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Viticoltura, cambiamento climatico e nuovi orizzonti

Differenze che fanno la differenza //

Viticoltura, cambiamento climatico e nuovi orizzonti

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Una riflessione, attraverso gli occhi dei vignaioli Triple “A”, sull’influenza del cambiamento climatico sulla viticoltura. Dagli effetti alle nuove pratiche agricole che provano a far fronte a un fenomeno tanto complesso quanto preoccupante.

Mentre le vigne riposano, in attesa di ricominciare un nuovo ciclo vegetativo, e i vini prodotti dalle loro uve cominciano a prendere forma, è il momento giusto per fare un passo indietro e fare una riflessione sull’annata passata. La prima domanda che sorge spontanea è se la 2023 verrà ricordata come un’annata particolarmente sfortunata o se sarà semplicemente indice di una nuova tendenza. Se i racconti di molti dei nostri produttori durante la vendemmia non fossero bastati a lanciare un triste allarme, ci hanno pensato titoli e dichiarazioni: l’Osservatorio Assoenologi qualche mese fa ha parlato di vendemmia “leggera”, con volumi in calo per oltre il 20% in meno rispetto all’annata precedente, e l’OIV – l’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino – ha addirittura individuato l’annata 2023 come una delle meno produttive degli ultimi sessant’anni a livello globale.

Assenza prolungata di piogge, “bombe” d’acqua, grandinate violente e improvvise hanno messo a dura prova i vignaioli di tutta Italia, ma ancora una volta, più che un caso isolato, sembra che questi fenomeni siano entrati a far parte della norma. Il principale imputato è il cambiamento climatico, spesso associato esclusivamente alle grandi ondate di caldo estivo, ma che in questo caso si dipinge di tanti altri fattori che concorrono alla complessità del fenomeno e hanno effetti spesso drammatici sulla viticoltura, come nel caso di Massimiliano Calabretta che ha dovuto rinunciare completamente alla vendemmia 2023.

Sarebbe estremamente naive credere che l’adozione di nuove pratiche agricole da parte dei nostri produttori possano arginare un fenomeno tanto vasto e apparentemente irrefrenabile, ma parte stessa dello spirito delle Triple “A”, come spiegato nel Manifesto, si basa sulla necessità di muovere un gesto agricolo positivo mosso non solo nei confronti del vino, ma specialmente del territorio. Per tanti anni gli Agricoltori, Artigiani, Artisti hanno portato avanti nei vigneti le pratiche agricole imparate dai loro predecessori, in un passa parola generazionale che aveva come fondamenta la cura e la custodia del territorio. E proprio con questa premessa ci siamo chiesti in che modo stia cambiando l’approccio agricolo dei vignaioli Triple “A”, visto che il clima sta irreparabilmente cambiando e le stagionalità hanno ben poco da spartire con quelle di cinquant’anni fa.

OPERAZIONI TAMPONE IN VIGNA 

All’interno del complesso panorama territoriale che compone l’Italia ognuno, a modo suo, ha cercato di temperare l’irruenza climatica che lo ha colpito. I produttori da sempre ricordano che in campo agricolo la cosa più importante è l’osservazione: del territorio, del proprio vigneto e delle trasformazioni che avvengono al loro interno; ed è per questo motivo che osservare con attenzione come hanno reagito le vigne e quali sono le difficoltà che si sono incontrate negli ultimi anni può portare a nuovi spunti per far fronte a certe problematiche. Solamente in questo modo si può giungere a una migliore comprensione dei fenomeni naturali che entrano in gioco intorno a noi e interpretare, grazie all’esperienza, un diverso tipo d’intervento a seconda delle circostanze.

emidio pepeTra questi interventi troviamo alcune delle operazioni utilizzate dai produttori per tamponare l’effetto del forte caldo e l’irruenza dei raggi solari. Una su tutte la gestione della chioma. Chi ha avuto la fortuna di poter contare sui vecchi impianti ha potuto notare le differenze nei risultati restituiti delle viti allevate a pergola o a tendone se paragonate ai classici filari a guyot, come ci ha raccontato Sofia Pepe. Se durante gli anni, in molte aree d’Italia, gli impianti a pergola e a tendone sono stati progressivamente abbandonati per la loro forte vigoria e l’impiego mirato alle alte rese, adesso, previa una corretta gestione della chioma, potrebbero rivelarsi utili per proteggere e preservare la qualità delle uve. Infatti, attraverso questi tipi di impianti si riesce a garantire una più efficiente protezione del grappolo dai raggi solari e da potenziali scottature. In più, secondo questo principio, anche evitare la consueta sfogliatura della vite nei pressi dei grappoli potrebbe rappresentare un’ulteriore arma di difesa.

Ma quando il sole cocente si unisce alla mancanza di precipitazioni, è il rischio siccità a spaventare ulteriormente. Se ricorrere all’irrigazione di soccorso sembra far parte di un futuro sempre più inevitabile, ci sono alcuni semplici accorgimenti che possono comunque aiutare. Per combattere gli eventi siccitosi è importante non concentrarsi solo sulla chioma ma anche guardare più in basso. Il piede può diventare un punto su cui ragionare con maggiore attenzione, scelta che ovviamente va fatta nel momento di un nuovo impianto. Come aveva già evidenziato Gianluigi Bera l’estate scorsa: “È importante non soffermarsi solo sull’esposizione e il posizionamento del vigneto, ma anche sui portainnesti. Quest’anno ho potuto osservare all’interno dei miei vigneti che alcune tra le piante che hanno reagito meglio all’emergenza idrica sono quelle innestate sul 41B, portainnesto attualmente in disuso, perché gli si sono sempre preferiti portainnesti più vigorosi che restituiscono rese maggiori e con una maggiore capacità di attecchimento in vivaio”.

ARCHITETTURA DEL PAESAGGIO CONTRO L'EROSIONE DEL SUOLO 

Il paesaggio rurale e la sua architettura, anche in correlazione all’agronomia, non sono solo vezzi estetici e bozzettistica ma elementi chiave per la comprensione di un territorio e della relazione di esso con l’uomo. Lo sa bene Heydi Bonanini, dell’Azienda Agricola Possa, che da anni lavora al ripristino e alla cura dei muretti a secco che sorreggono il fragile territorio delle Cinque Terre. La presenza dei muri di pietra infatti frena fisicamente la potenza dell’acqua nei grossi nubifragi ed evita frane e smottamenti, oltre che il dilavamento dei suoli.

Ma le bombe d’acqua, sempre più presenti in tutta Italia, se da una parte risultano problematiche per lo sviluppo di malattie fungine che compromettono l’annata, dall’altra presentano un danno invisibile molto più pericoloso nel lungo tempo: il dilavamento dello strato superficiale del terreno, ricco di nutrienti. Così Gabriele Buondonno ci racconta di come in Toscana, chi si ritrova ad impiantare un nuovo vigneto sta abbandonando l’orientamento più frequente nelle aree collinari del centro Italia, il ritocchino. Questa forma d’impianto, che vede l’orientamento dei filari secondo la massima pendenza della collina, deve la sua fama ai grandi vantaggi che regala nella meccanizzazione dei lavori in vigna con il trattore. E anche se è vero che spesso sono previste scoline diagonali che garantiscono il corretto deflusso delle acque, non protegge dal dilavamento dei suoli e dall’erosione superficiale.

Perché sia fondamentale la preservazione del suolo in viticoltura e in agronomia è facilmente intuibile, ma ce lo racconta con precisione Stefano Pescarmona, agronomo, docente universitario e vignaiolo a Podere Magia. “Il terreno ha uno strato di 20 centimetri di organismi sotto il cotico erboso. Tutto ciò che cade al suolo di organico, ossia composto da carbonio, attraversa un processo di organicazione. Quest’ultimo infatti è un processo metabolico lunghissimo in cui i microorganismi presenti nel terreno trasformano il carbonio in humus, che nutrirà le piante. Il carbonio diventa così metafora della vitalità ed è per questo che attraverso i preparati biodinamici, come il famoso preparato 500, si lavora per aumentare la componente microbiologica dei suoli.

LA POLICOLTURA, L'AGROFORESTAZIONE E LA SPERIMENTAZIONE BASATA SULL'OSSERVAZIONE 

Per tutelare i nostri vigneti ed ecosistemi ci viene incontro una materia scientifica che da molti anni studia tutto ciò, l’ecologia che, con lo studio delle relazioni tra organismi e il loro ambiente, sia nei fattori chimico-fisici che li circondano sia nei fattori biologici, offre importanti spunti di riflessione. Tra i principi ecologici spicca per rilevanza il tema della biodiversità, per la sua capacità di creare resilienza all’interno di un sistema. La policoltura, ossia una differenziazione delle colture all’interno di un’azienda, porta all’alternanza tra vite e altre coltivazioni come le leguminose, cereali, ortaggi, ma anche pascoli e boschi.

Pensiamo alle coltivazioni di ortaggi di Myrtha Zierock, sotto alle antiche pergole di Foradori o alla creazione di un’azienda a ciclo chiuso come Tenuta Migliavacca, dove la viticoltura presta il fianco a un complesso sistema agricolo che garantisce autosufficienza all’allevamento, prima vera attività aziendale.
Se un tempo la policoltura rappresentava una garanzia di sussistenza, oggi un’azienda policolturale è forte, non solo perché argina l’impoverimento biologico dovuto dalle monocolture, ma anche perché restituisce diversità alla realtà agricola e al territorio, generando una contaminazione positiva dall’intreccio di varie colture a livello di habitat, ecosistema e paesaggio.

Che Pacina e la famiglia Tiezzi-Borsa siano sempre stati dei pionieri nel campo dell’avanguardia dell’ecologia politica è innegabile. Partendo dalle prime riunioni di Lega Ambiente svolte tra le mura dell’azienda agricola al ruolo fondamentale del padre di Giovanna. Enzo Tiezzi infatti è stata una figura chiave nella creazione dell’ambientalismo italiano attraverso le numerose pubblicazioni scientifiche. Ma Pacina è stata anche tra le prime aziende ad utilizzare nel 1987 per le proprie etichette la ormai riconoscibile carta riciclata verde, come ci ha raccontato Giovanna all’interno della puntata dedicata su Resistenza Naturale. Così non ci siamo particolarmente stupiti quando Giovanna ci ha raccontato del loro nuovo progetto: la creazione della non-vigna.
La non-vigna è quello che, in termini meno romantici, potremmo definire a tutti gli effetti un progetto di agroforestazione che coinvolge le viti, ossia la costruzione di sistemi di coltivazione mista, all’interno dei quali la varietà agricola principale viene associata ad altre specie arboree o botaniche. Ma in questo caso non parliamo di vigne maritate o della coltivazione interfilare di ortaggi. “Nonostante soltanto 11 dei nostri 65 ettari sono vitati” racconta Giovanna “non abbiamo potuto smettere di pensare a ciò che significa la parola policoltura e come, ai nostri occhi, il vigneto rifletta un sistema di monocoltura. Così la nuova generazione di Pacina composta dai miei figli Maria e Carlo, insieme ai loro compagni Roberto e Elisabeth, si è data da fare in questo esperimento.”

Il campo prescelto per osservare e sperimentare un diverso approccio agricolo è stato selezionato nel vecchio uliveto, decimato dalla gelata del 1985, dove resistono ancora dei vecchi olivi. Qui tra gli alberi sono state piantate quattordici varietà di diversi vitigni autoctoni, una lista che vede tra i nuovi inquilini del campo: canaiolo bianco, ansonica, colombana, orpicchio, abrusco, fogliatonda, mammolo, aleatico, bersaglina, malvasia, sangiovese, massale, ciliegiolo e canaiolo. In questo ettaro e mezzo di campo anche il numero dei ceppi è stato diminuito, dei 5.000 potenziali ceppi si è scelto di mettere a dimora soltanto 1.000 viti. Lo spazio ricavato dal minore affollamento delle viti si è così liberato per numerosi alberi da frutto, una quarantina di varietà diverse, dando vita a tutti gli effetti ad una foresta di varietà botaniche. “L’obiettivo è infatti utilizzare il sistema della foresta per tutelarsi dal clima, così il nuovo criterio per questa non-vigna non è pensare al posizionamento, ma piuttosto osservare e monitorare la sua co-partecipazione con altre piante e osservare come interagisce a confronto con gli altri vigneti”.

SELEZIONE MASSALE E DIVERSITÀ GENETICA 

La biodiversità è da ricercare non solo nella differenziazione di colture ma anche all’interno delle viti che compongono il vigneto stesso. Il lavoro di selezione clonale svolto negli anni ha esacerbato la riproduzione esclusiva di piante con caratteristiche improntate sulle esigenze del tempo come la produttività e la concentrazione zuccherina, per ottenere adeguati livelli alcolici.

Nulla di male, se fosse stata accompagnata dalla custodia di una “banca dati genetica” intravarietale, da cui si potrebbe attingere alla ricerca di caratteristiche oggi maggiormente preziose, come la resistenza a certe malattie, alla siccità oppure alla minor produzione di zuccheri nelle zone più calde. Risulta di vitale importanza, a questo punto, riprendere in uso la selezione massale dei vigneti per salvaguardare la varietà del patrimonio genetico ancora nelle nostre mani in ottica odierna e futura. Torna quindi fondamentale la ricerca di luoghi di biodiversità genetica, ed è qui che entrano in gioco le vecchie vigne, dove il più delle volte si trova una maggior differenziazione di soggetti. È secondo questo principio che Denis Montanar osserva e monitora le piante dei vecchi vigneti abbandonati durante l’anno e. dopo aver mappato le piante secondo lui più interessanti. le riproduce in modo da portare nuovo materiale genetico in azienda.

Il mondo intorno a noi sta lentamente cambiando, esacerbando situazioni climatiche avverse e inusuali e dando vita a eventi difficili da contrastare, improvvisi e a volte perfino distruttivi. In questo articolo sono stati citati solo alcuni dei tanti aspetti che stanno cambiando in campo agricolo come conseguenza di un fenomeno come il cambiamento climatico, la cui comprensione ancora va delineandosi anno dopo anno. E queste sono alcune delle operazioni che i nostri vignaioli svolgono in campo per cercare di tutelare in piccolo il loro lavoro e i loro vigneti, e più in grande il loro territorio e il suo futuro. Ancora una volta tutto parte dall’osservazione, uno strumento apparentemente “dispendioso” in termini di tempo, ma che oggi solo i contadini che sono veri agricoltori e artigiani possono permettersi. Così forse scopriremo che alcune “armi” di difesa sono potenzialmente sempre state nelle nostre mani: custodia e conservazione, buonsenso agricolo e sperimentazione, e perfino qualche trucco imparato dall’esperienza delle generazioni passate. La vera capacità sta nell’interpretazione di essi in funzione della quotidianità odierna, per un futuro – questa volta è il caso di dirlo – più sereno.