Giulia Fiorentini | Di Giulia

La giornata del vignaiolo //

Giulia Fiorentini | Di Giulia

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Mi sveglio poco prima del sorgere del sole e osservo il frangersi della prima luce sulle vigne, godo del privilegio di una terra esposta alla nascita del sole. Mi lascio inondare da uno sfondamento rosato, mentre faccio colazione alla finestra: un caffè, un frutto, una spremuta.
Il verde ancora tenero del grano balza fra le curve dei colli in lontananza, strisce sottilissime di boschi lambiscono i confini delle proprietà agricole che piccole, raccolte, si abbracciano con un solo colpo d’occhio.

Scelgo di iniziare il giorno con uno spazio solo per me stessa, a riconferma della mia libertà persino sulla signoria discreta e silenziosa delle necessità della terra, della mia vigna. Così, ogni mattina, mi siedo al tavolo da cucina, a casa ancora addormentata, e scrivo, per circa un’ora. Non importa che siano stralci di romanzi ancora inediti, pensieri sulla giornata alle spalle o impressioni di quella che sta andando a cominciare. Importa solo che il giorno cominci con la mia insolita preghiera, la mia forma di gratitudine all’alba del cielo.

Poi si sveglia anche Lulù, la nostra cagnolina di 12 anni, ancora scalmanata. Ogni giorno, insieme, la stessa camminata tra i sentieri di Cupramontana che guardano la montagna. Lulù corre, io cammino, sempre con un libro in mano, leggendo quelle poesie e quei romanzi che alla fine della giornata non avrei la forza di ascoltare con lucidità. E vola un’altra oretta almeno.

Così la giornata in campagna comincia alle 9, orario anomalo per un contadino. Ma le poche volte in cui ho rinunciato a scrivere o alla mia passeggiata quotidiana la giornata è andata storta, il mio nervosismo in lotta contro le mancate benedizioni.

Eppure la mia vigna è sempre un piccolo gioiello incastonato fra molti. Attorno a lei minuscoli oliveti, campi di ciliegi fioriti del bianco più assoluto. Un gioiello custodito dalle querce, la mia vigna. Un cuore fitto di vita appena risvegliata, che è germogliata fra l’argento degli olivi. Corro finalmente a lei, con quella gioia incomprensibile capace di risvegliarsi uguale a sé stessa tutte le mattine. E’ il sentirsi parte perfetta e innamorata di un angolo di terra, anche io zolla, anche io fiore, anche io tralcio pronto al pianto della primavera. E’ esplosa la vita silenziosa, piano piano, a dispetto di tutto il blocco che ci è stato imposto in questa stagione. E tutto comunque, uguale a se stesso, ricomincia.

Il momento della potatura verde, quando si inizia a fare una selezione di quelli che saranno i futuri migliori grappoli, a scegliere i germogli nati nuovi sul tronco per impostare la pianta dell’anno successivo. Un lavoro ciclico e continuo finché la pianta non trova la sua stabilità. In questo modo si inizia a prendere confidenza di nuovo con ogni vite e pian piano ci si instaura un rapporto intimo. È un momento tenero, una fase di osservazione, ma soprattutto di cura. Poi le sfalciature dell’erba, fra le file nel frastuono di un trattore, per il sottofila, nella grazia di un motore più leggero e con l’attenzione che salva i nuovi nati, le barbatelle.

E poi le prime sfemminellature. Scartare le foglie è diventato un gesto istintivo, come suonare una sinfonia fra i filari. La vigna diventa spartito, le dita un movimento studiato, appreso nel tempo eppure naturalissimo che ondeggia lungo il chiaroscuro di un pianoforte.

Ogni giorno, qui, in questa vigna, fra le mani la festa della vita, dove il mondo si ferma preso in scacco dalla paura, saturato dalla malattia resta comunque il germogliare e il tagliare, il custodire e l’eradicare, i gesti più antichi del mondo, quelli della storia contadina.

E’ splendore lavorare insieme a chi si ama accompagnando la crescita della bellezza, come è splendido mitigarne la fatica in un pranzo condiviso. Così, verso l’una Ileana ed io rientriamo a casa, e apparecchiamo una tavola frugale. Io mangio poco e per lo più verdure crude, un’insalata o un panino con humus di ceci e pomodori secchi, lei invece preferisce cucinarsi qualcosa, una pasta, una frittatina veloce. Non beviamo vino altrimenti si rischia di non fare niente il pomeriggio, però una birra fresca fresca ce la concediamo

Il nostro tempo di obbligata sospensione lo abbiamo riempito tutto. Abbiamo colmato gli spazi vuoti della campagna con un fagocitato andirivieni da una cantina all’altra per spostare bottiglie, nel tentativo di riorganizzare la nostra logistica. Abbiamo spazi piccolissimi e la cantina lontana dallo stoccaggio, quindi bisogna fare tutto a mano per prepararsi con anticipo alla prossima vendemmia. Essere piccole realtà è un’arma a doppio taglio: può essere svantaggioso, ma in periodi come questo, in cui non si sa dove infilare un sovrappiù di produzione, si rivela una risorsa. Tra la scorsa vendemmia non molto produttiva e con il tempo di sistemare il magazzino per fare spazio ai nuovi imbottigliamenti, siamo pronte ad affrontare la prossima vendemmia senza dover rinunciare alla raccolta, nonostante il calo delle vendite.

Dopo il tempo speso per il vino o per la vigna, amo, riuscendolo a fare, ripetere il mio rituale, anche se al contrario: prima una camminata, ma più breve di quella del mattino, poi scrivere qualche pagina, ma bevendo un bicchiere di vino. Mi piace assaggiare vini nuovi, poterli scambiare nelle fiere. Per fortuna, da “brava contadina”, amo follemente i nostri vini e in questo periodo, con poche possibilità di confronto con altri produttori, stiamo felicemente esplorando il meraviglioso potenziale della nostra cantina. Nel frattempo, comunque, si cucina.

Si può pensare che un periodo di violenta quarantena, come quello che stiamo vivendo, per un agricoltore sia diverso. È vero che la natura segue imperterrita le sue logiche e i suoi ritmi ma allo stesso tempo siamo noi, volti umani, a non seguire più i nostri. Ad esempio prima spesso tornavamo a trovare genitori, fratelli e nipoti a Milano. Ci capitava di fare un viaggio o di girare per contatti di lavoro. Al di là dell’ovvia nostalgia, del senso di mancanza di un qualcosa di primario, quello che è cambiato, per noi, in questi mesi, è la coscienza del tempo, e del suo incommensurabile valore. Un tempo generoso, anche se ristretto fino all’impotenza, spolpato e reso vuoto fino a quasi apparire illimitato. Un tempo dato, dovuto, completamente proprio, che a chiunque appartiene da sempre. Il tempo del presente più vivo. Abbiamo vissuto la nostra minuscola Cupramontana più intensamente, senza distrazioni. Nei suoi profumi, nei colori delle fioriture, anche di piante che non avevamo mai visto fiorire. E mi accorgo che ovunque, anche nella più piccola zolla di terra, resta l’urgenza della vita, il suo senso dolce e precipitoso. Il fare e il voler fare. Crescere il mondo in una gemma.

Resta il vento in una serata di primavera.

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