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Domaine Milan: grande determinazione e giusto un pizzico di follia

Reportage //

Domaine Milan: grande determinazione e giusto un pizzico di follia

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Quali sono i fattori fondamentali alla base di un grande vino? Per scoprirlo siamo andati in Provenza a trovare Théophile Milan del Domaine Milan

Dopo esservi lasciati i bistrot marsigliesi alle spalle proseguite lungo la A7, abbandonando la costa provenzale, e dirigetevi verso l’entroterra: ad accogliervi ci sarà la pittoresca cittadina di Saint-Rémy-de-Provence, resa famosa dai dipinti di Van Gogh. Seguendo l’Ancienne Voie Aurelia attraverso un reticolato di ordinate villette in pietra vi troverete davanti un vigneto e un cartello rosa acceso che recita “Domaine Milan, Vins de France Libre”.

LE MARNE BLU COME A CHABLIS

Mentre dal finestrino sfreccia distratto il paesaggio, e il mare e la costa si fanno un lontano ricordo, mi faccio anticipare dai miei compagni di viaggio la storia del Domaine Milan.

È una storia che parte da lontano quella del Domaine, che vede diverse generazioni che si sono susseguite tra questi filari, e altrettanto longevo è il rapporto tra le Triple “A” e la famiglia Milan. È il 2003 quando squilla il telefono, dall’altro capo della cornetta c’è Nicolas Joly “A Saint-Rémy de Provence c’è un giovane vignaiolo promettente, dovreste conoscerlo”. Queste poche parole bastano per fare salire in macchina Fabio Luglio, complice di Luca nella genesi delle Triple “A”, e guidare fino in Provenza per conoscere Henri Milan. Vent’anni dopo la nostra macchina ripercorre lo stesso vialetto, facendo scricchiolare la ghiaia sotto le ruote. Ci accoglie una casa in pietra dalle persiane azzurre, una piccola rimessa contenente un trattore e il chiocciare sommesso delle galline. Un cartello rosa con una freccia e la scritta “Cave” ci indica la direzione da prendere attraverso un viale alberato.

Lo spaccio aziendale e la cantina vestono lo stesso colore rosa del Domaine, un irriverente colpo d’occhio pop in mezzo alla sobria eleganza provenzale. Varcando la porta del piccolo spaccio si entra in un altro mondo: il mondo della famiglia Milan. Dietro il bancone si susseguono tutte le etichette della cantina, dal soffitto pendono invece le bottiglie di amici e produttori che hanno rivoluzionato il mondo del vino, ma non c’è tempo per soffermarsi a leggere tutti i nomi: Theo ci sta già aspettando con un sorriso. “Andiamo a vedere la vigna?” ci chiede prima di dirigersi a passo svelto verso il vigneto. Mentre ripercorriamo il tragitto verso la casa la nostra attenzione viene catturata da alcune anfore interrate nel terreno: “Queste sono due nuove anfore, da 500 litri cadauna, che abbiamo dedicato al Cha Cha 2023. Abbiamo deciso di interrarle all’esterno, chiudendole per non far entrare nulla all’interno, è più che altro un test: tendenzialmente preferisco l’anfora tradizionale scoperta o il cemento, ma siamo curiosi di vedere i risultati!”

Il vigneto si apre davanti a casa, dall’altra parte della strada, attraversando un fosso. In lontananza la catena montuosa di Les Alpilles incornicia il paesaggio delle vigne. Camminando tra i filari in certi punti bisogna fare lo slalom, Theo sorride ed esclama “Peccato che non siate arrivate prima, il cavallo è appena andato via!” come dimostrano le arature nel terreno e le tracce del passaggio dell’animale per terra. Theo si muove con sicurezza tra i filari e nel frattempo ci racconta la storia della sua famiglia: “Inizialmente questa era la casa di campagna di mio nonno, quando l’ha acquistata nel 1956 c’erano già i vigneti, ma le uve venivano vendute a una cooperativa. È stato solo nel 1986 che mio padre e mia madre hanno fondato il Domaine e avviato le vinificazioni in azienda. Fin dall’inizio mio padre, Henri, voleva dare vita a un vino che fosse rispettoso della natura che ci circonda, ma gli incontri con il microbiologo del suolo Claude Bourguignon e il vignaiolo Claude Courtois del Domaine des Cailloux du Paradis si sono rivelati decisivi nella rivoluzione dell’azienda e della comprensione del vino di mio padre. Siamo usciti dall’AOC Baux-de-Provence e ci siamo dedicati alla produzione di vini biodinamici.”

Le analisi svolte da Claude Bourguignon nell’aprile del 1996 portano infatti grandi rivelazioni sui suoli dei vigneti di Tuilière Vieille e La Carrée: il suolo è composto da marne blu, come a Chablis, accendendo alla possibilità di produrre grandi vini bianchi. Ma anche la vigna di Clos Milan risulta sorprendente grazie alle importanti quantità di calcio che possono dare incredibili vini rossi, infatti i suoli sono molto simili a quelli di Chateau Rayas, famosa cantina a Chateauneuf-du-Pape. “Qui i suoli e lo stile del vino sono più simili a quelli del Rodano che a quelli provenzale” ci racconta Theo.

SELEZIONE MASSALE CONTRO LA STANDARDIZZAZIONE DEL GUSTO

Cartine alla mano Theo ci guida attraverso la disposizione dei vigneti dell’azienda, 13 ettari nei pressi del Domaine e 7 situati sull’altopiano di Les Alpilles. Camminando tra i filari del vigneto nel frattempo ci racconta di come i viaggi che ha fatto negli ultimi dieci anni, visitando amici e colleghi produttori, hanno contribuito a maturare in lui una nuova consapevolezza. “Ogni visita mi ha insegnato qualcosa, inizialmente non ho capito subito, poi mi sono reso conto che i vini che mi colpivano di più avevano tutti qualcosa in comune: i produttori mi dicevano tutti che quei vini venivano da vigne da selezione massale.

Se Henri Milan ha giocato un ruolo fondamentale nello studio e nella comprensione dei suoli del Domaine, suo figlio Theo con la selezione massale è stato in grado di arricchire l’azienda di un ulteriore tassello. Nel 2020 Theo, dopo la consapevolezza maturata dalle sue visite, decide di scommettere sulla selezione massale convinto della potenzialità che essa può offrire. Così, con le marze di pinot noir del produttore borgognone Emmanuel Giboulot, contatta il vivaista Lilian Berillon per preparare una selezione su misura per il Domaine. “Ci siamo affiancati a Berillon che lavora in Côtes du Rhone, è tra i migliori vivaisti francesi e probabilmente uno dei pochi in Europa a lavorare sulle selezioni massali. All’inizio ho dovuto insistere, mio padre pensava fosse una follia investire così tanto denaro su questo progetto, il costo infatti non è indifferente: una barbatella da selezione clonale costa 1,50 €, mentre quelle ottenute da selezione massale costano 4,50 € l’una. I costi di impianto del vigneto come potete immaginare lievitano, quindi per ora reinnestiamo sulle vecchie vigne, in questo modo risparmiamo soldi, tempo e guadagniamo in qualità”.

Per Theo la prova del nove avviene tre anni dopo con l’assaggio delle uve, ed è talmente convinto del successo di questo investimento che decide di piantare un secondo vigneto nel 2023. Quando gli chiedo secondo lui quali siano le differenze a livello sensoriale mi risponde:

I vini ottenuti da uve provenienti da selezione massale hanno maggiore energia nei sentori, sono più vibranti, danno vita a vini autentici e locali. Voi siete Italiani, pensate alla pasta, preferite mangiare la pasta di un piccolo pastificio locale che presta attenzione al prodotto e alle temperature di essicazione oppure farvi un piatto di pasta industriale che in tutto il mondo ha sempre lo stesso gusto? Per il vino penso che debba essere la stessa cosa”.

Theo prosegue e così ci racconta di come dopo l’arrivo della filossera il mondo sia andato incontro a una standardizzazione del gusto e delle caratteristiche varietali dei vitigni e delle piante, per lui infatti il futuro del mantenimento delle caratteristiche varietali è la selezione massale. All’interno della storia del Domaine Milan, Henry ha scritto il primo e fondamentale capitolo che ha abbracciato temi come l’imbottigliamento del vino, la biodinamica e lo studio dei suoli, ma quando Theo si è trovato tra le sue mani il futuro dell’azienda ha avuto il coraggio di mettere un punto a quel capitolo, girare pagina e cominciarne uno nuovo. “Per me fare vino naturale non è più abbastanza, ora voglio portare questo modo di fare vino ad un altro livello: voglio perfezione ed eleganza”.

Così oltre alla selezione massale, troviamo un ulteriore “test”, frutto della nuova generazione del Domaine, riguardo la densità d’impianto. Nel vigneto de La Pointe de Dario, ci racconta Theo, troviamo cinque parcelle a bassa intensità d’impianto coltivati a merlot, macabeu, grenache gris, chenin e savagnin, ognuno dei quali con solo 1.000 piante per parcella. Sullo stesso principio si basa il nuovo vigneto acquistato nel 2021, otto ettari di carignan disposti con un ceppo ogni dieci metri, da cui in futuro nascerà il Papillon Rouge. La sperimentazione così diventa punto di forza, per comprendere, migliorare e crescere.

LA CAVE: A LITTLE BIT OF CRAZINESS

Se c’è un punto comune di ogni visita dai produttori è l’obbligatorio passaggio in cantina e anche questa volta non siamo delusi. Quando rientriamo all’interno della cave, il cielo si è imbrunito, superiamo il piccolo e colorato spaccio aziendale e un minuscolo ufficio per addentrarci all’interno della cantina, un nucleo di cemento e vernice rosa che sono il cuore pulsante dell’azienda. Gli spazi incredibilmente raccolti raccontano una scelta produttiva, in cantina infatti sono soltanto in tre: Theo, sua moglie Nathalie e uno stagista. “Essere in tre dà grandi vantaggi, ci confrontiamo e parliamo delle idee che abbiamo. Se c’è qualcosa che non ci convince nelle vinificazioni, o vogliamo cambiare qualcosa, ci fermiamo a parlarne e ne discutiamo”.

Mentre Theo ci racconta di quando nel 2015 ha vinificato il suo primo vino, i nostri occhi curiosi corrono sui dettagli della cantina intorno a noi: vasche di cemento, botti e pile di scatole di vini che portano impressa l’immagine di una farfalla, accompagnano la storia della vinificazione. La cantina di Domaine Milan è un vero e proprio hub di sperimentazioni tra diversi vitigni e affinamenti, ma Theo ci svela i suoi cavalli di battaglia, le sue vigne preferite: la vigna dove i cinque vitigni di bianco convivono e una parcella di “sangiovese” reinnestato da lui con marze da selezione massale prese da un produttore corso.
La sperimentazione è il leitmotiv della cantina, scelta che si riflette nella decisione di uscire dai rigidi confini delle AOC passando ai Vin de Table per poter lavorare con maggiore libertà.

Partiamo con gli assaggi di botte, e nel calice entra così il pinot nero da selezione massale dell’annata 2022. Theo ancora non sa ancora dirci quale sarà il futuro di questo vino, che però già si presenta in perfetta forma tra speziatura e aromi floreali, e ci aiuta a capire la forza di queste uve di cui ci parlava poco fa. Tra un assaggio e l’altro gli chiediamo quale siano secondo lui le differenze nello stile di vinificazione tra lui e suo padre, la risposta di Theo arriva subito: “Mio padre è un creativo, un artista e questo lo ha sempre trasmesso nei sui vini, ha sperimentato tanto nelle vinificazioni e ama mettersi in gioco. Lo sapevate che dopo un incontro con Stanko Radikon ha fatto il primo orange wine dell’azienda con uve chardonnay e muscat? I tempi non erano maturi per apprezzarlo e così è passato ad un nuovo progetto. Io ho avuto modo di imparare da lui la stessa filosofia sul vino, ma ho un approccio diverso: sono un po' più concentrato sui dettagli. Così studio e valuto il miglior affinamento possibile, i tappi e ovviamente la qualità delle uve. Diciamo che il motto del Domaine oggi potrebbe essere “A little bit of craziness, but not too crazy!”

Il tempo di concludere la frase e nella piccola cantina rosa entrano sfrecciando due bambini che indossano delle scarpe a rotelle con luci neon, i figli di Theo, la futura generazione del Domaine, seguiti da Nathalie.
Conclusi gli assaggi dalle botti si torna allo spaccio aziendale per passare ai vini già imbottigliati, ma veniamo di nuovo interrotti, infatti dalla porta d’ingresso entra Henri Milan. Ricomincia la giostra di saluti, abbracci e presentazioni, si aggiunge un calice e la degustazione riprende. Vedendo parlare Henri e Theo del Domaine comprendo di avere di fronte due grandi capitoli della crescita del Domaine, ma quello che osservo non è lo scontro generazionale tra padre e figlio, ma un’evoluzione che non può avvenire uno senza l’altro. Ed è proprio dall’intesa, dalla sintonia e dalla reciproca comprensione di essere diversi nei caratteri, nelle idee e nelle vinificazioni, che nasce la forza del Domaine Milan.

Dalla porta dello spaccio osservo che ormai fuori è buio, una fine e fitta pioggerellina abbraccia le ombre che intravediamo, è il tempo degli ultimi saluti e dei ringraziamenti. Mentre torniamo alla macchina camminando attraverso il viale alberato, forse per il vino, forse per la pioggia o forse soltanto per scrollarci di dosso la malinconia che accompagna i saluti, parte una di quelle corse improvvise e collettive verso la macchina. Un po' ridendo, un po' scivolando, arriviamo fino alla macchina e ripenso ad una frase che Theo ci ha detto in vigna non appena arrivati: “Il segreto del lavoro di un vignaiolo sono due: uno è il terroir, l’altro è la genetica antica dei vigneti”. Sorrido e penso al lavoro di Henri e Theo, le due generazioni che hanno reso grande il Domaine Milan.

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