
Lasciandosi alle spalle Alba, e risalendo la sponda sinistra del Tanaro, si arriva fino al paesino di Barbaresco, un affascinante borgo di case in pietra sovrastate dall’omonima e possente torre in mattoni. Mentre la macchina scorre sulla provinciale e gli occhi seguono i profili dolci delle colline, fate attenzione a prendere la svolta a sinistra per Località Roccalini. Qui si trova l’azienda di Paolo Veglio, Cascina Roccalini, le sue vigne e la cantina.

Il sole estivo ci accarezza gli avambracci che sporgono dai finestrini aperti, mentre la macchina si arrampica tra le colline vitate della Langa. Nonostante la data di ingresso di Paolo Veglio nel catalogo degli Agricoltori Artigiani Artisti sia datato di quasi un anno, questa è la mia prima visita in azienda, un’occasione per conoscerci meglio e vedere Paolo nel suo ambiente naturale. Finora i miei incontri con lui si erano limitati a educati saluti ai vari eventi a cui avevamo partecipato; quindi, ero piuttosto curiosa di cogliere l’animo e la personalità del vignaiolo dietro i vini che ci avevano stregati.
Non appena la macchina varca l’ingresso del cancello un uomo alto e dai capelli corvini fa capolino dalla porta. Paolo è un uomo corpulento e dall’aria un po' schiva e burbera, ma dopo pochi minuti si apre, rivelando una mente brillante, un senso dell’umorismo arguto e la praticità tipica di chi lavora seguendo il ritmo della terra.
Mentre camminiamo tra i filari del vigneto dietro a casa, Paolo inizia il suo racconto “Io qui sono nato e questa è casa mia. Non ho mai avuto velleità di salvare il mondo, ma dal 1991, il mio primo anno, non ho mai utilizzato chimica o fatto trattamenti oltre i classici di zolfo e rame. Ho imparato presto non per necessità ma per passione, a quattordici anni il dipendente aziendale mi ha insegnato a guidare il trattore, in famiglia non c’era nessuno che potesse insegnarmi, mio padre era architetto. Così mi sono iscritto all’Istituto Enologico, ma per tutto il quinquennio non sono mai riuscito a entrare a scuola a settembre insieme ai miei compagni: io tornavo sui banchi di scuola a ottobre con la giustifica della “vendemmia”. Giravo tutta l’estate con la mia moto tra le colline cercando con gli occhi il profilo di un trattore, mi conoscevano quasi tutti, così quando li raggiungevo mi chiedevano se volessi fermarmi a lavorare con loro. A fine giornata venivo pagato per le mie otto ore di lavoro, ma non lo facevo per i soldi, io rubavo con gli occhi: guardavo e osservavo dai contadini quello che a scuola ci insegnavano sui libri.”
Paolo sorride ripensando al suo passato da giovane centauro tra le colline e continua – “Il 1991 segna un po' il punto di svolta per Cascina Roccalini: il salariato che aiutava in cascina era andato via e mia nonna, in concomitanza, si era stancata del fatto che tutti i soldi che arrivavano dalla vendita dell’uva venivano spesi per lo stipendio di chi l’avrebbe raccolta. Così in maniera quasi spontanea sono subentrato io. All’epoca c’erano ancora i mediatori, che cercavano uve da vendere alle grosse cantine, ed ero venuto a sapere che Bruno Giacosa poteva essere interessato all’acquisto delle uve. Ero ancora un ragazzino, non avevo idea di quale potesse essere un giusto prezzo ma sapevo dove avrei potuto scoprirlo. In quegli anni andare a messa non era soltanto una questione religiosa, infatti, nel sagrato antistante si radunavano tutti gli uomini del paese e dalle loro chiacchiere scoprivi i prezzi e gli andamenti del mercato per i prodotti agricoli. Era una vera e propria borsa.” Paolo ride e aggiunge “Così, tornato dalla messa, dopo aver scoperto che 17.000/18.000 lire era il prezzo a miriagrammo (ndr. 10 kg d’uva), mi sono fatto accompagnare da mio padre da Giacosa e gli abbiamo chiesto se fosse interessato a comprarci l’uva. Non saprei dire se ho scelto io di lavorare in cascina o la cascina ha scelto me, ma a ventitré anni ho fatto il mio primo mutuo con l’idea di creare un’azienda e la necessità di costruire una cantina. La mia prima annata come Cascina Roccalini è stata la 2003, ma non ho pigiato tutta l’uva. La 2004 invece non sono riuscito a produrla, i falegnami hanno ritardato dei lavori in cantina e quindi è stato l’ultimo anno a cui ho venduto le uve a Giacosa.
Sono stati anni difficili, producevo circa 2.000 bottiglie e avevo lunghi affinamenti da dover rispettare. Tra il 2003 e il 2010 avevo grande difficoltà a vendere il vino, ma grazie alla mia ex collaborazione con il mio precedente distributore sono entrato sul mercato.”

La cantina di Paolo è ampia e spaziosa, le vasche in acciaio brillano alternate a qualche contenitore in cemento, mentre ci racconta che il progetto della cantina è stato fatto da suo padre e snocciola il segreto per il Barbaresco che ci ha rubato il cuore. “Sessanta giorni di macerazione a cappello sommerso. Il Nebbiolo affina in cemento fino al giorno dell’imbottigliamento, lo illimpidisce, e il Barbaresco riposa in legno per oltre due anni.” Ma subito chiarisce indicando i contenitori in legno – “Sono botti piemontesi, non barriques. Nelle barriques vanno i vini sporchi: bianchi che devono illimpidire o rossi che devono completare l’ossigenazione. Nelle botti piemontesi invece si mettono i vini quando sono “puliti” per affrontare una maturazione. Sono usi diversi del legno legati a tradizioni vinicole diverse.”
Seduti al fresco della cantina di fronte alle botti Paolo ci versa il primo assaggio, il nebbiolo 2023, così ne approfittiamo per farci raccontare come la stessa uva possa dare vini così diversi come Barolo e Barbaresco. Appena sente la domanda sorride, poi attacca “Il Barbaresco è più fine, sottile e femminile rispetto all’austerità del Barolo. Questo è dovuto alla zona di produzione e al suolo, Barolo abbraccia una zona di produzione più vasta, composta da 11 comuni nella zona a sud-ovest di Alba e una produzione di oltre 12 milioni di bottiglie, Barbaresco, invece, conta solo 3 comuni nella zona nord-est di Alba. Se Barolo conta su suoli tufacei, marnosi e argillosi, l’areale di Barbaresco è invece caratterizzato da terreni sabbiosi argillosi e si può dividere in due zone: la prima vicino al comune, la seconda verso Treiso e Neive dove il suolo cambia. Così il nebbiolo cambia in base al suolo: più austero e tannico a Barolo, mentre a Barbaresco diventa più elegante e fine.”

Barbaresco e Barolo, i fratelli reali della Langa, diventano testimoni attraverso il loro stesso profilo aromatico dei luoghi e dei suoli di provenienza. Ulteriore differenza nel plasmare i due caratteri la fa il tempo di invecchiamento in botte: il Barolo riposa minimo 38 mesi e il Barbaresco almeno 26 mesi. A partire da un denominatore comune, il nebbiolo, nel calice questi due vini ci raccontano che la vera differenza la fanno i dettagli.
I vini di Cascina Roccalini sono vini di grande finezza, caratterizzati da una struttura equilibrata e delicata, un sorso pieno e il velluto tipico dei tannini levigati dal legno. Nel calice Paolo ci versa il Nebbiolo 2023, che sarebbe un insulto chiamare vino d’entrata, un tripudio di fiori e viola, con un ricordo di verde che richiama l’iris, uno dei pochi indizi della giovinezza del vino. Segue il Barbaresco 2021, elegante, sottile ma complesso, che parla di piccoli frutti rossi, fragoline di bosco, ribes e mirtilli, per aprirsi lentamente con note più mature di liquirizia e bosco che presagiscono la grande potenzialità di invecchiamento. Infine, Paolo ci porta il suo Barbaresco Riserva 2020, che non avevamo ancora bevuto, una riserva che fa solo in alcune annate, le sue preferite ci svela sono proprio la 2021, la 2020 e la 2019.

Finiti gli assaggi riemergiamo dalla cantina, gli occhi si stringono per riabituarsi alla luce di luglio e il fresco tra le botti è ormai un miraggio. Mentre camminiamo tra i filari della vigna davanti alla cascina Paolo ci indica i profili delle colline: “Queste colline da quando ero un bambino sono cambiate tantissimo. Oggi le vigne si sono mangiate il bosco e gli alberi che vedete non sono autoctoni ma cipressi e piante ornamentali piantati nei giardini delle case. Settant’anni fa Barbaresco era il paese più povero della Langa e noi eravamo un’azienda di vendita di uva. Se andiamo ancora indietro nel tempo, quando c’era ancora il mio bisnonno era ancora un’altra storia: viveva allevando vitelli da carne e tra i filari piantava il grano che serviva a smaltire l’azoto che lasciavano gli animali pascolando. La vigna c’è sempre stata, ma era integrata alle altre colture. Noi abbiamo ventuno ettari a pezzo unico, ma dieci sono a bosco e voglio che rimanga così, come quando ero bambino.”

Oltre il paesaggio anche il protagonista principale di queste colline è cambiato molto, dei vecchi cloni di nebbiolo non è rimasto granché. “I cloni del nebbiolo erano tre, il Michet, che faceva grappoli piccoli e senza ali ed era capriccioso nella produzione, il Lampia, che faceva grappoli molto grossi e rossi e infine il Rosé, che ormai non viene nemmeno considerato nebbiolo e faceva grappoli così grossi da sembrare uva da tavola. Il nebbiolo di oggi è figlio di incroci tra il Michet e il Lampia. Nel 2002 ho piantato la mia prima vigna ma l’azienda era malandata e ho dovuto affidarmi principalmente ai vivaisti per la selezione delle piante. La mia selezione viene da un po’ tutte le parti, negli anni mi sono affidato a diversi vivai. Per fare un buon vino la cosa più importante è infatti la qualità dell’uva e l’agricoltura.”
In vigna Paolo lavora con attenzione e conoscenza il suo suolo, una terra povera di origine tortoniana, che, se non lavorata o compattata dai mezzi pesanti diventa asfittica. “Quando piove scivoli come sul sapone” commenta con pragmatismo indicando il suolo e raccontandoci che lui restituisce materia organica al suolo lasciando l’inerbimento tranciato e riseppellito.
“Il lavoro in vigna è l’equilibrio tra passato, presente e futuro.” Esclama Paolo “Il passato è la restituzione al suolo delle potature, il presente è la gestione del vigneto e il futuro è la previsione dei tralci per la potatura. La vite dentro di sé ha una spinta alla crescita che non è casuale, ma contiene una memoria che racconta lo sviluppo cellulare di ogni tralcio, bisogna solo aspettare che esso si allunghi.”

Barbaresco è un mosaico di quelle definite Menzioni Geografiche Aggiuntive, sessantasei in totale, suddivise tra i comuni di Barbaresco, Neive, Treiso e una piccola frazione chiamata San Rocco Seno d’Elvio nel comune di Alba.
Solo nel comune di Barbaresco si trovano 25 mga tra i due versanti comunali - quello occidentale e quello orientale - suddivise in quattro zone di produzione tra i due versanti: la valle da Roccalini a Pajorè, dove si trova Cascina Roccalini, il crinale che va da Sencondine a Muncagota, la valle degli Asili e l’areale di Ovello, Montefico e Monfestafano.
“Il terreno a Barbaresco fino ad arrivare al confine con Treiso e Neive ha un suolo tutto simile, molto sabbioso. Sul limite del fiume Tanaro venendo in su è un suolo Tortoniano molto povero. I cru più famosi sono Rabaja, Asili, Faset e Pora, ma io credo che nel 2007 con l’istituzione delle MGA abbiamo fatto un grave errore: oggi ogni bottiglia è la vinificazione di un cru, prima invece venivano utilizzate uve da vigneti diversi creando veramente vini unici. Da quando abbiamo iniziato a codificare le vigne abbiamo iniziato a santificare la mano dell’enologo, svilendo l’espressione del territorio.”

Ormai è tardi, come spesso accade siamo in ritardo sulla prossima visita, il tempo di un abbraccio e riprometterci di vederci presto e stiamo già imboccando il vialetto di casa che costeggia la casa e passa lungo la valle Roccalini.
In macchina mentre con gli occhi osservo le vigne di Paolo mi chiedo cosa significa essere l’unico interprete di uno dei Cru più famosi al mondo.
Poi ripenso a ciò che ci ha detto poco prima Paolo in vigna “Il mio bisnonno comprò l’azienda nel 1921, cent’anni dopo, nel 2021 ho ricomprato l’azienda. Prima ero in affitto, ma ho capito che avrei dovuto mettermi in prima linea quando ho visto che il comune aveva già predisposto i numeri civici dentro al bosco. Stavano aprendo la strada alla costruzione di nuove villette a discapito della biodiversità. Così ho ricomprato l’azienda e ora il bosco rimane dove dovrebbe stare.”
Forse, essere interpreti di una menzione geografica è un lavoro simile a quello della vite: cercare di tenere un equilibrio tra passato, presente e futuro.