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Leggere l’etichetta di un vino

Lavagna //

Leggere l’etichetta di un vino

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Che vi piaccia o no, non fa la differenza: o sì? Dalle diciture obbligatorie ai guizzi di creatività, con un pizzico di polemica. Breve manuale di come si legge l’etichetta di un vino.

Quando nonno Gianni inforca gli occhiali e stringe le palpebre i motivi sono di solito due: quello che ha nel piatto non lo convince o quello che ha nel bicchiere lo stupisce. Dà un colpetto a chiunque gli stia seduto di fianco e chiede di passargli la bottiglia che troneggia in mezzo al tavolo. Le sue mani grinzose e spesse la ruotano piano, perciò vi alzate, gli andate di fianco, e vi immergete insieme a lui in un mondo tutto vostro.
Leggere l’etichetta di un vino è gioco tutt’altro che facile. Più di qualsiasi altro compartimento di questo settore dalle mille sfumature, qui serve seguire una vera e propria mappa per decifrare e comprendere tutto quello che può essere espresso attraverso simboli e parole.

Le indicazioni obbligatorie vanno indicate nel campo visivo centrale dell’etichetta, sia esso fronte o retro, in cui – nella maggior parte dei casi – troneggia il nome del vino: per esteso troverete sia il produttore che il titolo che ha assegnato alla sua bottiglia. Il nome può essere composto da quattro elementi principali: la denominazione, la tipologia, il nome di fantasia e l’annata. Se si tratta di un vino che rientra in una denominazione, quest’ultima va sempre e obbligatoriamente indicata. Se il vino non dovesse rientrare in nessuna classificazione, troverete riportata la categoria di appartenenza, sia essa “vino bianco”, “vino rosso”, ecc. Anche l’imbottigliatore va obbligatoriamente indicato in etichetta, anche se per i vini di qualità esso coincide quasi sempre con il produttore. In tal caso lo ritroverete indicato come “prodotto e imbottigliato da…”

L'annata, si sa, è un po’ la ciliegina sulla torta. Può indicare un prezioso valore aggiunto: è come la firma di un vino, in un solo numero è contenuta parte della sua identità. Che siate amanti delle ottime annate o appassionati di vini invecchiati, troverete il numero che cercate nei vini IG o DO, per lo meno se previsto dal disciplinare di riferimento, mentre è vietato indicarla nei vini privi di denominazione. L’unica regola che arriva direttamente dall’Europa è che, se si vuole o si deve indicare l’annata, è necessario che “almeno l’85% delle uve usate per produrlo siano state vendemmiate in tale annata”. Molti produttori, che per scelta hanno scelto di rinunciare alle denominazioni di origine, ma che producono vini ottenuti da uve di una singola annata, ci vengono in soccorso nascondendo l’annata all’interno del lotto, il codice che segue la lettera L sulla retroetichetta.

In basso o sul retro si deve inserire il titolo alcolometrico, ossia la gradazione alcolica del vino. Il grado alcolico gioca uno dei ruoli principali nella scelta della bottiglia da parte del consumatore, ed è una delle poche informazioni ben chiare a tutti. Ciò che spesso si tralascia, tuttavia, è che l'alcol è sì una componente fondamentale del vino, ma non l’unica e dunque andrebbe considerata nell’insieme delle parti. Cosa significa questo nella pratica? Che si possono trovare vini da 14 gradi con una materia e una struttura capaci di far fronte all'alcol e dunque dal sorso estremamente equilibrato; oppure, al contrario, vini da 12 gradi dove la percezione calorica dell’alcol è decisamente preponderante. Stiamo forse dicendo che l’unico dato che davate per certo non va letto? No, però, ecco, sapete come si dice: impara l’arte e... L’etichetta è importantissima, ma sta alla conoscenza di un vino quanto quel numero che ne indica il grado alcolico sta al suo bagaglio gustativo: è un pezzetto di un puzzle ben più grande e complesso. Ecco perché conoscere il produttore e il suo stile sono il migliore aiuto nell’acquisto consapevole.

Va poi indicato il formato, ossia la quantità contenuta nella bottiglia – di solito 75 cl. Ogni vino deve poi indicare in etichetta la dicitura “contiene solfiti”, se i quantitativi di solforosa superano i 10mg/l. Nel caso, invece, di alcuni vini naturali “senza solfiti aggiunti”, tale dicitura è volontaria: indica che nel vino ci sono sì piccole dosi di anidride solforosa, ma non ne è stata aggiunta manualmente. Sul retro si trova anche il paese di produzione, che dev’essere scritto nella lingua del paese che ha prodotto il vino e a cui, volendo, si possono aggiungere eventuali traduzioni. Inoltre, se il vino possiede una qualche certificazione, come quella biologica, va inserita in etichetta. Oppure, se la bottiglia rientra in un’associazione, troverete da qualche parte il timbro che ne contraddistingue l’appartenenza.

Inoltre a decorrere dall’8 dicembre 2023 sono obbligatorie la lista degli ingredienti e la dichiarazione nutrizionale in etichetta. Ciò significa che sarà reso esplicito il contenuto calorico di ogni bottiglia e i valori nutrizionali del vino. Insomma, verrà ufficialmente trattato come gli altri alimenti che vengono commercializzati in UE. Tra gli ingredienti utilizzati saranno inoltre specificati tutti gli additivi impiegati e i coadiuvanti (quest'ultimi solo se allergeni).
Un’eccezione alla regola, in tema etichettatura, se la giocano le bollicine: i vini spumanti seguono regole particolari e un po’ divergenti rispetto a quelle dei vini fermi. Possono, per esempio, non indicare la denominazione per esteso, devono indicare il contenuto zuccherino e, in base alla tecnica di produzione, possono aggiungere altre diciture. I vini spumanti Metodo Classico, inoltre, identificano nel lotto non il momento di imbottigliamento, ma quello di sboccatura.

Gli occhi di Nonno Gianni scrutano ancora l’etichetta, non trovando ancora risposta alla domanda: “Ma quindi che uva è?” Sì perché il vitigno o i vitigni utilizzati per produrre un determinato possono essere esplicitati solo ed esclusivamente nel caso il vino si fregi di una indicazione geografica o di una denominazione d’origine. Così, fatta eccezione per i vini varietali (per altro tutti riferiti esclusivamente a vitigni internazionali), i vini senza denominazione hanno il divieto di inserire l’informazione in etichetta. A farne le spese è il consumatore, a cui viene di fatto limitato l’accesso alla vera natura del prodotto.

Proprio per questo, mentre ci alleniamo a sviluppare un senso critico, a informarci prima di consumare, impariamo anche che la sostanza prevarrà sempre sulla forma. Perciò, fate come vostro nonno: aggrottate la fronte, domandate, ma non fermatevi mai. Che l’ingrediente principale per chi si appassiona a questo mondo non è scritto in nessuna etichetta: noi la chiamiamo curiosità.