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Allevamento e potature

Lavagna //

Allevamento e potature

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Alla scoperta dei più famosi sistemi di allevamento e potatura della vite e dei loro usi.

Sole tutto il giorno e vento sferzante che profuma di mediterraneo: aprite gli occhi e sì, siete nel posto giusto per trascorrere l’ultimo periodo dell’estate. Settembre è la sentinella della nostalgia, ma bando ai sentimentalismi: avete trascinato la vostra fidanzata nella sua prima vendemmia e giustamente avete scelto un’isola. Quando osserva le piante mosse dal vento piega la testa da un lato e si volta verso di voi: temete stia già per rinunciare, e invece vuole solo farvi una domanda: -perché le viti sono dentro delle buche? -

Potreste limitarvi a una semplice spiegazione, ma perché non fare un passo indietro e darle una panoramica di tutte le forme della vite? Quando si parla delle tipologie di allevamento e potature della liana per eccellenza, innanzitutto va detto che ci sono condizioni pedoclimatiche che impongono la scelta di un certo tipo di pratica colturale piuttosto che di un altro. La vite fa la storia, potremmo dire: questo significa che dietro a un certo tipo di allevamento si nascondono tradizioni, patrimoni culturali ed esperimenti di innumerevoli viticoltori, che negli anni hanno studiato e approfondito i diversi modi di sistemare la natura rampicante della vite.

Dato che, come sempre, la risposta è nella storia, a oggi possiamo dire che i vari approcci derivano tutti da due principali “correnti”, quella greca e quella etrusca. Gli antichi greci – insieme ai fenici – sono gli ideatori della tecnica dell’alberello, ossia di una pianta che si erge autonomamente da terra. L’approccio greco spinge a una coltivazione ad alta densità, con tante piante basse a pochissima distanza le une dalle altre. Dall’altra parte, se dovessimo chiedere a dieci persone di disegnare un tralcio di vite, la maggior parte probabilmente si riferirebbe all’influenza del metodo etrusco, che originariamente consisteva in una vite maritata a un altro albero che la sostenesse, oggi sinonimo di una viticoltura incentrata su maggiori volumi di produzione. Va detto che da allora i tempi sono a dir poco cambiati, e con essi la prima delle condizioni morfologiche: il clima. Ciò significa che nell’era moderna gli approcci si siano evoluti, ma la matrice storica rimane, sia essa italica o ellenica.

Il fatto che la vostra fidanzata annuisca con vigore è un buon segno: premiatela partendo dalla forma di allevamento che avete davanti agli occhi, l’alberello, il simbolo della tradizione mediterranea. Questo sistema è infatti uno dei più antichi e tradizionali, soprattutto nelle terre che affacciano direttamente sul nostro mare. Si tratta di una disposizione bassa e compatta, dove il tronco della vite è lasciato crescere libero, senza supporti. Questo metodo è ideale in zone con clima secco e ventoso, come quelle della Sicilia o della Puglia, dove la necessità di preservare l'umidità del suolo è fondamentale. Attenzione, però: non stupitevi se vi capitasse di vedere alberelli pure in Val d’Aosta. La capacità di adattamento dell’alberello è perfetta anche per i climi più rigidi, grazie alla vicinanza dei grappoli al suolo. La forma compatta della pianta permette infatti di proteggere i grappoli dal vento, sia esso caldo o freddo. Inoltre, l'alberello è particolarmente adatto ai terreni poveri e sassosi, dove altre forme di allevamento potrebbero non essere praticabili. Insomma, se il concetto di resilienza avesse una forma, con tutta probabilità sarebbe quella dell’alberello. A Pantelleria è persino diventato patrimonio Unesco: i vignaioli della perla nera, infatti, sono riusciti a fare in modo che le loro viti crescano allargandosi basse e larghe – immaginatevi un ombrello – così da permettere alla folta vegetazione di proteggere i grappoli dal potente calore irradiato dal sole. Inoltre, i contadini panteschi hanno studiato un sistema di buche circolari profonde 50-60 cm intorno a ogni pianta, che servino a salvaguardare le piante dal vento mantenendo al meglio l’umidità. Certo, dal punto di vista della potatura, l'alberello richiede una gestione attentissima. Per questo, quando nella possibilità di scegliere, sono i produttori artigianali coloro che meglio di chiunque portano avanti quest’antichissima tradizione.

Al di là dell’eccezione, torniamo alla regola: la controspalliera è forse la forma di allevamento più diffusa al mondo, grazie alla sua versatilità e alla capacità di adattarsi a diverse condizioni climatiche e morfologiche. Tutti ne abbiamo vista almeno una nella vita, è quella dove la vite sviluppa le cosiddette “braccia”. La si riconosce dall'utilizzo di fili di sostegno su cui i tralci della vite vengono legati e guidati. Grazie a questo metodo, la gestione dello sviluppo vegetativo, della luce e dell’aria all’interno della chioma sono favoriti. Risultato: i grappoli tendono a maturare in maniera uniforme e il vigneto si presta più facilmente a operazioni di meccanizzazione. A voler scendere nel dettaglio, la controspalliera è il termine con cui definiamo tre potature più diffuse: il Guyot, che lascia un capo a frutto e uno sperone, il cordone speronato, tipico della Toscana, in cui diversi speroni corti si sviluppano lungo un cordone permanente, e il Sylovz, che si adatta perfettamente ad ambienti pianeggianti, umidi e ricchi d’acqua.

A proposito di metodi antichi, va citata senz’altro la pergola, un sistema di allevamento nato per altre colture che si sviluppa in altezza, con la vegetazione che forma un tetto sopra il terreno. Questo allevamento è tipico delle regioni del nord Italia, come Trentino e Veneto, dove le condizioni climatiche umide e piovose richiedono un'attenzione particolare alla gestione della luce solare e dell'aria. La pergola, infatti, permette di proteggere i grappoli dall'eccessiva umidità e dai raggi diretti del sole, creando un microclima favorevole alla maturazione lenta e graduale delle uve. La potatura in pergola è generalmente lunga, con tralci lasciati sviluppare per coprire l'intera struttura. Se la pergola è l’allevamento tipicamente attribuito al nord, il tendone ci racconta invece del sud: parliamo di un sistema di allevamento che prevede l'utilizzo di una struttura che assomiglia a una grande rete, sulla quale si sviluppano i tralci della vite. Differisce dalla pergola perché quest’ultima è inclinata rispetto al terreno, mentre il tendone è trasversale ai filari ma parallelo al suolo. Il tendone permette di proteggere i grappoli da forti esposizioni solari, tipiche delle regioni del centro-meridione; proprio per questo, dal punto di vista della potatura, il tendone richiede un approccio specifico, con tralci lasciati lunghi per coprire l'intera struttura e favorire una distribuzione uniforme della vegetazione.

Gli allevamenti e le potature sono innumerevoli: tra i più rari ci sono l’Archetto, il Bellussi, il Geneve Double Courtain, il Lyra e molti altri. Quello che più conta è sapere che ogni tipologia ha la sua storia e la sua geografia. La scelta di un metodo piuttosto che di un altro non è quindi solo una questione tecnica, ma riflette un equilibrio tra le esigenze della pianta, le caratteristiche del terreno e le condizioni climatiche, oltre che la tradizione vitivinicola del luogo. Se da un lato l'alberello racconta la storia delle terre aride del Mediterraneo, la pergola evoca i vigneti ombrosi del nord. La parola chiave per il vignaiolo, un’altra volta, diventa la stessa della vite: adattamento. La liana per eccellenza d’altronde rappresenta proprio questo: la capacità di cambiare forma rimanendo sempre fedele alla propria natura.