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Le malattie fungine della vite

Lavagna //

Le malattie fungine della vite

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Le micosi della vite parlano il linguaggio dei segni: macchie, muffe, grappoli svuotati. Come prevenirle? Come riconoscerle? Ma soprattutto: come affrontarle?

Ci sono malattie che vengono da lontano, portate da navi e da venti. Altre, invece, si annidano nella terra sotto ai piedi, o si sollevano come polvere tra le foglie. La vite le teme da sempre. Si insinuano tra le sue foglie, sugli acini, e lì danzano e si moltiplicano, fino a soffocarla. Nel vasto mondo delle malattie della vite — fatto di insetti vettori di virus, batteri, parassiti — le micosi sono una categoria a parte: funghi veri e propri, spesso invisibili all’inizio, ma capaci di compromettere tutto il raccolto se non gestiti in tempo.

Le malattie fungine si sviluppano quando meno ce lo aspettiamo, ma ci sono alcune condizioni che ne facilitano il sordido proliferarsi. Prima tra tutte è l’umidità: piogge frequenti, nebbie mattutine e ristagni d'acqua favoriscono lo sviluppo delle micosi. L'umidità è dunque l’elemento chiave, soprattutto per patogeni come peronospora e botrite, ma non l’unico. D’altronde, come ogni storia di convivenza che si rispetti, anche quella tra vite e funghi inizia con un incontro e con un contesto. E non uno qualunque, ma un appuntamento ben preciso, puntuale come l’inizio della primavera. Un copione frutto delle circostanze, potremmo dire. Circostanze che gli agricoltori conoscono bene. Nel caso della Peronospora, esiste un vero e proprio criterio empirico: si tratta della famosa “regola dei tre dieci”. Dieci come i gradi dell’aria di un mattino come un altro; dieci come i centimetri dei germogli che crescono; dieci come i millimetri di pioggia caduti nelle ultime 24 ore. Quando queste tre condizioni si danno la mano, non è raro che i funghi si destino e comincino a bussare alla porta delle foglie. Se la vite è impreparata, la malattia prende piede.

Peronospora, oidio e botrite

I tre principali spettri che minacciano ogni anno le vigne italiane si chiamano peronospora, oidio e botrite. A ognuno il suo travestimento, a ognuno il suo tempo, a ognuno la sua strategia.

La peronospora arriva con la pioggia ma si nasconde sotto il sole. È un fungo d’origine americana che ha messo radici nei nostri vigneti da oltre un secolo. L’avvertimento dei tre dieci qui è molto serio: il primo segno sono le macchie d’olio sulle foglie, traslucide, un po’ come l’impronta lasciata da un dito unto su un vetro. Poi, sotto, appare una muffa bianca, leggera. Da lì in poi la peronospora può colpire tutto: germogli, fiori, grappoli. Gli acini diventano marroni, a forma di S. Poi si accartocciano, cadono. La vite rallenta la fotosintesi, perde forza, spreca energie a riprendersi invano. Una peronospora forte in primavera può rovinare anche l’annata successiva, questo i vignaioli lo sanno bene. Le sue spore svernano nel terreno e aspettano solo il prossimo spiraglio d’acqua per tornare.

L’oidio è come un velo grigiastro che ricopre l’estate: detto anche il mal bianco, è il secondo spettro a livello temporale a entrare in scena. Prolifera nelle mezze misure: asciutto ma umido, caldo ma non troppo. Si tratta di un fungo parassita che si posa all’esterno dei tessuti, come una polvere che appare innocua ma i cui effetti si spargono velocemente: le foglie cominciano a piegarsi, i bordi necrotizzano, gli acini si crepano. Si insinua silenzioso sulle colline, tra i grappoli appena formati, sfruttando ogni spiraglio dalla fioritura fino all’invaiatura. È in quel tratto di strada che il vignaiolo deve tenere gli occhi ben aperti: perché quando l’oidio attecchisce, lo fa a tradimento — e non sempre dà il tempo di reagire. Nei casi peggiori, i tralci nemmeno lignificano. Come se non bastasse, poi, l’oidio apre la strada alla botrite, la terza malattia, facendo breccia nella barriera dell’epidermide.

Botrite: la muffa che può essere oro

La botrite è l’ultima ad arrivare, ma è la più ambigua. La Botrytis cinerea appare quando la vendemmia è vicina, un po’ come quegli ospiti indesiderati che suonano il campanello all’ultimo minuto. Ma non sta a te aprire la porta: loro entrano, si siedono, e tu non hai ancora affettato l’arrosto che già lo sai, come andrà a finire. La Botrite attacca tardi, tra l’invaiatura e la maturazione, quando i grappoli iniziano ad ammorbidirsi e basta un graffio – lasciato magari da oidio, peronospora o tignola – perché trovi la porta spalancata. Ama l’umidità alta e le temperature miti, tra i 15 e i 25 °C, e quando le condizioni sono quelle giuste, si presenta con la sua veste più temuta: la muffa grigia. Si diffonde veloce, annerisce gli acini, li svuota, li rende inservibili. Il vino ne esce debole, instabile, poco profumato. Ma come il più temuto degli ospiti, ogni tanto sa sorprendere, e con effetti più che speciali: trasformando un’infezione in un piccolo miracolo. Succede così: il fungo penetra negli acini attraverso gli stomi (cioè i pori della buccia) senza causare lesioni evidenti. Non avendo vie d’uscita, si sviluppa lentamente all’interno, facendo evaporare parte dell’acqua ma lasciando intatti zuccheri, acidi e composti aromatici. Il risultato? Gli acini si raggrinziscono e si concentrano, come piccole capsule di intensità. Il clima dev’essere quello giusto: umido all’alba e asciutto nel pomeriggio. In questo prezioso caso, la botrite si trasforma in muffa nobile: concentra gli zuccheri, modifica gli aromi e dà vita ai grandi vini muffati, come il celeberrimo Sauternes.

Gli altri ospiti indesiderati della vite

Oltre a questi, esistono svariati funghi minori — ma non meno fastidiosi né da sottovalutare. Tra questi, il mal dell’esca, che fa seccare i tralci all’improvviso; l’esca giovane e l’escoriosi, che colpiscono legno e tralci; il black rot, che annerisce gli acini prima ancora che diventino uva; e i vari marciumi radicali, che attaccano dal basso e indeboliscono la pianta anno dopo anno.

La prevenzione, per chi coltiva con coscienza, comincia molto prima del problema. Non si tratta di “fare trattamenti”, ma di osservare, ascoltare e, soprattutto: intervenire con rispetto. Misure precauzionali non invadenti prevedono di arieggiare il vigneto, evitare ristagni di umidità, potare con criterio. La natura detiene il potere, e questo un coltivatore lo sa. Sempre. Ma alcuni accorgimenti, dalla chioma ben ventilata a un grandissimo spirito di osservazione, fino all’intervento tempestivo, possono limitare i danni. In fondo, come spesso accade nel lavoro agricolo, il segreto sta tutto nella capacità di ascoltare e agire con prontezza, senza farsi ingannare dalle apparenze. Le micosi non si combattono solo con il rame o lo zolfo, ma con una gestione del vigneto attenta e rispettosa dell’equilibrio degli ecosistemi, tenendo sempre bene a mente che il vigneto, proprio come quello zio che ora sta mangiando felice e pacato, risponde alla cura più che al controllo.