Vin Méthode Nature: una certificazione è possibile?

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Vin Méthode Nature: una certificazione è possibile?

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Arriva dalla Francia Vin Méthode Nature una carta che sembra una prima rudimentale certificazione per il vino naturale? È possibile un riconoscimento istituzionale? Un inquadramento giuridico è necessario? Abbiamo chiesto un’opinione ai produttori Triple “A” francesi.

Come promesso nelle nostre newsletter, torniamo sull’argomento per una riflessione più ampia e dopo aver raccolto diversi pareri. Hanno scritto una carta sui vini naturali. Un’altra direte voi. Si, un’altra, ma sta volta è diversa. Non l’ha scritta un’associazione di produttori, né una distribuzione, né degli appassionati. In realtà in parte tutti tre, dietro alla stesura c’è il Syndacat des Vins Naturels, che raccoglie appunto produttori, commercianti e consumatori. Dove sta quindi la novità? Nella collaborazione con il Ministero dell’agricoltura francese, con l’INAO (Istituto nazionale dell’origine e della qualità) e la DGCCFR (Direzione generale della concorrenza, del consumo e della repressione frodi). Un vero e proprio riconoscimento giuridico che farà cominciare un periodo di prova della menzione di tre anni. Non si potrà parlare di “vino naturale”, ma di “vin méthode nature”.

A prima vista la carta VMN ha molto in comune con il decalogo Triple “A” e con altri manifesti e carte d’intenti del mondo naturale: uva biologica (certificata), raccolta manuale, nessuna modifica ai parametri chimico fisici del mosto, fermentazione da lieviti indigeni, nessun additivo né tecniche produttive invasive, aggiunta di solfiti concessa solo prima dell’imbottigliamento e fino a un massimo di 30mg/L. Il tutto identificabile dal logo Vin Méthode Nature apposto sulla bottiglia, anzi dai due loghi, simili ma che specificano i sans sulfites ajoutés e i <30 mg/L de sulfites ajoutés.

Insomma, a prima vi sta, tutto in regola. Certo, non tutti i produttori naturali fanno uva biologica certificata, ma se si vuole un inquadramento giuridico del vino naturale qualche “pezzo di carta” è necessario. Un primo passo importante dunque? Abbiamo chiesto direttamente ad alcuni nostri produttori cosa ne pensano per capire che aria tira in Francia. Ci hanno dato tante risposte e mischiandole ne abbiamo fatto saltar fuori un piccolo dibattito. Immaginatevela come una videochiamata, vi sarà più facile di questi tempi.

Florian Beck-Hartweg del Domaine Beck-Hartweg: “Penso che ci vorrà del tempo per farsi un’idea più concreta e precisa di quello che (questa carta) può apportare… ma si può già dire che si tratta di una buona iniziativa”.

Mark Angeli di Ferme de la Sansonnière: “Stavamo aspettando un disciplinare da tempo perché gli impostori erano in tanti ad intrufolarsi in mezzo a vignaioli onesti. Per quelli che desiderano un riconoscimento, questo disciplinare è molto serio”.

Sébastien Riffault del Domaine Étienne e Sébastien Riffault: La carta Vin Methode Nature non fa altro che riprendere alcuni principi già elaborati dall’AVN (Association des Vins Natures) di cui faccio parte”.

Christian Binner del Domaine Christian Binner: “Il lavoro di questo nuovo sindacato è il prolungamento del lavoro iniziato dall’AVN nel 2005. Ne faccio parte anche io e ho scritto la carta che è stata ripresa dal sindacato. Questo logo rispetta la filosofia vera e originale dei vins natures”.

Riffault: “Però c’è una differenza sostanziale tra le due: l’AVN tutela veramente i vini ‘natures’ in quanto il suo disciplinare non consente l’uso, anche minimo della solforosa. La carta ‘Vin Methode Nature’ invece è molto più permissiva in quanto prevede un tipo di deroga per i vini che hanno fino a 30mg di solforosa".

Binner: Lascia quindi la scelta al vignaiolo di mettere o meno un po' di solforosa all’imbottigliamento, per questioni estetiche o di sicurezza. Una cuvée con il logo non potrà mai essere venduta con lo stesso nome ma senza logo. Se un’annata è complicata da vinificare e che il vignaiolo sceglie di aggiungere un po' di solfiti per salvare il suo vino (cosa che personalmente non mi è più successa da tanto tempo, ma non si sa mai) non potrà venderlo con lo stesso nome. Perché si tratterebbe di pubblicità ingannevole. Il cliente farà quindi un acquisto ancora più etico e in conoscenza di causa scegliendo tra un vino zero solfito o 30 mg/L".

Yannick Champ del Domaine Prieuré-Roch: Il Domaine non ha mai desiderato esprimersi sulle rivalità campanilistiche per sapere chi fa che cosa. Ricordo una discussione tra Henry e Nicolas Joly, il papà della biodinamica, che all’epoca usava dosi massicce di solforosa. Chi era il più pulito? Lui o un vignaiolo che non usa solfiti, ma non lavora in biodinamica? Noi del Domaine Prieuré Roch, produciamo vini di Borgogna in quello che speriamo essere l’espressione più pura con i nostri mezzi e nostre convinzioni. Il resto non riguarda nessuno. Non abbiamo rivendicato di essere biologici né di fare vini naturali e intendiamo continuare così”.

Florian Beck-Hartweg: “Da una parte, è chiaro che il movimento del vino naturale si contraddistingue per la sua libertà, prerogativa che dà un senso al movimento…. D’altra parte ovviamente, la rivendicazione di un metodo naturale deve ergersi su fatti concreti e verificabili per evitare deviazioni. Questa carta è un vero lavoro da equilibrista e nello stato attuale delle cose, penso che se la cavi piuttosto bene”.

Binner: “Il fatto che sia validata dalla repressioni frodi, dalla difesa dei consumatori e dall’INAO significa che è ufficiale e controllato dai servizi pubblici, questo farà sì che molti vini naturali abbiano finalmente un riconoscimento nelle AOC. Inoltre i vignaioli che useranno tale logo saranno controllati anche dal sindacato”.



Camille e Mathieu Lapierre del Domaine Marcel Lapierre:“Noi non siamo fan delle certificazioni. Per noi, come per tanti altri vignaioli che lavorano puliti non sono una garanzia di qualità. Sono numerose le aziende che possono vantare di essere regolarmente certificati biologici, ma che producono vini industriali. Speriamo che questo protocollo possa far evolvere le cose nella buona direzione, ma il rischio di deviazioni è dietro l’angolo”.

Mark Angeli: “Effettivamente troppe menzioni ammazzano l’informazione. Noi rimaniamo fedeli al nostro approccio dal 2003 (ndr, anno di conversione alla biodinamica), il quale ci sembra più preciso, più chiaro e non necessita di nuovi controlli corredati da tanta burocrazia e costi supplementari”.

Sébastien Riffault: “Inoltre, ad un’azienda vinicola di tipo industriale non verrà mai riconosciuto il logo AVN mentre la stessa azienda potrà ottenere senza difficoltà il logo Vin Methode Nature su una delle sue cuvée prodotta ad hoc sans soufre anche se il resto della sua produzione si aggira su milioni di bottiglie ed è del tutto industriale. Si rischia di favorire ulteriormente il fenomeno del greenwashing”.

Christian Binner: Però per avere il logo, tutte le uve devono essere biologiche o biodinamiche, l’uso di nessun additivo è autorizzato, né alcun tipo di manipolazione. Quindi, questo esclude immediatamente i vini pseudo naturali provenienti da uve non biologiche, di vinificazioni industriali prodotti con additivi come lieviti, acido ascorbico, tannini che sono anti-ossidanti e tecniche enologiche come filtrazioni sterili, controllo della temperatura. Questo logo garantirà anche la distinzione con i futuri vini senza solfiti industriali che vedremo spuntare presto nei supermercati e che non necessariamente provengono da uva biologica e la cui assenza di solforosa nasconde manipolazioni ben più nocive. Da una parte, è un bene perché i consumatori bevono vini con meno solfiti, però, dall’altro, va detto che non sono vini naturali come li intendiamo e li difendiamo da sempre!
È dunque una cosa buona da promuovere in quanto darà visibilità e forza ai vini che sono veramente naturali. Poi, i produttori che fanno credere che i loro vini siano naturali quando non lo sono, dovranno fare delle scelte. Poco importa! Il mondo è bello perché è vario! Se i pionieri del bio si sono confrontati a gravi problemi di malattie, parassiti, erbe infestanti qualche anno fa, le cose sono decisamente cambiate e oggi è molto più facile rispetto al passato gestire una vigna in biologico grazie alla ricerca in questo settore. Sono convinto che il tempo farà il suo corso. E domani, i vignaioli che sfoggeranno questo logo saranno in grado di fare veri vini naturali che sono buoni e senza grossi difetti. Questo è il mio desiderio, la mia speranza per questa filiera che rappresenta il futuro della nostra viticultura mondiale
”.

Florian Beck-Hartweg: Speriamo che grazie ad essa i vignaioli appassionati troveranno sempre un terreno di espressione sufficientemente ampio per sentircisi liberi, ma che possa anche permettere di evitare gli inganni e garantire il rispetto del degustatore”.

Insomma, anche se tutti si sono dimostrati speranzosi e felici di questa nuova certificazione, ci sono posizioni in merito anche molto diverse tra loro: chi rifiuta le certificazioni, chi si preoccupa delle possibili criticità, chi invece ne trova tanti aspetti positivi. Ed è proprio dal confronto delle loro idee che nasce lo spunto per una riflessione. Ci chiediamo se ancora oggi è necessario cercare di provare a dare una definizione e dei limiti ai vini naturali, capaci di distinguerli definitivamente dagli altri. Vent’anni fa lo hanno fatto le Triple "A” con il nostro decalogo e altre associazioni di produttori italiane e francesi per mostrare al grande pubblico quali fossero le differenze che fanno la differenza e in questi anni, l’idea di “vino naturale” ha preso sempre più forma nella testa dei consumatori. Oggi raggiungere un riconoscimento istituzionale sarebbe sicuramente un passo molto importante, ma non è altrettanto semplice trovare un inquadramento giuridico che da un lato non lasci spiragli all’industria e dall’altro sappia raccogliere sotto al suo cappello tante realtà che condividono un unico grande ideale, ma spesso tanto diverse tra loro.