
Ci sono terre che raccontano una storia sola, e la ripetono con orgoglio annata dopo annata. E poi c'è l'Alsazia. Centosettanta chilometri di lunghezza, pochissimi di larghezza: eppure basta scendere di poche centinaia di metri lungo un pendio perché il granito lasci il posto al calcare, l'argilla ai marnosi, i gessi agli scisti, i vulcani di un tempo remoto alla sabbia del fiume. Tredici tipologie di suolo diverse si affollano su un fazzoletto di terra che altrove, per estensione, basterebbe a definire un'unica denominazione. Qui, invece, ne definisce cinquantuno: sono i Grand Cru, ciascuno la voce di un terreno diverso, ciascuno una piccola patria di sé.
Incastrata tra i monti Vosgi e il corso del Reno, protetta a ovest da una barriera che le sottrae la pioggia e le regala uno dei climi più secchi e assolati di tutta la Francia, l'Alsazia vive in una condizione rara, quella dell'eccezione geografica che ridisegna il mondo.
Quanti colori può contenere un solo lembo di terra? È una domanda che sembra fatta apposta per un poeta, e invece se la pone, con tutta serietà, il geologo in procinto di partire per una nuova spedizione. Ogni volta che il martello rompe una roccia e ne rivela la natura, il geologo sceglie infatti una matita di colore diverso e la annota sulla carta topografica: è così che un territorio prende forma, sfumatura dopo sfumatura. Il granito ha la sua tinta, il calcare la sua, lo scisto un'altra ancora. È un modo di leggere il paesaggio prima ancora di attraversarlo. In Alsazia, quelle matite si consumerebbero in fretta: i colori si accavallano, si rincorrono, si stringono l'uno accanto all'altro in uno spazio così ridotto che il taccuino del geologo finirebbe per assomigliare più a una tavolozza che a un catalogo. A riprova che qui la geografia non si accontenta di tracciare confini, ha sempre preferito il mestiere più difficile, quello di riempirli.

Non stupisce che una terra così mutevole nel sottosuolo lo sia stata anche nella storia. Furono i Romani, come quasi ovunque in Europa, a introdurre la vite lungo il corso del Reno, ma da allora l'Alsazia non ha mai conosciuto una vera stagione di quiete: contesa per secoli tra Francia e mondo germanico, attraversata dalla guerra dei Trent'anni, piegata dalla fillossera, occupata due volte dalla Germania nel giro di un secolo, la regione è tornata definitivamente francese solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, ottenendo la propria AOC nel 1962. Una storia di confine, letteralmente: e chi vive di confine impara presto a parlare più lingue. Non a caso l'Alsazia porta ancora oggi, cucito addosso, il nome tedesco di Elsass, e nei suoi vini convivono l'eleganza francese e la precisione germanica, la stessa che si ritrova nei vitigni condivisi con il vicino Reno: Riesling, Gewürztraminer, Pinot Grigio, qui chiamato ancora, con un vezzo antico, Tokay d'Alsace.

Proprio da questa doppia identità nasce una delle anomalie più affascinanti dell'intera Francia enologica. Se la Borgogna ha fatto della parcella il proprio alfabeto e Bordeaux ha costruito la propria fortuna sul nome dello Château, l'Alsazia ha scelto una terza via, tutta sua: è l'unica regione francese in cui il vitigno compare in etichetta al posto della denominazione geografica. Altrove si dice il luogo, qui diciamo l'uva. Una scelta che sembra quasi un atto di ribellione rispetto al resto del paese, ma che in realtà racconta con onestà la natura stessa del territorio: dove il suolo cambia così in fretta, forse è il vitigno a offrire il punto fermo, la lingua comune capace di attraversare tredici geologie diverse restando riconoscibile.
Una lingua comune, quella del vitigno, che tuttavia muta continuamente: se per gran parte del Novecento l'Alsazia ha costruito la propria identità proprio attorno alla purezza varietale, oggi la strada dei vignaioli sta prendendo una nuova, sorprendente piega. In principio fu il monovarietale. Ossia, l'eredità dello stile "tedesco", che con il tempo ha tuttavia quasi cancellato una pratica antica quanto la viticoltura locale: la coplantazione, cioè la coltivazione di più vitigni fianco a fianco nella stessa parcella, vendemmiati e vinificati insieme. Oggi, complice anche un clima sempre meno prevedibile e annate sempre più irregolari, sta accadendo l'esatto contrario: molti vigneron, soprattutto delle nuove generazioni, stanno tornando a mescolare le uve in vigna prima ancora che in cantina, cercando nell'assemblaggio quella complessità e quella capacità di adattamento che il monovitigno, da solo, fatica a garantire. Non è un ritorno nostalgico, ma una risposta pratica: mettere insieme vitigni aromatici e vitigni più acidi, in una stessa parcella, significa costruire un vino capace di reggere meglio gli sbalzi di un'annata instabile. La stessa logica guida oggi molte delle coplantazioni recuperate: gewürztraminer, riesling o sylvaner piantati fianco a fianco con pinot bianco e auxerrois, uve agli antipodi vendemmiate e vinificate insieme per costruire già in vigna quella complessità che un tempo si cercava solo in cantina.

Se il taccuino del geologo, in Alsazia, si è fatto tavolozza, forse vale la pena chiedersi anche da che legno sia composto il telaio che la regge. Una sola certezza: una tavolozza che si rispetti non va mai gettata dopo un solo quadro, e in Alsazia il legno che custodisce il vino sembra rispondere alla stessa logica. La botte si consuma, si stratifica, accumula colore su colore, uva su uva, generazione dopo generazione. E proprio in quella patina di anni conserva la memoria di ogni vino che l’ha preceduta e segnata per sempre. Nelle cantine storiche alsaziane riposano ancora oggi enormi botti di legno decorate, alcune risalenti al Settecento e all'Ottocento, tra le più antiche al mondo; sono cimeli tramandati di padre in figlio, vera e propria eredità di famiglia.
È forse questa la lingua franca che attraversa l'intera regione: la capacità di far convivere l'estrema variabilità del presente, quella dei tredici suoli e dei cinquantuno Grand Cru, con una cura quasi monastica nei confronti del tempo che passa. Da una parte la vertigine della diversità, dall'altra la fedeltà al legno antico. Due movimenti opposti che in Alsazia non si contraddicono: si tengono per mano.
Dipingere l'Alsazia significa dunque tracciare le linee di un paradosso riuscito: una terra strettissima che contiene un intero mondo, una regione di confine che ha trasformato la frammentazione del proprio passato in un’immensa varietà di sfumature. Ci sono terre che raccontano una storia sola, e la ripetono con orgoglio annata dopo annata. E poi c’è l’Alsazia, che riempie un taccuino a ogni vendemmia.