
In un angolo della Toscana che non ricorda più i paesaggi da cartolina, dove olivi, viti e boschi si intrecciano ancora, sorge Fattoria di Bacchereto, storica azienda agricola di Carmignano. Siamo a pochi chilometri da Prato, tra le colline del Montalbano.

Carmignano, la collina su cui crescono i vigneti di Fattoria di Bacchereto, è una piccolissima doc, tra le più piccole in Italia. I suoi confini coincidono ancora con il territorio del Barco Reale di Carmignano, la riserva di caccia istituita nel 1600 dalla Famiglia Medici e recintata per una sessantina di chilometri, dove venivano organizzate battute di caccia. Già a partire dal 1716 il vino di Carmignano era largamente apprezzato, tanto da essere venduto ad un prezzo quattro volte superiore agli altri vini della zona, e Cosimo III intuendo il potenziale della zona stabilì delle norme di produzione all’interno della riserva, ponendo le basi di una doc del futuro.

Carmignano, oltre ad essere il nome della DOC, è anche il nome del rosso aziendale. Un assemblaggio di sangiovese, canaiolo e cabernet sauvignon strutturato e potente che con l’invecchiamento porta nel calice un tannino vellutato e il sorso morbido. In Fattoria, ci tengono a precisare, il cabernet sauvignon non viene visto come un vitigno internazionale ma a tutti gli effetti come un autoctono. È arrivato su queste colline da oltre tre secoli, forse con Caterina de’ Medici o con Cosimo III che aveva sposato Margherita d’Orleans, e veniva chiamato “uva francesca” per le sue origini francesi.

Dalle uve a bacca bianca aziendali nasce invece il Sassocarlo, un assemblaggio di trebbiano e malvasia, dal sorso ampio e grasso ma caratterizzato da un finale lungo che ne snellisce la beva. Le uve vengono raccolte prestando attenzione alla massima maturità dell’uva, ma spesso vengono colpite dalla botrytis cinerea, la muffa nobile, che ne arricchisce ulteriormente il ventaglio aromatico.

All’interno della Fattoria si nasconde un’altra preziosità carica di storia, la vinsantaia con la “madre”. Qui i grappoli di trebbiano e malvasia vengono appassiti sui graticci fino a dicembre e il mosto, zuccherino e denso, fermenta a più riprese nelle piccole botti di castagno chiamate caratelli. Qui il vino affina per anni mentre l’acqua al suo interno a piccole dosi evapora, ma non viene mai ricolmato: così il contatto con l’ossigeno trasforma e amplifica i profumi e ne plasma l’identità.
