Denis Montanar: una selezione d'autore

Reportage //

Denis Montanar: una selezione d'autore

Scritto da

In che modo l’agricoltura può essere in grado di conservare la memoria storica di una terra? Per comprenderlo siamo andati a trovare Denis Montanar, vignaiolo friulano che negli anni si è fatto custode della genetica di un territorio attraverso un instancabile lavoro di selezione massale.

Sulla strada che da Cervignano del Friuli porta a Monfalcone, duecento metri dopo aver superato il fiume Terzo, svoltando a sinistra vi ritroverete a Borc Dodon, nome friulano del Borgo Dodone, piccola frazione di Villa Vicentina, dove sorgono casa e cantina di uno dei vignaioli più emblematici del Friuli: Denis Montanar.

Denis Montanar
Denis Montanar
Denis Montanar

ANNOZERO: LE BASI PER I VIGNETI DEL FUTURO

Fino a pochi giorni fa consideravo i vini di Denis Montanar tra i più estremi delle Triple “A”, di quelli che o li ami o li odi e che non ammettono eccezioni. Ricordo che qualche anno fa assaggiai distrattamente un suo rosato di refosco di vena selvatica e volatile spinta. Se il primo sorso mi lasciò interdetto, fui costretto a ricredermi quando pochi istanti dopo mi trovai tra le mani il calice vuoto. La volatile non solo si integrava perfettamente al vino, ma gli restituiva una marcia in più in quanto a beva. Io non l’avevo capito, ma il mio palato sì. Questo però non servì a farmi ricredere sul fatto che i vini di Denis fossero “estremi”, ma semplicemente mi convinse di stare dalla parte di quelli che li amano.

Quando arriviamo a Borc Dodon non c’è cartello o insegna che indichi l’ingresso dell’azienda, poi Denis fa capolino da un cancello e ci fa cenno con la mano. È in quel momento che realizzo che in realtà di Denis so poco o nulla. Fino ad oggi ci siamo parlati solo per telefono: mi aveva chiamato nella primavera del 2020 per raccontarmi di aver deciso di concedere alle sue vigne un anno di riposo. L’idea era quella di lasciare che per un anno la vigna si autogestisse completamente: zero trattamenti di rame e zolfo, nessun passaggio tra i filari con il trattore e nemmeno una sfalciatura dell’erba. “Se ci sarà dell’uva la raccoglieremo” mi aveva detto Denis “ma non è quello il nostro obiettivo”.

Denis ci fa spazio nel cortile di fronte alla casa e cantina, sotto il pergolato, di fianco a un grande tavolo in legno, ad aspettarci c’è anche Carlo, il figlio di Denis, classe ’99, che da poco ha deciso di affiancare il padre nel futuro dell’azienda. “Allora com’è andato l’anno di riposo?” gli chiedo. “Molto bene” mi risponde Denis “Lavorando negli anni nei miei vigneti ho notato che si verifica una ciclicità di annate non troppo favorevoli. Penso alla 2002, alla 2008 e alla 2014… annate difficili che hanno richiesto tanti trattamenti e altrettanti investimenti. Si finisce per correre dietro alla vigna per poi portare a casa poca uva e di qualità non eccelsa. Così con la 2020 ho deciso che ogni 6 anni piuttosto che stressare i miei vigneti, li lascio riposare”.

denis montanar

Così dopo una potatura invernale in cui è stato lasciato solo il legno alle viti e dopo un primo sovescio, le viti di Denis hanno vissuto un anno in completa autogestione. “Siamo entrati nei vigneti solo un paio di volte e a piedi” mi racconta Carlo “giusto per dare una sistemata ai tralci tra i fili. A settembre quando siamo rientrati, l’erba tra i filari era alta un metro e mezzo”. L’astensione dalla sfalciatura ha permesso a molte delle piante spontanee del vigneto di compiere un completo ciclo vitale, facendo sviluppare un apparato radicale capace di entrare in profondità nel terreno e permettendone un’aerazione e una traspirazione decisamente migliori. Il vero plus di questo anno di riposo però è stata la possibilità di individuare e selezionare il materiale più resistente per una vera selezione massale: meno le piante hanno sofferto, nonostante l’assenza di trattamenti, più la riproduzione darà vita a nuovi esemplari capaci di difendersi dalle malattie.

“Andiamo a fare un giro delle vigne?” propone Denis. Mettendo piede nella vigna di merlot di fronte a casa la cosa che stupisce è proprio la sofficità del terreno. Ad ogni passo i piedi affondano senza sprofondare, pare di camminare sulla gomma piuma.

Denis Montanar

TUTTE LE VIGNE DI DENIS

Quando si va a trovare un produttore, il giro in vigna è d’obbligo. È l’occasione per farsi raccontare il suo metodo agricolo, per carpire il rapporto di intimità che vive con la sua terra, per vederlo all’opera mentre si muove tra i filari con le mani che corrono tra le piante guidate dall’esperienza. Per Denis però fare il giro delle vigne, significa fare il giro di tutte le vigne. Una per una, senza eccezioni, perché ogni vigneto ha la sua storia ed è funzionale al racconto del suo lavoro. 

La prima tappa è a Scodovacca, un vigneto coltivato a refosco e verduzzo da selezioni massali del primo Novecento. “Il verduzzo è un’uva dal potenziale incredibile” racconta Denis “nel 2000 ho fatto due tonneaux che ho lasciato scolme. Hanno sviluppato la fioretta ed è venuto un vino in stile jurassien. Quando torniamo a casa vediamo se ne ho ancora una bottiglia in cantina”. Scodovacca è lo spunto per farci raccontare del suo metodo agricolo. “Siamo certificati biologici dal 1996, anche se abbiamo cominciato ben prima, in cantina le fermentazioni sono tutte spontanee e usiamo meno solforosa possibile, tanto che molti vini stanno sotto al livello minimo da dichiarare. Abbiamo fatto e facciamo anche alcuni interventi biodinamici che stimolano il terreno e le piante, ma pensiamo che con l’esperienza ogni agricoltore possa trovare la strada che più si adatta alla sua dimensione. Per noi l’importante non è trovarsi un’etichetta, ma essere dotati di buonsenso agricolo”.  

Il secondo stop è nel vigneto di Dodon da cui nasce lo Uis Blancis, dove convivono pinot bianco, sauvignon, friulano e verduzzo. Denis ci tiene a mostrarci le piante più giovani di sauvignon. “Le piante vecchie soffrivano di mal d’esca e non potevo riprodurle e pian piano ne avevo sempre meno. Nel 2008, annata molto difficile, un vecchio signore del posto mi disse che a Ruda aveva visto un vigneto abbandonato con piante vecchie di sauvignon che avevano l’uva appesa. Così, dopo aver segnato quelle viti ho cominciato a riprodurle nel 2010 e ancora adesso lavoro sui tralci per ripopolare il vigneto. Si può dire che esperienze come queste ci hanno dato l’ispirazione per il lavoro di selezione che portiamo avanti”. Da quel momento, insieme a Carlo, Denis ogni vendemmia fa un vero e proprio lavoro di scouting nei vigneti abbandonati del Friuli alla ricerca di materiale per la riproduzione. Vigneto dopo vigneto, racconto dopo racconto, mi rendo conto che pochi altri produttori hanno incentrato il loro discorso sull’importanza della selezione massale che sta al centro della filosofia agricola di Denis. La sua è una vera e propria selezione d’autore, con il suo lavoro si fa custode della genetica di un territorio. La conferma ce l’ho poco dopo, quando gli chiedo cosa ne pensi delle PIWI, le vigne resistenti alle malattie fungine. “Queste viti resistenti sono senza memoria storica, il vero valore dell’agricoltore invece per me sta proprio nel conservare la memoria storica del luogo dove vive e lavora. Il nostro lavoro di selezione è al servizio del territorio, per esempio da me Zidarich ha preso il materiale per impiantare alcune viti refosco dal peduncolo rosso, e Villa Job il friulano”.

Denis Montanar
Denis Montanar
Denis Montanar
Denis Montanar

Per arrivare al terzo vigneto invece bisogna percorrere una stradina sterrata: sulla destra una coltivazione di mais convenzionale, sulla sinistra il prato e il vigneto di Denis. La strada separa mondi opposti: da un lato piccole piante si alternano su una terra arida, dura, scalfita solo dalle spaccature che si diramano come crepe, dall’altro un concentrato di biodiversità animale e vegetale“Pensa che un giorno mi son venuti a chiedere se avessi avuto qualcosa in contrario nel caso avessero tagliati gli alberi che fanno da contorno alla strada” dice Denis ridendo. Inutile dire che li alberi sono ancora lì, ben radicati a terra. 

La quarta tappa prevede uno stop dietro alla cantina tra i filari di un vitigno che Denis si ostina a chiamare tocai, ma che la legge impone di chiamare friulano. “Qui convivono i frutti di una selezione massale di tre vigneti dell’età almeno di novant’anni”.  

Poi ancora due vigneti, direzione Borc Sandrigo, che distano tra loro poche centinaia di metri. Passeggiando tra i filari del primo Denis racconta di aver trovato a Scodovacca del refosco bianco, una varietà quasi inesistente su cui si concentreranno le selezioni del futuro. Il secondo invece è il vigneto da cui è cominciata la storia dei Montanar. “Un tempo i contadini si spostavano per sussistenza. Mio bisnonno Lino è venuto qua nel 1904, era mezzadro per i Bressan. Poi col tempo si è passati dalla mezzadria all’affitto, l’ha preso in gestione mio nonno, oggi io, domani sarà il turno di Carlo”. Oltre i filari si scorge il campo di mais, coltivato a dente di cavallo, una varietà antica che oggi utilizzano, insieme a mosto d’uva, orzo e farro di loro produzione, per fare un’Italian Grape Ale in collaborazione con Primo Campo, un microbirrificio agricolo della zona. 

Denis Montanar
Denis Montanar

CARLO E LA QUINTA GENERAZIONE DI MONTANAR

Quando torniamo sotto il porticato della casa di Denis, Carlo tira fuori dalla cucina un grande tagliere con in mostra salumi e insaccati di loro produzione. “È tradizione di famiglia” spiega Denis “compriamo le bestie e le lavoriamo noi. Carlo, che ha imparato dal nonno Claudio, è diventato il nuovo norcino di famiglia”. Mentre Carlo comincia ad affettare lingua, ossocollo, coppa, lonza e salami, Denis ci porta in cantina e si mette alla ricerca del Verduzzo di cui ci aveva parlato.  

Chiedo a Denis di raccontarmi la sua storia. “Io sono del ’70, a diciannove anni ho preso in gestione i vigneti di mio nonno e nel ’90 abbiamo fatto il primo imbottigliamento. Allora facevamo seimila bottiglie e si vendevano tutte in azienda. Poi piano piano mi sono allargato, ho acquistato nuovi terreni e la casa annessa dove ora c’è la cantina”. Mentre Denis rientra in casa per mettere il maiale e le cipolle sul fuoco, ne approfitto per chiedere a Carlo come ha deciso di diventare parte integrante dell’azienda. “Io ho studiato per fare il meccanico e sono appassionato di motocross. Inizialmente pensavo che quello sarebbe stato il mio futuro. Un giorno mio padre mi ha mandato a fare una degustazione in Svezia e da lì in poi ho cambiato idea, ho capito che sarei restato qui”. Dopodiché Carlo mi illustra il significato delle etichette: Le tre fasce verticali spiegano l’origine del vino: ci sono colore e nome del vino, il colore della terra e la mano dell’uomo. Sono i tre elementi fondamentali che permettono a un vino di essere la vera espressione di un territorio”. 

Poi tutta l’attenzione se la prendono i vini e specialmente il Verduzzo 2000. Dopo una mezz’ora in caraffa, il vino comincia ad esprimere tutto il suo potenziale: ad ogni giro del bicchiere ci si trova davanti un vino diverso che fa perdere il senso del tempo e apre nuove dimensioni gustative mai esplorate. Mi avvicino ai vari calici e in ognuno ritrovo la vena selvatica, la volatile spinta e l’incredibile beva di quel rosato. Stavolta però lo comprendo anche intellettualmente. Dopo aver conosciuto Denis mi accorgo che i suoi vini gli assomigliano spaventosamente: non conoscono compromessi, ma di estremo non hanno nulla se non la bontà. E dopo aver toccato con mano il suo approccio al lavoro non si può che stare dalla parte di chi li ama. 

Scopri i produttori Triple “A”