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Il futuro dell'agricoltura

Editoriale //

Il futuro dell'agricoltura

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Dalla policoltura di sussistenza, alla monocoltura di massimizzazione fino alla policoltura di consapevolezza: dopo l’insuccesso della rivoluzione verde, il futuro dell’agricoltura risiede nella rivisitazione del passato. 

Quando si cominciò a voler applicare le logiche industriali all’agricoltura, le aziende agricole tradizionali andarono via via trasformandosi, fino al completo abbandono della loro dimensione originale basata sulla diversificazione e convivenza delle colture e delle produzioni. 

La rivoluzione verde che andava diffondendosi a macchia d’olio proponeva un approccio agricolo innovativo dal punto di vista tecnologico basato sulla produzione di nuove varietà di piante e sullo sviluppo di nuove tecniche agricole. Da una parte la progettazione di nuovi ibridi altamente produttivi attraverso le nuove tecniche di miglioramento genetico, dall’altro l’impiego di fertilizzanti chimici per la correzione delle caratteristiche dei suoli, di prodotti fitosanitari per il controllo degli infestanti e di insetti novici, di nuovi macchinari e tecniche per l’automatizzazione del lavoro.

La massimizzazione delle rese e del profitto unita alla semplificazione e standardizzazione del lavoro attrasse sempre più agricoltori, compresi quelli con proprietà di piccole dimensioni, portandoli sulla via della meccanizzazione, della specializzazione e della monocoltura. La rivoluzione verde però dimostrò ben presto di non poter mantenere le sue promesse, rivelandosi insostenibile sul lungo periodo sia a livello ambientale sia a livello di salvaguardia delle aziende stesse.

La diffusione di ibridi scelti per crescita, longevità, produttività e apparenza ha portata alla coltivazione di pochissime varietà di sementi con una conseguente perdita di biodiversità, specialmente delle varietà ad alto valore nutritivo. Le sementi geneticamente modificate sono state brevettate e vendute dalle multinazionali insieme a specifici erbicidi, fertilizzanti e macchine agricole, prodotte e messe in commercio dalle stesse aziende, sviluppando in questo modo un rapporto di dipendenza degli agricoltori nei confronti delle multinazionali. Inoltre il rapporto tra input richiesti e raccolto prodotto è andato sempre più crescendo, dimostrando ben presto una vera e propria dipendenza da prodotti di chimica di sintesi che, oltre a essere prodotti a partire da combustibili fossili, hanno gravemente compromesso la qualità e la fertilità dei suoli.

Anche dal punto di vista sociale, la rivoluzione verde finì per danneggiare le piccole realtà agricole e i contadini che non potendo competere con le rese delle sementi industriali finirono per perdere la loro terra a vantaggio di grandi aziende agricole che applicarono i principi della rivoluzione verde su larga scala.

Policoltura: Vigneto e Ulivo

Fortunatamente diversi produttori, proprio a cominciare da quelli di piccole dimensioni, grazie al loro costante e quotidiano rapporto con la terra intuirono i limiti del nuovo approccio agricolo e salvaguardarono sementi, metodi e principi tradizionali. Oggi che la discrasia di quella strategia di cambiamento è sotto gli occhi di tutti, sempre più agricoltori stanno cercando di arginare i danni di tale fenomeno. E ancora una volta la progettazione del futuro passa attraverso una rivalutazione degli aspetti fondamentali del passato, uno su tutti quello policolturale.

Se fino a un tempo la policoltura era praticata in ottica di pura sussistenza, oggi la diversificazione e convivenza delle colture non è una semplice riproposizione nostalgica, ma un cambiamento di prospettiva necessario, la visione dell’azienda agricola come un organismo indipendente e autosufficiente che in quanto tale deve essere capaci di auto alimentarsi, rendendo ogni sua parte funzionale e indispensabile all’altra.

Non è difficile immaginare come i vignaioli che hanno aderito al movimento naturale abbiano abbracciato questa rivalutazione dell’approccio agricolo di varietà e diversificazione delle colture, che sebbene possa rallentare i processi produttivi, salvaguarda la fertilità del terreno, uno dei più grandi patrimoni dell’umanità.

Ce ne hanno parlato in tanti, a cominciare da Mario Basco, nella quinta puntata di Resistenza Naturale, che insieme a Diana Iannaccone sta progettando il futuro de I Cacciagalli in modo che l’azienda agricola non sia vista come una fabbrica di prodotti alimentari, ma come un organismo vivente con un suo ciclo di vita all’interno del quale sia possibile introdursi.

Allo stesso modo ce lo ha confermato Andrea Marcesini nel nostro reportage la Felce e la coscienza agricola, quando spiega come non ami definirsi vignaiolo, ma contadino, ricordandoci come in annate difficili o completamente inaspettate come questa 2020, la monocoltura possa essere disastrosa per un’azienda, al contrario di un approccio policolturale, capace di diventare un’arma a proprio favore o quantomeno un’ancora di salvezza.

Tenuta Migliavacca, Francesco Brezza

Il massimo esempio forse però è quello che abbiamo visto da Tenuta Migliavacca (non perdetevi il prossimo reportage in uscita il 16 settembre). Qui Francesco Brezza è solo una piccola parte di un’azienda agricola a ciclo chiuso che vive di vita propria, dove oltre ai vigneti, l’allevamento di bovini approvvigiona l’azienda con il letame per il compost e la concimazione dei vigneti e dei campi a seminativo di orzo e grano, che a loro volta servono per nutrire gli animali.

Così la policoltura può rappresentare il futuro dell’agricoltura più consapevole, la risposta a un’esigenza sempre più attuale, la presa di coscienza dell’importanza di un approccio agricolo rispettoso del suolo e dell’ambiente, dell’azienda agricola e del lavoro dell’agricoltore.