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Beck-Hartweg: il vino secondo il terroir

Reportage //

Beck-Hartweg: il vino secondo il terroir

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In che maniera è possibile interpretare in chiave contemporanea la secolare storia e tradizione vitivinicola di un luogo e di una famiglia? Per scoprirlo siamo andati in Alsazia a trovare Mathilde e Florian Beck-Hartweg.

Stretta tra i Vosgi e la Foresta Nera, l’A35 percorre tutta l’Alsazia collegando Strasburgo a Colmar. All’incirca a metà strada si trova il piccolo paese di Dambach-la-Ville. Percorrendo la Route du Vin arriverete all’incrocio con Rue Clemenceau, dove sono situati casa e cantina della famiglia Beck-Hartweg.

UNA STORIA LUNGA MEZZO MILLENNIO

Se il vino può essere bevuto a centinaia di chilometri di distanza da dove è stato prodotto, “toccare con mano” il luogo, il lavoro e le persone che si nascondono dietro a una bottiglia spesso restituisce la possibilità di compiere un’esperienza del vino totalmente diversa. Non si tratta di una differenza qualitativa in termini sensoriali, ma di accesso a una prospettiva privilegiata che permette di intessere con i vini un legame più intimo e personale. Quindi, partendo verso l’Alsazia, già sapevo che la mia relazione con i vini di Beck-Hartweg sarebbe cambiata in maniera radicale. Mi restava solo da capire come.

Quando imbocchiamo Rue Clemenceau, trovare la cantina non è immediato: il cognome in paese è diffuso e ci sono Beck lungo tutta la via. Superato Paul Beck da un lato della strada e Leon Beck et Fils dall’altro, un’insegna di legno non lascia spazio a ulteriori equivoci: “Vins Mathilde & Florian Beck-Hartweg”. Siamo nel posto giusto.

Il portone è aperto. Ci facciamo avanti entrando nel cortile, finendo invece per fare un salto indietro nel tempo. L’aria fredda e secca della sera pervasa dall’odore del fuoco, la scalinata che conduce alle abitazioni interamente costruite in legno e la tipica architettura delle case a graticcio alsaziane rimandano con la testa e il cuore a un passato indefinito. È come se da Beck-Hartweg il tempo si fosse fermato.

Ci guardiamo attorno assorti, finché ci richiama il rumore dei passi che scendono le scale. Ad accoglierci è Florian, classe ‘87, alto, dinoccolato, coi capelli corvini e il sorriso dolce. È da tanto che non venivamo a trovarlo, per alcuni di noi è la prima volta e dal suo volto subito traspare la voglia di racconta la storia della sua famiglia e di mostrarci il lavoro minuzioso che si nasconde dietro ogni bottiglia di Beck-Hartweg. Quindi si volta, ci fa strada e apre la porta di legno che conduce alla cantina interrata.

Il suo racconto comincia da lontano: Siamo in questa casa dal 1784 e da allora lavoriamo gli stessi sette ettari e mezzo. Non abbiamo intenzione di ingrandirci perché vogliamo mantenere la stessa cura che i nostri predecessori dedicavano ai nostri vigneti”. Intorno a noi, lungo i muri, sono disposte esclusivamente grandi botti di legno, fatta eccezione per un contenitore di acciaio inox che assolve la sola funzione di vasca da decantazione. Si tratta delle famose “botte centenarie” alsaziane. Chiedo a Florian da quanto siano lì. Lui fa spallucce, mi sorride e risponde in inglese: “Since always”. Poi corregge il tiro e continua la sua spiegazione: “Realisticamente queste botti avranno tra i cento e duecento anni di storia, di conseguenza, se una minima capacità di scambio con l’esterno è ancora possibile, la cessione aromatica è ridotta allo zero assoluto. Il segreto perché possano continuare a essere usate è l’umidità. Per questo le cantine sono scavate quasi totalmente sottoterra: solo al soffitto, dove si trovano le finestre di aereazione, siamo a livello della strada”. Tutto questo consente anche di mantenere costanti le temperature che oscillano tra i 12 e i 13 °C d’inverno, permettendo alle fermentazioni di procedere senza interruzioni, e tra i 18 e i 19 °C d’estate.

In un angolo della cantina è conservato lo “storico” delle bottiglie di famiglia. Florian ci mostra il reperto più raro: quattro bottiglie risalenti alla vendemmia 1911. “Ne apriamo una a generazione. L’ultima l’ho bevuta con Mathilde sei o sette anni fa. Ma per fare in modo che il vino si mantenga in vita cambiamo i tappi ogni dieci anni… un’ottima scusa per rubarne un assaggio”. E i vini, a detta di Florian, hanno vinto la sfida sul tempo: L’acidità data dal granito regge ancora e il vino mantiene il suo tipico timbro minerale, mentre fiori e frutta virano verso il fieno”.

Il discorso quindi non può che tornare sulle origini antichissime della famiglia, che risiede a Dambach-la-Ville dal 1524, e già produceva vino, anche se il cognome deriva da Bäcker (panettiere, in tedesco). “Quest’anno celebreremo il nostro cinquecentesimo anniversario con una grande festa che stiamo ancora organizzando” esclama Florian. “Non potete mancare! Anche perché per la prossima bisognerà aspettare altri cinquecento anni!”

ADATTARE I PROPRI GESTI AL TERROIR

Saliamo le scale di legno che fanno da perimetro alla casa, fino all’ultimo piano. Florian spalanca la porta su un delizioso salotto in continuità architettonica con l’esterno dell’edificio. La piccola cucina trabocca di utensili in legno e vasetti di vetro, c’è un antico pianoforte appoggiato al muro, un grande tavolo di legno al centro della stanza e una parete a vetri, che affaccia sui tetti delle case vicine.

“Bienvenu!” ci accoglie Mathilde indaffarata ai fornelli, mentre dietro di lei fanno capolino Lilli ed Eden, i figli, tanto timidi quanto curiosi. Chi invece non bada alla timidezza, scorrazzandoci tra i piedi, è il piccolo Yuka, un cucciolo entrato a far parte della famiglia da solo un paio di giorni.

Florian nel frattempo ha già allestito il tavolo con una decina di calici e altrettante bottiglie disposte ordinatamente in fila. Poi ci viene incontro con una mappa illustrata del villaggio di Dambach-la Ville e dell’area dell’AOC Grand Cru Frankstein, su cui sono indicati tutti i vigneti coltivati dalla famiglia Beck-Hartweg.

“In Alsazia”, comincia il suo racconto Florian, “la maggior parte dei vigneti si trova dove la pianura incontra la catena montuosa dei Vosgi. Queste aree sono state interessate nel corso del tempo da numerosi movimenti geologici. Tutto questo ha portato alla definizione di un’area viticola che si sviluppa per più di cento chilometri in lunghezza, concentrati in due o tre di larghezza. Si dice che nella lunga striscia di terra vitata che costituisce il vigneto alsaziano si possano ritrovare tutti i tipi di suoli del mondo. La maggior parte delle nostre vigne si trova sui terreni granitici che circondano il nostro paese. Il granito di Dambach è un granito rosa chiaro a due miche. L'intera montagna sopra la cittadina ha questo substrato roccioso granitico. È un suolo leggero, asciutto e drenante che restituisce vini eleganti e dalla fresca acidità. La variabile disgregazione superficiale del granito porta alla creazione di terreni sabbiosi e sassosi, più o meno profondi, e un’elevata quantità di sali minerali solubili in acqua viene assorbita dalle radici delle viti, conferendo al vino una tipica salinità cristallina”.Pensate che nei nostri sette ettari e mezzo, tutti nel raggio di una manciata di chilometri dal centro del paese, abbiamo a che fare con sei diversi terroir”, interviene Mathilde, il cuore della nostra cultura si racchiude nella diversità geologica e umana di questo luogo. Ed è proprio questo quello che vogliamo esprimere nei nostri vini”.

Ci accomodiamo attorno al tavolo e Florian comincia a versare i due vini d’entrata del Domaine, il Tout Naturellment e “il gemello” in versione rosata e pétillant. Entrambi sono frutto di uvaggi che condividono il pinot gris, a cui si aggiungono quasi tutti gli altri vitigni coltivati in Alsazia: auxerrois, pinot blanc, e sylvaner per il bianco; muscat, gewurztraminer e pinot noir per il rosé.

Florian indica con il dito un punto della mappa: “I Tout Naturellement provengono da un terroir limoso accanto al villaggio quasi completamente pianeggiante. La profondità dei suoli, data dalla superfice sabbiosa prodotta dall’erosione della montagna, si riflette nel calice in termini di frutta e facilità di beva, mentre le macerazioni brevi assolvono il compito dell’estrazione di profumi vegetali, senza che ci sia rilascio di tannini dalle bucce”.

Mentre assaggiamo i vini chiedo a Florian di raccontarmi di più sul loro modo di interpretare un territorio tanto complesso e sfaccettato. “Fino a dieci anni fa il nostro approccio era totalmente non interventista”, spiega Florian. “L’idea era che questo fosse sufficiente a esprimere le differenze tra i vari terroir. Ma la faccenda è molto più complicata di così. Non si può applicare lo stesso metodo a due luoghi differenti. La base di partenza è la stessa, ma ogni luogo richiede un approccio più personale e terroir-specifico. Per questo la nostra volontà è quella di adattare lo stile di vinificazione in funzione della variazione di terroir”.

“Una grande differenza operativa rispetto al passato riguarda la macerazione” racconta Mathilde. “Se storicamente non si sono mai fatte, oggi sono necessarie per avere delle fermentazione spontanee regolari”. “Nella nostra idea l’espressione di un vino è data da acidità e consistenza” interviene Florian. “Quindi ci siamo chiesto come questi fattori si combinassero con la macerazione”. “Dopo tante sperimentazioni”, riprende Mathilde, “siamo giunti al risultato che nel nostro caso le macerazioni debbano essere o molto corte – non oltre i tre giorni – o molto lunghe – fino a 9 mesi compresi i raspi – e riguardanti solo su una piccola parte della massa”.

Ci muoviamo nel calice verso il secondo terroir con il Granite, un assemblaggio di riesling, pinot blanc, pinot gris e pinot noir, che già dal nome lascia poco spazio a fraintendimenti sul tipo di sottosuolo su cui poggiano le viti. Non è un caso che questa volta siano acidità, mineralità e sapidità ad essere esaltate già dal primo sorso. “Ci troviamo più in altitudine, sui terreni granitici sovrastanti il paese esposti ad est, dove le radici delle piante cercano nutrienti in profondità e i vini acquistano più fluidità e i tipici caratteri minerali”, spiega Florian.

Il granito è l’elemento caratterizzante anche del terzo terroir, il più importante, il Grand Cru Frankstein, che si spiega su quattro colli della montagna con esposizione a sud. Nel caso dei Grand Cru, che sono cinquantadue in Alsazia, per fregiarsi dell’AOC bisogna produrre vini monovarietali, cosa che fino agli anni ’50 non era mai esistita. Il fenomeno del monovarietale si è diffuso di pari passo con l’uso dei fertilizzanti, le cantine si sono ingrandite e per esigenze tecniche han prodotto vini sempre più semplici. Tutto questo ha portato a una grande omologazione, alla perdita di parte del nostro patrimonio, che si fonda proprio sulla diversità che caratterizza i terroir. La complessità non può essere semplificata. Per questo crediamo che la chiave per esprimere il terroir siano i field blend. Hanno maggior regolarità nel gusto, nello stile e nella personalità. Al contrario, lavorare con una sola uva è come avere un solo punto di vista su un intero terroir”.

Assaggiamo prima il Riesling: teso, salato, minerale e con una sfumatura riduttiva, che già fa presagire un grande futuro. Il riesling in Alsazia è considerato il re dei vitigni perché è il migliore nell’espressione del terroir, specialmente in termini di mineralità, e ha un grandissimo potenziale evolutivo. Ma più andiamo avanti più diventa difficile riuscire a portare a termine la fermentazione”, ci spiegano prima di tornare a sottolineare come gli uvaggi restituiscano, oltre a un maggior identità territoriale, anche una particolare sinergia tra le varietà nel portare a termina la fermentazione. “Infatti il secondo Grand Cru è un Pinot Gris in purezza… con un 40% di riesling e un 40% di pinot nero” dice Florian sottovoce. Poi guarda la mia espressione stranita e, tornando all’inglese, confessa: “We don’t have the right… but we have the left”! Alla domanda se non sia più semplice, come già fanno altri produttori, rinunciare a una denominazione nella quale non ci si riconosce a pieno, Florian e Mathilde non hanno esitazione a rispondere: “Non usciamo dalla denominazione perché noi facciamo vino per esprimere la nostra identità. Però è dal 1986 che combattiamo perché sia riconosciuta un’AOC Dambach-la-Ville”!

“Facciamo un attimo di pausa?” propone Mathilde mettendo in tavola un tagliere, con un petto d’anatra e un filetto di pesce siluro affumicati da far girare la testa. Ci versiamo ancora un bicchiere del “Grand Cru fuorilegge” e per un attimo smettiamo di assaggiare in relazione a vitigni, macerazioni, suoli e sottosuoli. E del vino resta solo la bellezza e la convivialità del momento.

Intanto, fuori è calata la notte e l’ambiente in casa Beck-Hartweg si fa ancora più raccolto e suggestivo. Quando la mappa illustrata torna protagonista a centro tavola, Florian stappa la sesta bottiglia per introdurci al quarto terroir. È tempo di raggiungere il Lieu dit Rittersberg, dove il pinot gris la fa da padrone, accompagnato da auxerrois, riesling, pinot noir e gewurztraminer, vinificati in anfora. “Ci troviamo ai piedi dello Chateau de l’Ortenbourg, su un dolce pendio con sottosuolo granitico e un terreno sabbioso e sassoso in superficie. Trovandosi alla fine di una valle, questo terroir beneficia di maggiori precipitazioni e quindi le piante sono più vigorose e pronte a restituire uve di grande maturità, frutto e ricchezza”, racconta Mathilde. Col tempo, vinificando questo vino, ci siamo resi conto che tutta questa materia stava nascondendo eleganza e acidità… così abbiamo deciso di fare un viaggio in Georgia. Li hanno uve mature, tanto caldo, tanta morbidezza e poca acidità. Eppure i loro vini sono sempre vibranti e vitali e questo è dovuto ai tannini che restituiscono le lunghe macerazioni. Così abbiamo deciso di lavorare due terzi della massa in pressa diretta e poi la restante parte in anfora con una macerazione di oltre 7 mesi”.

“E ora invece ci spostiamo verso nord”, dice Florian riempiendo nuovamente i calici, “direzione Nothalten, poco prima del Grand Cru Muncheberg”. Assaggiamo ilLieu Dit Bungertal, da uve riesling, gewurztraminer e sylvaner, provenienti da un terroir esposto a sud unico nel suo genere, a causa della presenza di sabbie vulcaniche, che garantiscono un’acidità in grado di sostenere la grande potenza e ricchezza aromatica delle uve e donano un finale lievemente tannico.

A chiudere le fila dell’esplorazione dei terroir resta il Lieu Dit Blettig, situato a nord-est di Dambach-la-Ville e dai terreni ricchi e profondi, composti da limo e argilla. Qui, da uve pinot gris e gewurztraminer, nasce la Cuvée de l’Ours, che deve il nome all’animale simbolo del villaggio. È un vino cremoso e di spessore, con 45 grammi di zucchero residuo, che si muove su profumi che ricordano la frutta esotica e il rosso d’uovo. “Ancora una volta l’acidità è protagonista”, sottolinea Florian, “ma questa volta si tratta di un’acidità diversa, meno verticale e “più larga”, rispetto a quella tipicamente conferita dal granito, che è in grado di sostenere meglio l’alcol e dello zucchero”.

Florian chiude la mappa e apre un’altra bottiglia. Questa volta si va indietro nel tempo con un Granite 2016, che sarà il compagno perfetto per il maialino in salsa di senape che ci aspetta fumante sui fornelli. Poi sarà la volta del Munster, il formaggio alsaziano per eccellenza. Dopo mangiato, Lilli ed Eden ci salutano e vanno a letto. Yuka se la dorme già da un pezzo. Mathilde ci propone una tisana, Florian le loro acquaviti. Accettiamo entrambe, mentre la notte si è impadronita definitivamente di Dambach-la-Ville.

UN'AGRICOLTURA FONDATA SUL RISPETTO

La mattina successiva, nel cortile della casa, troviamo Mathilde ad aspettarci. Florian è già al lavoro per portare a termine la potatura invernale. Prima di raggiungerlo nei vigneti, facciamo ancora una tappa in cantina per passare in rassegna una ad una le botti dei vini della vendemmia 2023. Poi Mathilde ci mostra un esperimento di vinificazione ossidativa del gewurztraminer di Lenzenberg: “Questo non possiamo assaggiarlo, altrimenti rischiamo di rompere la vela. Abbiamo grandi aspettative, l’idea è nata dalla parentela tra gewurztraminer e savagnin”.

Mentre ci mostra i suoi acquerelli, a cui sarà affidato il compito di rappresentare i vari terroir sulle etichette a partire dal 2025, Mathilde ci racconta la sua storia: “Io sono originaria dell’Ardeche, la mia famiglia produceva creme di castagne. Sono arrivata qui nel 2012, mentre Florian lavora a tempo pieno in azienda dal 2009, anche se sta in vigna da quando ha sei mesi. Io nel frattempo ho studiato agricoltura, mi sono dedicata a un orto e ho fatto la maestra. Poi sono arrivati Lilli ed Eden, non sono più tornata all’orto e sono diventata ufficialmente vignaiola, lavorando ogni giorno insieme a Florian”.

Saliamo in auto e ci mettiamo in marcia per raggiungere Florian al Grand Cru Frankstein, indicato da una grande scritta tra i vigneti alla mo’ di “Hollywood Sign”. Durante il tragitto, Mathilde ci tiene a spiegarci i principi che applicano in vigna: “L’obiettivo è sempre quello di avere suoli sani e fertili. Non operiamo sfalci e seminiamo leguminose per il sovescio in modo da tenere il suolo coperto, limitando erosione e calore. Questo inoltre aiuta a mantenere buoni livelli di umidità in questi suoli grantici e poveri, dove spesso l’ambiente è molto secco per l’azione di protezione dei Vosgi”.

Mathilde continua illustrandoci una nuova filosofia di potatura che hanno soprannominato taille phisiolgique. “L’idea è di rispettare la vite in quanto liana, lasciando più spazio alla pianta piuttosto che puntare alla sua sclerotizzazione. Tutto il nostro lavoro si basa proprio sul rispetto, è la prima regola per lavorare bene e quindi per poter ottenere una materia prima in grado di esprimere il territorio”. Inoltre l’uso del rame è stato abbandonato quasi completamente, a partire dalla sperimentazione durante la difficile vendemmia 2023. “I risultati sono stati sorprendenti”, esclama Mathilde, “abbiamo perso il 50% delle uve, che è stata esattamente la stessa percentuale persa dai produttori convenzionali della stessa area”.

Quando arriviamo ai piedi del vigneto, Florian ci viene incontro scendendo tra i filari. “Da qui si vede Colmar, siamo in piena esposizione sud”, ci illustra puntando l’orizzonte, “di fronte a noi si spiega la Foresta Nera, mentre alle spalle siamo protetti dai pre Vosgi”. Poi si china a indicare il terreno: Qui si vede il granito affiorare. La sua disgregazione superficiale è molto facile e le radici riescono ad affondare nel terreno raggiungendo grandi profondità, al contrario di quando accade sull’arenaria, come ad esempio a Bungertal”.

Ci raccontano ancora dei loro ultimi viaggi in Toscana e Provenza, per approfondire il tema delle vigne maritate, che hanno intenzione di “importare” in Alsazia. Scattiamo ancora qualche foto, poi Mathilde, Lilli ed Eden ci salutano, mentre con Florian ci rimettiamo di nuovo in marcia per raggiungere il vigneto del Lieu Dit Rittersberg.

Sopra il vigneto, sulla cima di un piccolo promontorio svetta il castello, ma Florian subito riporta il nostro sguardo verso terra. “Notate la differenza rispetto a Frankstein?”, chiede scavando nella terra, “Il sottosuolo è simile, ma è coperto da un letto di terra di ottanta centimetri di profondità. Dove c’è un terroir più ricco, permettiamo anche alle piante delle rese un po’ più alte. Qui stiamo sperimentando la coplantaizone di cinque varietà. Le piante di riesling provengono da una selezione massale operata tanto tempo fa dal fratello di mio nonno. Non erano persone che avevano studiato, ma sicuramente avevano un gran senso del gusto!”

È tempo di salutarsi. Florian con disappunto ci fa notare che ci sarebbero altri quattro terroir da visitare. Poi si scioglie in un sorriso e ci abbraccia: “Allora vi aspettiamo sia per la festa ché per vedere gli altri vigneti”. Noi accettiamo senza esitazione.

Quando ci allontaniamo, il mio pensiero ritorna alla minuzia della degustazione fatta la sera precedente, alla spiegazione e alla consapevolezza del loro percorso ed evoluzione come vignaioli, alla capacità di saper rispettare una tradizione secolare, senza stravolgerla, ma facendola propria e innovandola, attraverso lo studio, il confronto e la sperimentazione. A Dambach-la-Ville, nel bicchiere, ho ritrovato i sapori che già conoscevo. A casa, ho riportato la passione travolgente e contagiosa di Florian e Mathilde, che riesco a far propria ogni volta che mi trovo di fronte a una bottiglia firmata Beck-Hartweg.

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