron vitigno, appezzamento e vinificazione. Loro cominciano la trasformazione nella loro tenuta, dopodiché io recupero i mosti in fase di fermentazione alcolica per terminare la vinificazione e procedere con l’affinamento nelle anfore del Domaine”. Così Fred collabora con vignaioli dall’Alsazia alla Loira, da Hermitage alla Cote du Rhone, dalla Corsica alla Toscana, passando anche per la Provenza, da un altro TripleAista della prima ora: Henri Milan.

Attraversiamo una porta che conduce all’interno della cantina vera e propria che si rivela essere un locale unico dalle dimensioni di un hangar. Lungo i muri cassoni di legno pieni di bottiglie sono pronti a partire per le destinazioni più disparate: Stati Uniti, Giappone, Singapore. Una cosa ci lascia spiazzati: del cemento in cui sono vinificati i Muscadet non c’è traccia. Quando chiediamo, Fred ci risponde con una risata indicandoci delle sorte di tombini ai nostri piedi. Sollevandoli scopriamo che in realtà le vasche di vinificazione sono vere e proprie stanze piastrellate sulle quali stiamo camminando già da un po’. “Tutto questo spazio ci permette di accogliere una fiera ogni estate a cui partecipano oltre duemila persone. È nato proprio dal progetto dei vini a quattro mani, per questo anche la manifestazione si chiama Temps de Copains e riunisce vignaioli biodinamici da tutto il mondo, sia quelli con cui collaboriamo che non. Crediamo che uno dei principi cardine della biodinamica sia proprio la condivisione”.

Giungiamo alla sala delle anfore dedicate alle vinificazioni e Fred ci spiega come, attraverso centinaia di sperimentazioni, sia riuscito a comprendere come i vari vitigni si adattino all’argilla in funzione di forma, volume e porosità del contenitore. “L’incontro con le anfore è stato una delle due chiavi di volta nella mia storia di vignaiolo. Il primo vino in anfora che ho assaggiato nella mia vita era di Vodopivec: sono rimasto folgorato. L’ho preso per le spalle e scuotendolo gli ho chiesto se fosse davvero possibile fare un vino in quel modo!” “E la seconda?” chiedo. Fred sorride compiaciuto “La cosmocultura. Venite con me”.

RENDERSI DISPONIBILI ALLA SUGGESTIONE

Ritorniamo all’ingresso del Domaine dove una ripida scalinata conduce al luogo più incredibile di tutto l’Ecu: la sala di affinamento dei vini in anfora, quella che si intravedeva dal pavimento a vetri. Non appena Fred apre la porta ci giunge alle orecchie una musica tra il sacro e il medievale “sono canti gregoriani” spiega Fred “accompagnano con la loro vibrazione i vini durante tutto il loro percorso di affinamento”.

Lungo le pareti di roccia viva, che mostrano le stratificazioni dell’orthogneiss, sono disposte grandi anfore in terracotta su cui sono stati raffigurati vari simboli tra cui riconosciamo l’infinito e la croce di Ankh. Al centro della stanza invece è posizionato un grande quarzo risalente a cinquanta milioni di anni fa che energizza il velo d’acqua che vi fluisce sopra.

Fred si muove con passo felpato, preleva del vino da una delle anfore e ce lo versa nei bicchieri. “È stato proprio Philippe Viret a portarmi sulla via della cosmocultura” comincia Fred “Questa pratica condivide con la biodinamica l’approccio agricolo e l’osservazione del calendario lunare, ma va ben oltre. Avete presente quei luoghi che hanno una capacità di attirarci in maniera particolare? Come se si sentisse qualcosa nell’aria, qualcosa di invisibile eppure molto presente, una sensazione che è quasi palpabile. Ecco, la cosmocultura tiene conto di queste vibrazioni che sono specifiche di ogni luogo, degli scambi di energia tra cielo e terra e spiega come aiutare a far circolare questa energia in maniera più fluida. È una filosofia recente, ma prende ispirazione da pratiche millenarie”.

Se normalmente davanti a discorsi del genere fatico a nascondere il mio scetticismo, in quel momento è come se sentissi di non aver bisogno di spiegazioni. Sarà la musica, l’atmosfera o il magnetismo della situazione, ma ciò di cui parla Fred mi sembra di riuscire a percepirlo, in quel luogo e in quel preciso istante. È difficile da spiegare a parole, ma comprendo che lasciarsi travolgere dalle emozioni diventa più importante di mettersi alla ricerca di un perché. Del resto, lì sotto tutte le nostre modalità percettive sono stravolte. Non solo il tempo, anche il vino scorre diversamente: il sorso non si ferma allo stomaco, ma coinvolge ogni singola parte del nostro corpo. Non cerco, come farei di solito, un senso analitico nelle sue parole, ma mi limito ad accoglierle. Non si tratta di vivere un’esperienza mistica o visionaria, ma di scegliere di rendersi semplicemente disponibili alla suggestione.

“La mia filosofia è la mia verità” conclude Fred “E per comprenderla, piuttosto che di spiegazioni o di perché, serve farne esperienza sulla propria pelle”. Un po’ come succede tra il Muscadet Classic e chi ci si avvicina senza sapere che nel suo calice si trova uno dei volti al tempo stesso più classici e più esoterici di tutto il panorama del vino naturale.

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