Andrea Marcesini | La Felce

La giornata del vignaiolo //

Andrea Marcesini | La Felce

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Il mio orologio biologico è tarato: cinque e mezza, massimo le sei, sono già in piedi. Colazione veloce ed esco, direzione bar del paese. Un caffè, una sigaretta e quattro chiacchere con qualche amico. Si parla di lavoro, di caccia e solitamente in questo periodo, grazie al mio cane Otto, di tartufi. Questo momento, visto che il bar è chiuso, è forse quello che mi manca di più nella mia giornata da vignaiolo ai tempi del coronavirus. Poi incomincia il giro delle vigne, quelle non vanno mica in cassa integrazione.

L’obiettivo è avere la situazione sotto controllo, avendo dieci vigneti nel raggio di dieci chilometri, ogni parcella ha una storia a sé stante e, tra controllare l’erba che cresce e lo stato vegetativo delle piante, sono tutte da tenere quotidianamente sott’occhio. Una cosa è certa, io a fare la stessa cosa tutto il giorno proprio non ci riesco. Comincio preparando il terreno per piantare le barbatelle per un progetto di agricoltura sociale in una casa di cura a Castelnuovo Magra, dove promuoviamo il reinserimento al lavoro di pazienti psichiatrici. Poi tra passare la vangatrice nelle vigne già produttive e finir la legatura (su quello per fortuna mi danno una mano i miei ragazzi), si è già fatta ora di pranzo.

A casa c’è tutta la famiglia riunita, mia madre, mio padre e mio figlio Francesco, che sta finendo la scuola di Agraria e ha iniziato a darmi una mano in vigna e in cantina. L’avanzo di polenta di ieri sera, passata al forno, con ragù di salsiccia diventa il pranzo di oggi. Mi sembra di essere ritornato ai ritmi di una volta, dove ci si riesce a godere un pasto tutti seduti intorno al tavolo.

Il pomeriggio sento un mio collega contadino, abbiamo insieme il progetto di tornare a trasformare La Felce come 25 anni, facendola diventare un’azienda polifunzionale. In momenti come questo, che il vino è a zero, si riscopre lo spirito mutualistico dei contadini di una volta e, collaborando, penso che in due potremmo lavorare per tre. Così ho cominciato a seminare patate e a ordinare piantine di pomodori, fagiolini e altre verdure estive. Questo oggi sarebbe l’unico modo che mi permetterebbe di continuare a garantire lo stipendio ai miei ragazzi se nel futuro si dovessero ripresentare situazioni come queste.

Per fortuna qualche amico mi sta ordinando un po’ di vino sfuso, era una cosa che avevo lasciato da parte per i troppi impegni, ma che oggi si rivela importante. Così carico il furgone e comincio il giro, e questo diventa anche un modo per poter scambiare due parole, a debita distanza, ma non dietro a un telefonino.

Verso sera, solitamente tornerei al bar del paese per un aperitivo, è il mio modo per staccare il cervello. Invece cominciano le telefonate con assessori e ministri, devo assolvere il mio ruolo di presidente del Consorzio di Tutela dei vini DOC Colli di Luni, Cinque Terre, Colline di Levanto e IGT Liguria di Levante. Quello che più mi amareggia è che noi lavoriamo senza entrate. Uno o due mesi si può resistere, ma poi come pagherò i dipendenti, il gasolio e tutto quello che mi serve per lavorare?

Il più grande incubo è di doversi vedere marcire l’uva davanti agli occhi. La vendemmia è il periodo che costa di più e quest’anno con il fermarsi delle fiere e degli eventi, l’uva sarà ancora più bella del solito, perché avremo potuto dedicargli più tempo. Ma il problema vero è che non vendendo, non ho spazio in cantina e quindi potrebbe realisticamente convenire di non far proprio vendemmia. Il nostro è un territorio estremamente fragile e frammentato, se non ci danno una mano, andrà a scomparire tutto nell’arco di un anno.

Prima di cena passo dall’orto a prendere un po’ di insalata e qualche cipolla per cena. Ci raggiunge anche Daniela, la mia compagna, che mi sta dando un grande supporto morale. Ci apriamo una bottiglia, questa quarantena mi dà il tempo di bere tutte quei vini che scambio con gli amici produttori durante le fiere. Alla fine sono certo che ne usciremo e che tutta questa storia ci farà rimettere i piedi per terra. Si va avanti a bere fino a mezzanotte, mezzanotte e mezza. Potrei tirare anche le tre, tanto domani, a svegliarmi, ci penserà il mio orologio biologico.

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