
Innanzitutto, che cosa è la fillossera? Dal punto di vista biologico, fa parte dei fitofagi monofagi, organismi che si nutrono a spese di una sola specie vegetale. Questo minuscolo insetto di origine americana attacca le radici della vite, provocando rigonfiamenti che compromettono la capacità di assorbire acqua e nutrienti. Queste escrescenze anomale si formano sulle radici o sulle foglie delle viti. Quando ciò accade, le radici non riescono a sviluppare difese sufficienti e la pianta deperisce lentamente, fino a morire.
Nel 1863, a Pujaut, un villaggio vicino a Nîmes, le foglie cominciarono a cambiare colore inspiegabilmente: diventavano prima gialle, poi arrossivano, e infine cadevano, morte, mentre la produzione diminuiva drasticamente. L'anno seguente, le piante non diedero alcun frutto. I viticoltori non sapevano spiegarsi un così netto declino delle loro viti: fu così che decisero di dissotterrare le piante che morivano. Quello che scoprirono fu qualcosa di cui – come sempre nella storia – ancora non potevano prevedere portata e conseguenze: le viti rivelarono radici nere e marce. Questo episodio, il primo caso documentato di fillossera, segnò l'inizio di una devastazione che, dalla Francia, si sarebbe presto diffusa in tutta Europa, mettendo in ginocchio l’intera industria del vino.
La fillossera sbarcò dunque nel XIX secolo sottoforma di nemico silenzioso, invisibile, e soprattutto letale. Il parassita trovò un terreno fertile nel vecchio continente più che nella natìa America del nord. Le viti americane, infatti, hanno la fortuna – da queste parti il bicchiere lo si guarda sempre mezzo pieno – di sviluppare le escrescenze sul fogliame anziché sulle radici. Un danno molto meno devastante, in primis, e anche visibile a occhio nudo attraverso le ispide galle nodose. Sulle viti europee, invece, la fillossera attaccava esclusivamente le radici: una volta che la foglia s’ingialliva, dunque, non c’era molto che si potesse fare. Quella prima morìa, a Pujaut, rivelò la più tragica delle sorti: era già troppo tardi. Le zone più colpite furono quelle con suoli argillosi e calcarei, dove il clima temperato e umido favoriva lo sviluppo dell’afide. Non furono molti gli ettari risparmiati, se si pensa che a livello numerico la devastazione colpì l’80% dei vigneti a livello globale.
Prima di trovare una soluzione, va detto, le provarono tutte: c’è chi ricoprì i vigneti d’acqua nel periodo invernale per tentare di sterminare il parassita, dato che la fillossera non sopravvive se sommersa. Si propose di insabbiare tutti i vigneti ma questa, come molte altre vie, non vide mai la luce, in primis per fattibilità e costi. Si seminò sotto alle viti tabacco, aglio, valeriana, euforbie: tutto inutile. Si iniettarono diversi preparati velenosi nel terreno e si provò ogni tipo di insetticida possibile. La soluzione chimica sembrava la più logica, ma quando il danno è alla radice, si sa, estirparlo diventa un’impresa. Ora, l’innesto. Mentre l’Europa deragliava sotto lo scacco di una crisi mai vista prima nel mondo agricolo, qualcuno trovò la via d’uscita, che consisteva nel cambiare modalità di partita. La soluzione per la fillossera ha infatti una rappresentazione simile a quelle plance di gioco fatte a giro: il gioco finisce dove è cominciato e ricomincia dove finisce. La vittoria la fa il modo di sfruttare ogni singolo giro. In altre parole: l’intuizione fu quella di utilizzare le risorse naturali dello stesso paese da cui era giunto il flagello. Un’America che condanna, un’America che salva: era stata la vite europea su suolo nordamericano a favorire lo sviluppo del parassita, adesso toccava a quest’ultima offrire la chiave di volta. Le viti europee furono così innestate su radici americane, resistenti al parassita. Immaginatevi un trapianto di organo di massa: un rimedio efficace e salvifico, seppur generatore di una fisiologia diversa da quella di nascita. Per esempio, da dopo la fillossera cominciarono a diffondersi le coltivazioni monovarietali, mentre prima i vigneti erano caratterizzati da varietà miste. La viticoltura fu miracolosamente messa in salvo, e si diede il via a quel dopo che ancora oggi ci appartiene. Certo, nel frattempo, la quasi totalità delle piante europee era andata persa per sempre.
A leggere quel “quasi totalità” viene naturale porre l’accento sulla seconda parola: totalità. Eppure, a ben vedere, può essere interessante analizzare quel quasi. È risaputo, infatti, che la fillossera non riuscì a imporsi proprio ovunque. I suoli sabbiosi, privi delle cavità necessarie alla fillossera per riprodursi, fecero e fanno tuttora da barriera naturale in diverse zone d’Europa, anche italiane. La resistenza naturale trova casa nelle sabbie del Sulcis in Sardegna e nelle golene del Delta del Po. Ma non solo: la viticoltura resiste come quella di prima anche sui suoli di origine vulcanica, come l’isola di Pantelleria, il Vesuvio e l’Etna. Anche le altitudini elevate giocano un ruolo: in Valle d’Aosta, Alto Adige e in Mosella, le basse temperature e le forti escursioni termiche hanno limitato la diffusione del parassita. In queste e altre aree circoscritte, dunque, grazie a condizioni pedoclimatiche particolari, i vigneti sopravvissero a piede franco, ossia senza portainnesto.
Nelle viti a piede franco anche l’approccio cambia: la maturazione di acino e raspo avviene simultaneamente, mentre nelle viti innestate il raspo trattiene tannini verdi quando l'acino è maturo. La diraspatura è un altro esempio di pratica sviluppata proprio a seguito della fillossera. Inoltre, i tannini delle viti innestate risultano più duri rispetto a quelli delle piante originali. Tendenzialmente, poi, le vigne molto antiche sono a piede franco. La pianta a piede americano ha una tendenza naturale a crescere rapidamente e in modo vigoroso, con una produzione abbondante di germogli e foglie ma non raggiunge le profondità radicali della vite a piede franco. In altre parole: la vite americana ha un sistema radicale più semplice e meno sviluppato. Il vino prodotto da piede franco, seppur raro, ha delle caratteristiche uniche: quel legame diretto con le proprie radici conferisce al vino un’eleganza unica, un tannino fine, sentori di mineralità incredibili e profumi complessi. In ogni caso, il piede franco non è una questione di scelta, bensì di possibilità. La maggior parte dei vignaioli non può coltivare a piede franco per legge: il rischio di fillossera sarebbe troppo alto e le condizioni pedoclimatiche di rado lo permettono. Per questo, i vigneti a piede franco sono eccezioni, piccoli patrimoni da salvaguardare, seppur destinati a rimanere una rarità.
La domanda che può sorgere spontanea è: la fillossera oggi è scomparsa? Lecito chiederselo, ma la risposta è no. Abbiamo svariati modi per combatterla, e per ora riusciamo a tenerla a bada, in una sorta di equilibrio con la viticoltura moderna e grazie a una ricerca scientifica che continua a lavorare su metodi sempre più efficaci e sostenibili per proteggere le coltivazioni di vite. Se da un lato il portainnesto americano ha permesso la sopravvivenza dei vigneti e si meriterebbe un brindisi a ogni bottiglia stappata, dall’altro è bene non dimenticarsi che ci sono ancora luoghi dove la vite cresce sulle proprie radici, testimoni silenziosi di una resistenza naturale che, pur rimanendo marginale, continua a raccontare una storia affascinante di adattamento e sopravvivenza.