Il suolo: un orizzonte invisibile
Da che cosa deriva un vino? Che cosa ne traccia il carattere, la personalità, le caratteristiche più peculiari? Sarebbe come guardarsi allo specchio e chiedersi perché siamo chi siamo. La risposta è distogliere lo sguardo da ciò che si vede, fare un passo indietro, voltarsi e guardare cosa ci circonda. Il vino è la stessa cosa: nasce dal suolo che la ospita, da ciò che sta sotto il visibile. La composizione del terreno influisce su ogni fase della crescita della pianta: dalla capacità di assorbire nutrienti alla maturazione dell’uva, fino al profilo aromatico del vino. Ma come?
Le proprietà fisiche del suolo – struttura, tessitura, capacità di drenaggio – determinano se la vite crescerà forte o soffrirà. Quelle chimiche – presenza di minerali, microelementi, sostanza organica – regolano la sua nutrizione. Il terreno non è un semplice supporto: è un codice genetico che scrive la trama del vino. Un’altra cosa molto interessante da scoprire, quando si analizzano i suoli ideali per la coltivazione della vite, è che in linea generale la vite cresce meglio su suoli “magri”. Cosa significa? Un suolo magro non è povero, è parco: contiene pochi elementi nutrivi e scarsa sostanza organica. Dunque, vi chiederete, secondo quale logica dovrebbe convenire a un produttore la scelta di un terreno di questo genere? Il segreto sta nel permettere alle radici di raggiungere i punti più profondi del sottosuolo: più le radici scavano in profondità alla ricerca di elementi nutritivi, più si otterranno grappoli piccoli e concentrati, con zuccheri e acidi in equilibrio. Vini, dunque, ricchi in sapidità, mineralità e tensione.
A questo punto, viene lecito domandarsi cosa succederebbe se, invece, si decidesse di piantare la vite su un suolo estremamente fertile. In questo caso, la pianta si rilasserebbe. Crescerebbe sicuramente rigogliosa, ma le foglie tenderebbero a prendere il sopravvento sui frutti, il che si tradurrebbe in un’uva meno concentrata e un vino scarsamente identitario. A un produttore, dunque, interessa che la radice scenda. Una delle ragioni è la stessa che vi portava, da bambini, a fare buche in spiaggia. Cosa si cerca, fin dall’alba dei tempi, quando si scava in profondità? L’alleata più imprevedibile di tutti, colei per cui è stato inventato il concetto di giusta dose: l’acqua. Troppa? La vite si adagia. Poca? Rischia di soccombere. C’è un detto che recita: la differenza tra veleno e farmaco è la proporzione. Così vale per il ruolo che gioca l’acqua nella viticoltura. Fondamentale per mantenere il vigneto a livelli ottimali di stress idrico, la sua gestione dipende dalla capacità del suolo di trattenerla o rilasciarla con equilibrio, a seconda della sua struttura. Qui entrano in gioco la struttura e la componente organica del terreno: humus e minerali, ad esempio, fungono da serbatoio naturale e garantiscono alla vite l’approvvigionamento necessario anche nei periodi di siccità. In linea generale, i vignaioli dicono che la vite ideale deve un po’ soffrire la sete. Ciò non significa, ovviamente, che la siccità sia da accogliere a braccia aperte, ma che la vite non necessita di grandi quantità d’acqua e produce uva di migliore qualità quando è sottoposta a un leggero stress idrico, evitando un eccessivo vigore vegetativo. Tuttavia, lo stress non deve essere eccessivo, altrimenti la qualità dell’uva e del vino ne risente. In alcuni momenti chiave del ciclo vegetativo, l’apporto d’acqua deve essere costante e adeguato. Allo stesso tempo, la vite non tollera i ristagni idrici e tende a evitarli. Le sue radici si estendono verso la falda acquifera, assorbendo l’umidità che risale per capillarità. Con l’avanzare della primavera e l’inizio dell’estate, la falda si abbassa e le radici, in piena crescita, la seguono se il terreno lo consente.
L’obiettivo è sempre lo stesso: creare un legame il più stretto possibile con il sottosuolo, che rappresenta uno spicchio fondamentale del terroir che si traduce al calice.
Dimmi su che suolo cresci e ti dirò chi sei
Non esiste un terreno ideale per la vite in senso assoluto, ma ogni tipologia di suolo lascia un segno distintivo sul carattere del vino, influenzandone struttura, aromaticità e mineralità. Ovviamente il mondo del vino è un mondo di eccezioni ed è questo che ne determina la estrema varietà e variabilità, e quindi la sua grande bellezza. Le seguenti semplificazioni servono ad orientarci nella sua comprensione ma non sono da leggere come dogmi. Poiché infatti il suolo è sicuramente tra le componenti più importanti nella definizione dell'identità di un vino, ma entrano in gioco altre mille variabili: clima, varietale, mano dell'uomo e metodi di vinificazione e affinamento.
I suoli calcarei sono ricchi di carbonato di calcio, trattengono l’umidità e riflettono il calore. Questo ambiente favorisce la produzione di vini eleganti, tesi e minerali, caratterizzati da una raffinata acidità. I terreni argillosi, grazie alla loro capacità di trattenere acqua e nutrienti, danno vita a vini strutturati e potenti. È il caso del Sangiovese in Toscana o della Sicilia occidentale, ventilata e soggetta a siccità. Qui l’argilla trattiene sia l’acqua che gli elementi nutritivi e permette di creare le condizioni perfette per sviluppare complessità e profondità. I suoli sabbiosi, poveri di nutrienti ma altamente drenanti, conferiscono ai vini grande freschezza e profumi delicati. Si tratta di un terreno che si suol definire “sciolto”: l’acqua penetra facilmente in profondità, seppur non rilasciando grandi sostanze nutritive. I vini derivanti da suoli sabbiosi tendono a risultare ideali se bevuti giovani e possiedono colori piuttosto scarichi. I suoli limosi, ricchi di sostanza organica e con una buona capacità di trattenere acqua e calore, favoriscono la produzione di vini morbidi e avvolgenti. Tuttavia, è essenziale un attento equilibrio nella gestione della vigna per evitare eccessi che possano appesantire il vino. I suoli vulcanici, come quelli dell’Etna, della Campania o di Lanzarote, sono carichi di minerali e regalano ai vini una tensione vibrante e un’identità inconfondibile: ottima porosità, eccellente drenaggio e scarso rischio di malattie. Il terreno vulcanico è anche l’emblema del terreno poco fertile che spinge la radice a scendere verso il basso: acidità, freschezza e concentrazione saranno il risultato nei grappoli. Infine, i suoli ghiaiosi, formati da ciottoli e pietre, garantiscono un ottimo drenaggio e immagazzinano calore.
Adesso riavvicinatevi a quello specchio. Guardarsi per capirsi è importante, certo, così come leggere l’etichetta di un vino per percepirne il carattere. Ma la vite non è altro che il tramite: è la terra che parla, la terra che insegna, la terra che plasma. Ed è solo chiudendo gli occhi – sentendo più che osservando – che possiamo davvero capire quello che recitava Franco Battiato: il tutto è molto più della somma delle sue parti.