
Avete presente quel compagno di classe che puntualmente scuote la testa e dice "Io No"? Con la maggior parte dei bambini funziona subito. Nessuno gli si siede di fianco, e a lui pare non importare. Tutto va secondo i piani fino a che, in classe, non entrate voi. Le braccia incrociate parrebbero suggerirvi di girare i tacchi, ma c’è qualcosa che vi intriga in quel No scritto in piena faccia. Chiamatela sfida, chiamatela curiosità, chiamatela sensazione. Tant’è che non vi girate. Tant’è che vi sedete proprio lì, in quel posto vuoto e freddo che, scoprirete poi, non aspettava altro che voi.
Molti agricoltori eroici raccontano così il momento in cui hanno capito che sarebbe stato proprio su quel versante scosceso che avrebbero passato la maggior parte della loro vita. Una terra impervia, ruvida, selvatica. Di primo acchito, diciamocelo: anche un pelo fastidiosetta. Che vuoi tu, venire qui? Proprio qui? Scordatelo.
Non è da tutti amare gli spigoli, così come non è da tutti ignorare un plateale invito a lasciar perdere. Serve fantasia, coraggio, l’immaginazione di credere in qualcosa che farebbe scappare a gambe levate tutti gli altri. Viticoltura eroica significa scegliere deliberatamente di sfidare il No, di attaccarci dietro un punto di domanda e trasformare quella sfida nella propria ragione di vita.
Con tutta probabilità quel bambino con la faccia imbronciata diventerà il vostro migliore amico, la vostra persona, insomma una cosa speciale. Qualcuno una volta ha detto che sono le nuvole a rendere i cieli interessanti. Forse questo vale per un mucchio di cose.
Se dovessimo raccontare in modo semplice cosa sia la viticoltura eroica, basterebbe dicessimo: quel tipo di coltivazione della vite che si pratica su pendii con più del 30% di pendenza, oltre i 500 metri sul livello del mare, su terrazze e gradoni, oppure in piccole isole, difficili da raggiungere e ancor più difficili da lavorare. Insomma: tutto quello che scoraggerebbe qualunque essere umano razionale. Ma non solo! Dicono che a volte i vigneti siano così impervi che anche le capre si affacciano e subito fanno dietrofront. Lungo le dorsali alpine, in Valtellina, sulle pendici dell’Etna, tra i muretti a secco delle Cinque Terre, sui terrazzi scavati nel tufo dell’Isola d’Elba, nei crinali della Sila, nel Carso modellato dal vento o sulle creste spoglie del Pollino. Sono queste le terre abitate e lavorate, per dire una parola giusta – vissute – dove ancora c’è chi porta avanti una viticoltura che assomiglia più a una scalata che a un mestiere agricolo. Il risultato di questa particolare pratica non è solo un vino. È un paesaggio. Un ecosistema. Un gesto di presenza, cura, resistenza.
I due ostacoli principali sono l’impossibilità di meccanizzare i processi e difficoltà a muoversi tra i vari appezzamenti di terra. Le vigne in questione il più delle volte si possono raggiungere solo a piedi, o in equilibrio precario tra i filari, a mo’ di funamboli, con tanto di forbici e ceste. L’uomo si adatta come può. C’è chi costruisce funivie in legno, chi motocarriole, chi teleferiche, chi una vecchia rotaia serpeggiante. Ci si arrangia, o anzi: più che arrangiarsi ci si organizza fino al millimetro. Ogni passaggio dev’essere studiato con una cura tre volte più meticolosa, ogni intoppo previsto, ogni limite anticipato. I muretti a secco e i gradoni aiutano la creazione di terrazzamenti laddove la pendenza farebbe rotolare giù chiunque. Nel momento in cui l’operazione fisica di coltivare è resa possibile, ecco che subentra un altro fattore più che importante: il tempo. La vendemmia si fa interamente a mano, così come la manutenzione dei terrazzamenti. Se in pianura certe operazioni si fanno in mezza giornata, qui ci vogliono giorni interi. Alcuni agricoltori ci dicono che per calcolare il tempo necessario a un’operazione in vigna bisogna calcolare il tempo che ci vorrebbe in pianura, e moltiplicarlo per otto. Accanto al tempo che possiamo misurare in minuti, ore e gocce di sudore sulla fronte, conta anche il tempo meteorologico, quello che – il più delle volte – si calcola alla fine, quando si fa la conta. Una vigna esposta a picco sul mare, o soggetta a correnti potentissime, o posizionata a un’altitudine sproporzionata, è doppiamente soggetta anche alle conseguenze date dalle condizioni atmosferiche: una pioggia violenta può frantumare un intero versante. Un’ora di grandine può cancellare un anno di lavoro.
Alessandro Baricco dice che i perché non si ricordano mai. Vigneti di questo tipo continuano a esistere nonostante tutti i nonostante. Quel che è certo è che chi lavora queste terre si reputa contadino ben prima di produttore. È un modo di mantenersi vicini alla propria terra. Li affascina l’idea di un’agricoltura che non impone ma chiede il permesso. Un vino che non sia il fine, piuttosto la conseguenza. Che sapore ha un prodotto che nasce da condizioni che sembrerebbero impossibili? Ogni bottiglia è il risultato di una trattativa paziente con la natura, non di una sua conquista. Non esistono perché, quindi, ma esistono diverse risposte: una è senz’altro che fare vino lì è l’unico modo per evitare che quei territori scompaiano. Quando si abbandonano queste aree, la vegetazione si riprende tutto. I sentieri spariscono, i muretti crollano, le radici scivolano, e con loro interi pezzi di paesaggio. Fare viticoltura eroica non è solo produrre un vino: è mantenere vivi i territori marginali, preservarli dal rischio idrogeologico, impedire che vengano dimenticati.
La pendenza, l’altitudine, il sole impietoso, la brezza che cambia direzione ogni pomeriggio, fanno sì che anche il più esperto degli enologi debba cedere il passo alla natura. Non è viticoltura intensiva, non lo è mai stata e non potrà mai esserlo. Il fascino forse sta proprio in questo: nel passo lento, nel movimento costante, nel lavoro manuale, nel vino portato a casa con lo sguardo all’insù e la presa ben salda.
La viticoltura eroica è, per definizione, anti-economica. Non c’è efficienza, non c’è scala industriale, non c’è facilità. Qui si lavora poco con i manuali e molto con la memoria delle mani. Quello che non manca mai è una fatica sproporzionata rispetto ai guadagni, la necessità di fare tutto a mano, un mercato che raramente premia il lavoro invisibile che c’è dietro a certe bottiglie. Eppure, sempre più oggi cresce un pubblico che capisce, apprezza, sente. Persone che cercano la storia oltre l’etichetta, sia essa di una famiglia o di un territorio: nulla è più narrativo e romantico di un vino che nasce nell’impossibile.
Forse non durerà per sempre. Forse alcune di queste vigne verranno abbandonate e certi paesaggi semplicemente smetteranno di esistere. Sarà il giorno in cui quel posto rimarrà vuoto. Lì, dove il No ribelle incontrerà il silenzio.
Ma non è questo il giorno.