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Incondizionati momenti di felicità

Editoriale //

Incondizionati momenti di felicità

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Il racconto del mio personale cambio di approccio nei confronti del vino: dalla sete di conoscenza alla sete di spensierata convivialità.

Partiamo dal principio. Quando ho cominciato ad appassionarmi al vino vivevo in Piemonte. Le poche bottiglie che riuscivo ad acquistare le custodivo gelosamente in una piccola cantina dove mi ero costruito un portabottiglie di legno tanto rudimentale, quanto efficace. Tenevo perfino un dettagliato catalogo sul computer, costantemente aggiornato, delle bottiglie che entravano in cantina. Una volta varcata la soglia della porta, pochissime ne uscivano. Succedeva solo in occasioni speciali attentamente architettate: progettavo cene con pochi eletti e andavo alla ricerca dell’abbinamento perfetto. Erano serate in cui erano le bottiglie a far da protagonista, nelle quali pensavo che il vino avesse potuto trasmettermi chissà quale conoscenza per accrescere il mio bagaglio di expertise in materia. La mattina successiva mi pentivo regolarmente di averle aperte. E allora le bottiglie non facevo altro che tenerle lì, ferme, e mi nutrivo nel guardarle accompagnato da un sentimento di scompiglio ed eccitazione man mano che vedevo la collezione in costante e lenta crescita.

Sia chiaro, non che custodissi chissà che tesori. Nella mia cantina non c’erano casse di Romanée-Conti o di grandi blasoni, ma solo qualche Barolo e Barbaresco che avevo comprato nelle mie visite dai produttori della zona e i primi piccoli acquisti di vini naturali che le mie risicate finanze mi permettevano. Le accumulavo in attesa di chissà quale occasione o della presunta perfetta maturità.

Poi di colpo mi è successo qualcosa, quasi senza che neanche me ne accorgessi. Fu un cambio di prospettiva radicale e repentino che mi fece passare dalla morbosa gelosia nei confronti di quelle bottiglie a ritrovarmi, in poche settimane, la cantina semivuota, abitata solo dallo scaffale di legno.

Per la prima volta avevo inconsapevolmente sperimentato di fare del vino invece che del fine della serata, il mezzo per intessere relazioni sociali che si sono trasformate col tempo nelle mie più grandi amicizie. Man mano che andava consolidandosi la mia passione per il vino, più mi capitavano tra le mani bottiglie che ancora oggi considero mostri sacri della mia storia personale da bevitore e più avevo il cavatappi facile. Cominciai a farmi trascinare dall’onda dell’entusiasmo, spesso coadiuvato da un discreto tasso alcolico, e stappavo bottiglie inaspettatamente, senza preavviso, senza pretese e senza aspettative. La gelosia nei confronti della mia piccola collezione veniva man mano sostituita dalla bellezza di condividere il vino con chi mi stava attorno nei momenti di spensierata felicità. Quelli che una volta erano inutili sacrifici alla mia sete di conoscenza, diventavano ricordi indelebili di situazioni quotidiane. E allora al diavolo le grandi occasioni, la perfetta maturità, evviva le consacrazioni di piccoli momenti di convivialità sentita.

La prima volta che mi ricordo, accadde con l’Epidote. Custodivo quella bottiglia neanche fosse la numero uno di zio Paperone. Me l’aveva regalata il mio coinquilino, era il primo vino naturale che avevo bevuto nella mia vita. Ero ancora convinto che l’avrei aperta il giorno della mia laurea, forse del mio matrimonio o chissà quando. Invece la stappai alle due di pomeriggio di un torrido agosto milanese. La sera prima con Gigi e Margherita si era fatta una nottata di scorribande alcoliche infernali. La mattina successiva con Gigi pensai bene che il modo migliore di riprendersi fosse di fare colazione da Cantine Isola con un Cerasuolo di Valentini. Dopo meno di un’ora, sull’onda dell’entusiasmo alcolico, corsi in cantina a prendere la bottiglia di Epidote. Mi sforzai di non pensarci e affondai il cavatappi. Non ho mai più ritrovato quel vino, non ho altro che un ricordo confuso di quella bevuta, ma se avessi preso una qualsiasi altra bottiglia, non avrei il ricordo lucido e netto del momento in cui ho consacrato un’amicizia che dura ancora oggi.

Da lì in poi non mi fermai più. Venne presto il turno del mio investimento più riuscito in termini di valore economico di una bottiglia. Anni fa, in visita da Pepe, Emidio mi fece assaggiare il Montepulciano d’Abruzzo 2010 appena uscito, un vino che mi fece tremare il cuore. La acquistai quando costava 25 € in cantina, oggi su internet la si trova facilmente a più di 150 €. Quando sul balcone di Bianca con Riccardo e Vittorio un paio d’anni fa organizzamo la serata “vini del cuore”, non potevo che portare quella bottiglia. La bevemmo tra carote crude e hummus di ceci. Un tempo avrei pianto per quell’abbinamento. Quella sera l’unico abbinamento che mi interessava davvero era di berla con Bianca, Riccardo e Vittorio.

Quando Luigi Tecce mi regalò una bottiglia del suo introvabile Fiano, mi ripromisi non berla prima di quattro o cinque anni. Poche settimane dopo, uno dei classici aperitivi da “un bicchiere e scappo” si trasformò nell’aspettare che Antonio abbassasse le serrande del locale dove lavorava. Erano le due di notte, si voleva andare a ballare, ma trovammo la discoteca chiusa. Ripiegammo su una pasta alla bottarga notturna, con la stessa leggerezza di quel pomeriggio milanese, mandai all’aria i miei piani per quella bottiglia. Di cosa sapeva quel Fiano? Di una delle serate più divertenti della mia vita.

Se la ripensassi con gli occhi di una volta il peggior crimine fu il Trebbiano 2006 de Il Paradiso di Manfredi: un vino inesistente che non mi ricapiterà mai più tra le mani. Era il compleanno di Gigi, non volevo neanche andare. Già che mi avevano mezzo costretto, presi con me la bottiglia. Una delle bevute migliori di sempre, o meglio il contorno di una delle serate più belle di sempre, sdraiati sul tetto del palazzo di Alessandra e Margherita a Genova.

Ormai a tenere le bottiglie in cantina non ci provo neanche più. L’altra settimana, dopo cinque anni di militanza in Triple “A” e infinite preghiere mi è stato concesso di avere una bottiglia di Les Onglès di Bernaudeau, uno chenin mozzafiato, un capolavoro pressoché introvabile. “Almeno due anni per raggiungere una maturità per il quale abbia senso berla” mi son sentito dire. Due settimane dopo nel salotto di casa Pacina fu la prima di una lunga serie di bottiglie che accompagnarono la serata di spensierata convivialità.

Per non parlare della loro Cerretina, uno dei miei bianchi italiani preferiti. Quando me ne sono innamorato usciva la 2014. Decisi che avrei cominciato a costruirmi una piccola verticale. Fallii ripetutamente, ma continuai anno dopo anno con lo stesso proposito. Al momento ho in casa un 2019 che dubito sopravvivrà alla Pasqua.

Se non avessi mai stappato tutte quelle bottiglie oggi avrei una collezione invidiabile, ma mi mancherebbero i mei migliori momenti di pura e incondizionata felicità. L’expertise sono andato a cercarla nei corsi AIS, nelle degustazioni in fiera, nelle visite dai produttori, ma quando bevo per passione non mi serve a nulla. Non ho più una cantina, oggi mi nutro dei ricordi indelebili dei momenti e degli incontri che devo anche a quelle bottiglie e soprattutto a chi mi ha accompagnato quando le ho aperte.