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L'età delle vigne

Lavagna //

L'età delle vigne

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C’è un tempo per crescere, un tempo per imparare, un tempo per donare e un tempo per riposare. E il tempo per espiantare, quando è? Alla scoperta di un mondo sotterraneo, in tutti sensi, quello delle vecchie vigne.

Quello che i libri non dicono ha spesso a che fare con l’eccezione, la nicchia e il raro, ci avete mai fatto caso? Da qualche parte leggiamo che dopo i settant’anni le ossa cominciano a deteriorarsi, la vista a scendere drasticamente, i muscoli a non reggere. Poi, forse per caso, scopriamo che esistono uomini che custodiscono boschi a centocinque anni, viaggi che cominciano fuori tempo, quando meno ce lo saremmo aspettati. Significa che è arrivato il momento di lasciarsi trasportare dalle storie che non leggeremo mai tra le righe dei manuali, ma che valgono ben più di un’eccezione.

Se dessimo ragione a ciò che nero su bianco permane nei manuali di degustazione, per esempio, penseremmo che dopo il trentacinquesimo anno d’età un vigneto abbia compiuto e concluso il suo viaggio. Che errore madornale potremmo compiere! E se invece fosse proprio la vecchiaia il tratto distintivo? Questo, come sempre, lo hanno capito i nostri avi prima di noi, coloro che nelle vigne leggevano passato, presente e futuro. Ma partiamo dal capire come funziona il ciclo vitale della vite: se nei primi tre anni circa la pianta rimane improduttiva, nei cinque/sette a seguire comincia a dare i suoi primi frutti, arrivando poi a una fase che possiamo definire “adulta” e che dura per circa venticinque anni. Al termine di questo periodo, raggiunta la maturità, i frutti cominciano a calare, la resa diminuisce, e la pianta torna a essere quasi improduttiva. È quello il momento in cui è consigliato espiantare la vite. A meno che…

Quello che accade laddove i nostri occhi non possono guardare ha a che fare con le radici delle singole piante: man a mano che la vite matura, infatti, il suo apparato radicale si sviluppa verso il basso, scendendo sempre più in profondità e irrobustendosi. Come sappiamo, il suolo è composto di strati: una radice che scava arriva a raggiungere nutrienti e minerali molto più rari di quelli che comunemente le radici di vite possono permettersi di toccare. Ora, non è che i libri dicano il falso, sia chiaro: è vero che dopo una certa età una pianta torna a essere improduttiva, ma il senso inteso di questa “improduttività” non è nella qualità del prodotto, bensì nella quantità. Dopo una certa età, infatti, la vigna vecchia produce sempre meno grappoli, diventando di fatto economicamente insostenibile. È questo il vero motivo per cui il produttore espianta le viti: la fatica nel gestirle e conservarle al meglio richiede attenzioni più che particolari, di fatto sproporzionate rispetto alla resa quantitativa dei grappoli. Tra le pratiche più delicate da seguire, oltre a un monitoraggio preciso, c’è senz’altro la potatura, per cui per le viti viene richiesto un approccio drasticamente più cauto e attento.

Se invece il vignaiolo decidesse di percorrere il sentiero meno battuto, quello che lascia da parte il solo fine della redditualità, potrebbe scoprire un mondo. Immaginate per un secondo una pianta con meno grappoli: le sostanze nutrienti che le radici raccoglierebbero, dai risultati strutturati e ricercati, andrebbero a concentrarsi su un numero minore di frutti. Risultato? In ogni grappolo uno scrigno di sostanze capaci di arricchire il profilo aromatico del vino e donargli concentrazione e materia.

La stratificazione del terreno passa dunque al grappolo: quanto più in basso va la radice tanto più elevata sarà la struttura riscontrabile al calice, soprattutto data la resa minore delle uve. Meno grappoli, più concentrazione, meno mosto, più sostanze: quale modo migliore che far propria la ricchezza del terroir e tradurla nel frutto? Il vino da vigne oltre i cinquant’anni d’età, dunque, non solo tradurrà la vigoria del succo in un risultato materico e profondo, ma sarà arricchito da un notevole potenziale evolutivo.

In Italia sono perle rare i produttori che dedicano tempo e lavoro per vigne dalle genetiche antiche e dalle architetture storiche, eppure esistono. Detta con filosofia: eppur si muovono. In Triple “A” gli impianti di lungo corso li abbiamo soprannominati Monumenti Vegetali, vere e proprie pagine di storia visibili a occhio nudo, in tutto il loro antico splendore. Non bisogna immaginare niente quando ci si trova davanti a una vigna centenaria: il passato è qui, nel presente, alla portata di una carezza data con cura o, se ci venisse sete, di una bottiglia di vino.