
Per un lungo periodo la strada dei produttori Triple “A”, e quella dei vignaioli con pratiche e filosofie comuni in vigna e in campo, era ben separata da quella intrapresa dalle commissioni delle indicazioni geografiche e denominazioni di origine.
Anche chi non frequenta assiduamente il mondo del vino italiano si sarà imbattuto nella lettura della tipica fascetta che avvolge il collo di molte bottiglie. Si tratta di un sistema di classificazione piramidale, alla cui base troviamo i vini generici, seguito da indicazioni geografiche tipiche o IGT, e poi dalle Denominazioni di Origine Controllata e Controllata e Garantita (le uniche due che si fregiano della fascetta), ossia DOC e DOCG.
Le denominazioni geografiche nascono nel 1962 con un nobile intento: quello di difendere la tipicità dei prodotti, tutelando i consumatori e garantendo per legge materie prime, luogo e metodologia di produzione secondo dei precisi disciplinari.
Viene da chiedersi a questo punto come mai, se le indicazioni geografiche protette difendono la qualità dei vini e i vignaioli Triple "A" lavorano da sempre per ottenere vini sinceri che rappresentino fedelmente ogni terroir, perché queste strade andavano avanti senza incontrarsi?
Per rispondere bisogna cominciare da una seconda domanda: come si ottengono denominazioni e indicazioni geografiche? Un vignaiolo per ottenere la denominazione di origine deve passare attraverso due step: il primo è l’invio di un campione del vino in laboratorio dove vengono misurati alcol, volatile, zuccheri ed estratto e tenore dell’anidride solforosa. Se le analisi chimiche dimostrano che il vino rientra nelle norme di legge e del disciplinare il vino, può passare al secondo step ed essere esaminato dalla commissione di degustazione.
La commissione di degustazione, composta da cinque membri tra tecnici degustatori ed esperti degustatori, analizza i campioni sapendo soltanto la denominazione, la tipologia e l’annata e verificando il campione secondo vista, olfatto e gusto se il vino è idoneo, rivedibile o non idoneo.
Se almeno tre degustatori non lo credono idoneo il vino non passa, al secondo rifiuto della commissione il vino viene declassato alla categoria inferiore.
La legge però permette, nel caso in cui il vino sia valutato “rivedibile”, che la cantina possa prevedere di fare “modifiche o aggiustamenti” per andare incontro all’idoneità “secondo disciplinare”. Un vignaiolo, quindi, ha davanti a sé diverse strade. Dal taglio con altre masse alla correzione di qualche parametro attraverso pratiche enologiche più o meno invasive oppure, come spesso hanno fatto i produttori Triple”A”, incrociare le dita e ripresentare il vino una seconda volta, senza modifica alcuna.
È il caso del Cielo D’Ulisse 2014 di Podere Le Ripi che a cui sono stati contestati colore e struttura del vino, nonostante l’annata particolarmente piovosa, obbligando la cantina a declassare la bottiglia da Brunello di Montalcino a Toscana Rosso Igt. Lo stesso è avvenuto nel 2011 con la trentesima annata di Brunello di Florio Guerrini, costretto poi a uscire sempre come Trentennale Toscana Rosso Igt. E queste sono solo due delle tante storie simili di vini che popolano le pagine del catalogo Triple “A”.
Se a ciò si aggiunge che spesso e volentieri i disciplinari sono di “manica larga” per quanto riguarda ad esempio le rese per ettaro, non deve stupire che molti produttori abbiano cominciato a non sentirsi più rappresentati dal sistema delle denominazioni di origine, finendo per rifiutarle del tutto. Una storia che avevamo già raccontato parlandovi di vini declassati e fuori dal coro.
Eppure, dopo tanti anni, alcuni vignaioli hanno cambiato strategia, lasciando da parte l’espressione del dissenso e provando a cambiare le cose del basso. Forse i tempi sono finalmente maturi perché le strade intraprese dai produttori più virtuosi e dalle denominazioni corrano parallele, condividendo un obbiettivo comune: la promozione e la salvaguardia del territorio.

Sono passati quindici anni da quando Zidarich, Skerk e Kocijancic videro i propri vini esclusi dalla DOC Carso per la poca limpidezza dei loro vini macerati. Oggi, dall’altro lato dell’Isonzo, qualcosa è finalmente cambiato. Sasa Radikon, insieme agli altri produttori della zona, ha deciso di prendere in mano la situazione e riavere quella voce che per molti anni gli era stata negata: lo scorso dicembre è stato approvato che i vini macerati verranno inseriti, con una modifica all’interno del disciplinare, come parte del disciplinare della Doc.
“Dalla fine degli anni ’90 la Doc Collio ha iniziato a scartare i vini macerati giustificando che il colore non era tipico e non si sentivano gli stessi sentori su un bianco.” Inizia così Sasa a raccontarci il lungo percorso che è stato intrapreso “La macerazione in queste zone è molto antica ma dagli anni ’60 venne progressivamente persa e i vini, anno dopo anno, iniziarono ad impallidire. La nostra scelta fu quella di uscire dalla DOC declassando i vini a IGT, data l’assenza della commissione di degustazione per questa tipologia di vino. È stata comunque una scelta sofferta, mio padre Stanko spesso si lamentava del fatto che nonostante non avesse nemmeno un metro d’uva in pianura non poteva scrivere Collio sui suoi vini. E allo stesso tempo molti, che non avevano nemmeno i vigneti in collina, venivano considerati adatti per rappresentare il territorio uscendo con la Doc, questa cosa non gli è mai andata giù.”
La miccia del cambiamento è iniziata sei anni fa, in giro tra i produttori della zona si inizia a vociferare la creazione di una nuova DOC per la Ribolla Gialla. Un ulteriore paletto, un ulteriore limitazione e il rischio di perdere la possibilità di utilizzare il nome del vitigno sul vino. Non è nemmeno la prima volta: è successo al Pinot Grigio dopo la creazione della DOC Delle Tre Venezie. È nato così il Sivi, non potendo più essere chiamato Pinot Grigio IGT.
Parlando con diversi colleghi Sasa si confronta e capiscono che è il momento di agire.
“Non eravamo disposti a perdere il nome Ribolla, bisognava muovere qualcosa dall’interno della DOC per fare accettare questi vini come è giusto che sia. Ma non entrando nella DOC dalla porta sul retro ma lavorando perché venissero normati e approvati da chi da decenni li fa. Sei anni fa quindi sono entrato all’interno del Direttivo Consorzio Collio e dopo tre anni siamo riusciti ad andare ad un voto preventivo che è stato approvato a dicembre. I vini macerati entreranno, normati, all’interno del disciplinare della DOC Collio.”
Nel disciplinare del Collio così, per la prima volta, i vini macerati ottengono il loro spazio. “I macerati verranno valutati all’interno di una palette di colori consoni alla tecnica di vinificazione, inoltre abbiamo aumentato l’acidità volatile al pari di un vino rosso – essendo una questione intrinseca ad una macerazione di questo tipo -; fissato un minimo di sette giorni di macerazione fermentativa sulle bucce, escludendo la possibilità di fare crio-macerazione. È stato un passo importante, il Collio è stata la rinascita dei vini macerati grazie a nostro papà e a Josko Gravner in particolare. Siamo stati i primi a farli ed era giusto essere i primi a normarli.”
Così il mondo delle indicazioni geografiche protette si allarga, volente o nolente, per dare spazio a tutti quei vignaioli che per decenni hanno rappresentato il territorio. Perché se vogliamo creare una normativa che aiuti e tuteli i vini di un luogo bisogna che tutti coloro che hanno a cuore quel territorio abbiano voce. E questo alcune volte significa tirare su la testa, rimboccarsi le maniche e cambiare le cose che non ci piacciono.
