Domaine Huet: tutte le forme dello chenin blanc

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Domaine Huet: tutte le forme dello chenin blanc

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In che maniera lo chenin blanc riesce a farsi interprete di tutte le sfaccettature del panorama di Vouvray tra diversi sottosuoli e varietà di stili? Per scoprirlo siamo andati a trovare Sarah Hwang, proprietaria e direttrice del Domaine Huet, e Benjamin, il suo braccio destro.

Dall’uscita autostradale di Bleré Chendiceau, proseguendo in direzione Tours per una trentina di chilometri attraverserete prati e campi fioriti tipici del paesaggio della Loira fino a giungere a Vouvray. Dal fiume sarà sufficiente sollevare lo sguardo e inerpicarsi per Rue dela Croix Bruisée per trovarsi di fronte porte del Domaine Huet.

DA VICTOR HUET A SARAH HWANG: UN SECOLO DI DOMAINE

Il Domaine Huet è una di quelle cantine avvolte nel mito: il suo nome si legge sui libri di testo dellasommelierie e nelle carte dei vini dei grandi ristoranti e le sue bottiglie rappresentano una delle eccellenze assolute diVouvray, dellochenin blanc e della Loira intera. Per questo motivo nonostante ad attenderci non ci sia l’ostentazione e l’imponenza di tantiChâteau,Domaine e Maison francesi e sebbene la nostra conoscenza e collaborazione con Huet sia addirittura precedente alla nascita delle Triple “A”, quando varchiamo la soglia della cancellataci viene spontaneo avvicinarsi alla porta con una certa riverenza.

È solo in quel momento che realizzo di come nei racconti di Luca sulla genesi del pensiero che ha portato alla nascita del Triple “A”, al fianco di uomini come Serge Hochar e Ales Kristancic, compaia spesso anche il nome di Noël Pinguet, régisseur del Domaine Huet fino al 2012. Con dieci anni di ritardo non mi resta che seguire le orme della figura di Noël, attraverso le parole, ma soprattutto i gesti di Sarah Hwang, che lo ha succeduto dando continuità al suo lavoro incredibile, che non solo ha portato Huet tra i Domaine più importanti e riconosciuti del panorama vitivinicolo francese, ma anche tra i precursori dell’agricoltura biodinamica.

È proprio lei ad accoglierci sorridente poco dopo con un “Welcome in Vouvray dall’accento molto newyorkese. Del resto, nonostante il cognome potrebbe far pensare diversamente, è proprio nella Grande Mela che Sarah è nata e cresciuta. “La mia famiglia è legata al mondo del vino ormai da diversi anni” ci spiega “Nel ‘97 abbiamo acquisito la storica aziende ungherese Kiràlyudvar, situata nella zona di produzione del Tokaij. Io quindi sono cresciuta a stretto contatto con questo mondo e me ne sono appassionata presto. Ho lavorato per Kiràlyudvar per alcuni anni negli Stati Uniti proprio con l'intento di riaffermarne nome e presenza sul mercato. Nel frattempo la mia famiglia nel 2003 ha acquisito anche Huet e nel 2012, con la partenza di Noël Pinguet che era qui dal ‘76, mi sono trasferita a Vouvray e sono diventata direttrice del Domaine.

In realtà come ci racconta poco dopo, il Domaine Huet affonda le sue radici ancora più lontano nel tempo, arrivando quasi a un secolo di storia. Tutto è partito con Victor Huet e suo figlio Gaston nel 1928 con la fondazione del Domaine e l’acquisizione del primo vigneto. Loro per primi hanno adottato le pratiche agricole che seguivano il calendario lunario e il moto dei pianeti. Oggi attraverso la biodinamica applicata al buonsenso agricolo continuiamo a lavorare in questo modo. Quando Gaston si è ritirato ha lasciato il Domaine in gestione a Noël che era suo genero”

Sul rumore di un furgone alle nostre spalle, ci voltiamo simultaneamente. Ne esce un uomo sulla quarantina con i capelli corti e gli occhiali da sole sulla fronte: è Benjamin, attuale responsabile della viticoltura e della vinificazione. “Stavamo aspettando proprio te” lo punzecchia Sarah, poi si gira di nuovo verso di noi e propone “andiamo a vedere i vigneti?”

HAUT-LIEU, CLOS DU BOURG E LE MONT: I TRE VOLTI DI HUET

Mentre la strada asfaltata lascia posto allo sterrato, Benjamin ci racconta di essere nato e cresciuto a Vouvray e di essere tornato nel 2008, dopo alcune esperienze in Borgogna e in Rodano, affiancando inizialmente l'agronomo ed enologo Jean-Bernard Berthomé, fino a prenderne il posto nel 2019.  

Cominciamo dal vigneto di Haut-Lieu, l’appezzamento che ha dato origine al Domaine nel 1928, che oggi conta quindici ettari, è il più esteso della proprietà e si distingue per un suolo molto profondo di natura argillo calcarea con predominanza di argille brune.  

Benjamin nel frattempo dà dimostrazione del suo legame intimo e profondo col territorio parlando di Vouvray con una passione quasi travolgente. “Siamo a trecento chilometri dal mare e il clima qui sta metà strada tra l’oceanico e continentale. Questo ci permette, a seconda dell’andamento di ogni singola annata, di concentrare la produzione sui vini più secchi, gli spumanti e i Sec, o al contrario sui vini con più elevato residuo zuccherino, i Demi-Sec e i Molleaux.

Oggi l’intero Domaine conta trentadue ettari di cui trenta produttivi suddivisi in tre appezzamenti” interviene Sarah “In ciascuno di essi coesistono in egual misura piante giovani di circa quindici anni, piante adulte tra i quindici e i trenta e piante vecchie, le migliori, oltre i sessant’anni”. “Ovviamente” aggiunge Benjamin “i frutti delle viti più giovani sono principalmente destinate alla spumantizzazione. I reimpianti avvengono sempre in ottica qualitativa scegliendo le marze attraverso una selezione massale dalle nostre viti più vecchie, ma anche da piante di chenin provenienti dalle zone di Anjou e Saumur, per una massima varietà genetica all’interno dei vigneti”

Rimontiamo sul furgone per poche centinaia di metri finché arriviamo tra gli alberelli di chenin dei sei ettari del Clos du Bourg, dove i suoli ciottolosi sono molto meno profondi rispetto ad Haut-Lieu e poggiano su roccia calcarea. Lo spettacolo che ci si para di fronte ha davvero dell’incredibile. Il vigneto a un tratto si interrompe bruscamente lasciando spazio a quello che sembra essere uno strapiombo. Senza rendercene conto abbiamo circumnavigato la zona fino a giungere sul coteau al di sopra del paese di Vouvray. A farcelo capire è la punta del campanile che spunta all’orizzonte. “Si tratta della parcella più antica in assoluto di tutta Vouvray. A dare i nomi ai vigneti sono le vecchie Maison che erano state costruite in mezzo” ci spiega Sarah mentre passiamo davanti al rudere del Clos du Bourg. 

Ultima tappa è Le Mont, nove ettari totali dove i suoli riguadagnano profondità rispetto al vigneto precedente, i ciottoli si fanno più grandi e silicei e le argille verdi. “A Vouvray, su una superficie vitata complessiva di tremila ettari il 15% dei produttori lavora in biologico” ci racconta Benjamin “ma ciò che ci tengo a sottolineare è che dà Heut le vendemmie sono interamente manuali, quando in questo territorio il 90% delle uve è raccolto a macchina. Le uve sono lavorate parcella per parcella senza distinzione al loro interno. Questo è possibile perché durante le vendemmie abbiamo al centro dei vigneti dei grandi picking tables dove avviene una selezione rigorosissima, anche acino per acino. E quindi la totalità dei grappoli portati in cantina è perfettamente sana”

Mentre facciamo ritorno verso il Domaine Sarah e Benjamin ci raccontano come il lavoro di estrazione della roccia del sottosuolo per la costruzione di case e Château, abbia allo stesso tempo offerto la possibilità di realizzare piuttosto facilmente cantine interrate. In questo modo oltre a temperature e umidità costanti, le pareti sono facilmente colonizzate dai lieviti indigeni e facilitano l’avvio spontaneo delle fermentazioni. Lo verifichiamo di persona poco dopo perdendoci tra i cunicoli di una cantina viva, dove il calcare dei muri è più bagnato che umido e in alcuni punti addirittura coperto da uno strato di piccolissimi funghi. 

ACIDITÀ, ZUCCHERO E AMARTUME

Dopo uno slalom tra le pupitres, che ci fanno intendere che oltre alla vendemmia anche le operazioni di remuage sono interamente manuali, dalla cantina sbuchiamo in un’accogliente sala degustazione tanto moderna quanto in continuità di stile con la struttura del Domaine. È davanti ai calici che abbiamo la possibilità di cogliere l’espressione di ognuno dei tre diversi suoli in quattro differenti versioni. 

Oltre a un metodo classico infatti, la produzione del Domaine si concentra sui Sec, vini che contengono fino a 8 grammi litro di residuo zuccherino, i Demi-Sec, tra i 16 fino ad oltre 20, e i Molleaux, che superano i 60. Chiudono la gamma i 1ère Trie, oltre gli 80, e la leggendaria Cuvée Costance, ottenuta dal blend del meglio delle uve surmature dei tre appezzamenti. “La Cuvée Costance per noi è molto importante, viene prodotta solo nelle annate migliori e rappresenta il potenziale massimo dello cheninblanc dei nostri vigneti” ci racconta Sarah. 

“Lo chenin blanc porta sempre con sé due tratti molto caratteristici” ci introduce Benjamin versandoci i campioni da vasca 2021 “un’acidità incredibile e una punta di amartume finale. Questo si traduce essenzialmente in due conseguenze: l’estremo potenziale di evolutivo e un riuscitissimo sposalizio con lo zucchero

I Sec, complice la quantità minima di residuo, mettono più a nudo il territorio, mostrando prima di tutto la differenza di suolo. Così l’Haut-Lieu si esprime sulla frutta con generosità e semplicità, il Clos du Bourg mostra più volume e grassezza e Le Mont si rivela il più affilato, dritto e sapido.  

Aumentando man mano la quantità di zucchero residuo, aumenta la concentrazione dei vini, la capacità di invecchiamento e l’espressività da sviluppare. Così in gioventù i Demi-Sec e, a maggior ragione, i Molleaux perdono definizione, spiccano più in quanto “chenin”, per poi ritirare fuori la predominanza del terroir dopo almeno tre o quattro anni nel caso dei Demi Sec e una decina per i Molleaux. 

Di conseguenza all’affinamento corrisponde una sensazione di dolcezza minore, perché lo zucchero si integra e l’acidità non decade. Così un Clos du Bourg 1ère Trié 2018 presenta una dolcezza intensissima, che al palato pare quasi cristallizzata, mentre un Le Mont Molleaux 1995 riesce ad addirittura apparire meno dolce di certi Demi-Sec giovani. 

Tutto questo ovviamente senza tener conto del carattere della singola annata e, come se non bastasse, a mescolare ulteriormente le carte in tavola ci si mette la Botrytis, per niente rara in zona, anche se meno diffusa rispetto per esempio ad Anjou o a Savanniéres. 

Vogliamo che i nostri siano prima di tutto vini di vigna, poi vini del Domaine e in ultimo vini dell’uomo mi dice Sarah mentre usciamo dalla sala degustazione tenendo ancora in mano il calice di Cuvée Costance da centellinare goccia a goccia. E basta questa frase per capire che Sarah ha esattamente compreso come dare continuità a Huet e al lavoro di Noël Pinguet. I vini del Domaine Huet di oggi non sono quelli del 1998, anno in cui abbiamo iniziato la nostra collaborazione, e neanche quelli del 2012, quando Noël ha passato il testimone. Condividono però la terra di provenienza e il modo in cui questa terra viene lavorata, condividono l’identità di Huet facendosi somma del lavoro, dell’esperienza e del savoirfaire dei tanti vignaioli che si sono succeduti in questo secolo di storia. Ad essere cambiate sono solo le persone, ma i vini di Huet sono innanzitutto vini di vigna e vini del Domaine. 

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