Il contadino come custode del territorio: il caso di Pacina

Differenze che fanno la differenza //

Il contadino come custode del territorio: il caso di Pacina

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Il racconto di come gli ideali, le ispirazioni e il profondo senso di appartenenza a un luogo si riflettono sul lavoro agricolo quotidiano di Giovanna Tiezzi e Stefano Borsa, custodi della fattoria di Pacina.

Sono arrivato a Pacina per la prima volta quattro anni fa. Pacina è un convento del 900 prima del 1000, una lunga storia alle spalle, intorno vigneti, oliveti, campi e boschi ed ancora più in là le Crete Senesi. E mi sono subito innamorato di questo borgo alla fine della strada, di quel casale così semplice ed elegante allo stesso tempo, di quelle vigne e quei campi che sono stati curati ben prima di mettere mano all’intonaco della facciata. Si percepiva l’amore per la terra, per il lavoro dei campi e per un progetto ambizioso, che metteva le esigenze della terra prima di quelle degli uomini.

La storia di Pacina è una storia di famiglia. Proprio dagli appunti della famiglia, oltre che dalle numerose, affettuose, frequentazioni di questo luogo magico, ho tratto queste righe asciutte ma spero precise, come lo sono i toscani, diretti al punto.

La proprietà è stata acquistata dal trisnonno di Giovanna circa un secolo fa. Per anni è stata la casa di campagna della famiglia che viveva a Siena, a circa a 20 km ad Ovest di Pacina. Dal 1972 è diventata la casa di famiglia, da quando cioè Enzo, il babbo di Giovanna, decise di trasferirsi per vivere in questo borgo, per diventarne davvero i custodi.

I genitori di Giovanna lavoravano per l’università e sono stati dei pionieri del movimento ecologista in Italia. Enzo era un professore di chimica fisica ed ha scritto alcuni libri che ancora oggi sono ritenuti la base per lo studio della sostenibilità. Questa sensibilità ecologica ha ispirato da subito il loro modo di condurre l’azienda. Questo si è definitivamente concretizzato nel 1987 con l’idea di imbottigliare un vino rendendo minimi gli interventi di cantina rispettando così sia l’ecosistema che l’anima del luogo, che oggi chiameremmo “terroir”.

Un piccolo luogo intenso che ha rispettato per caso, per necessità, per vicende storiche, la ricchezza della tradizione, ricavandone ulteriori informazioni, opportunità, prospettive.

Il toponimo etrusco Pacina probabilmente deriva da Pacha o Pachna, l’equivalente di Bacco: qualcosa a che fare col vino, col rito, con la festa, con la fertilità, questo luogo doveva già averlo nell’antichità.

Giovanna, l’erede di questa bella storia, e Stefano, un cittadino che ha cercato e trovato negli studi di agronomia e nella pratica delle aziende vitivinicole una sua nuova storia, si sono uniti in matrimonio e hanno sublimato il loro incontro con l’affetto per l’appartenenza a un luogo così ricco, con la curiosità e la sorpresa di scoprire che esiste un modo di essere vignaioli al di fuori dagli schemi della globalizzazione, forti delle esperienze tramandate nel tempo e confermate dalle conoscenze moderne.

Un luogo in cui le differenze in qualche modo sono state rispettate e mantenute, differenze dell’habitat variato, sia nella presenza del bosco e di vari tipi di coltivazioni, sia nell’alternarsi del lavoro e del riposo della terra, così che gli ecosistemi vegetali ed animali hanno potuto mantenere la loro ricchezza e le loro interrelazioni.

Pacina si capisce dall’inizio di non trovarsi a che fare con una monocoltura. Vite e olivo, cereali e foraggere, ceci, lenticchie e farro, orti e frutteti, boschi, sono le colture praticate che rendono questo luogo forte e generoso di energie, non denaturato dall’omogeneità fragile indotta dalle monocolture. Fu già il nonno a rifuggire le denominazioni e a voler mantenere questo pezzo di terra il più simile possibile a ciò che doveva essere in un passato rinascimentale: autosufficiente. Il concetto di complessità è un vecchio presupposto agronomico contadino che aspettava solo di essere raccolto dalla scienza moderna. L’agricoltura oggi invece, per questioni di fretta, in un tempo semplificato e lineare sempre più coincidente con un concetto di tempo esclusivamente economico, ha portato a punto selezioni clonali così da uniformare la produzione al fine di controllarla meglio.

Una pianta che partorisce piante tutte uguali a sé stessa sembra più facilmente gestibile ma alla lunga il tempo-denaro confligge con il tempo naturale, troppo facilmente escluso, e ci si deve rendere conto che l’uniformità in realtà diminuisce la ricchezza, la creatività, la fecondità del luogo e delle persone addette e che una serie di piante uguali è senza dubbio più indifesa di una serie di piante disuguali, che, per la loro stessa differenziazione, risultano meglio attrezzate ad affrontare le calamità naturali. A Pacina si pratica la lentezza, la passione è prima del profitto e le bottiglie stesse danno il meglio di sé dopo anni di riposo. Ma sono forse i legumi i veri protagonisti di un borgo agricolo dove il vino sembra un regalo prima ancora di un fine.

Le barbatelle dei nuovi impianti sono state scelte con la selezione massale. Giovanna e Stefano hanno ottenuto i germogli dei nuovi vigneti a partire dalle vigne già presenti, hanno scelto appezzamenti di terreno con variabili differenti, soprattutto nell’esposizione, e le colture sono condotte secondo i metodi dell’agricoltura biologica intervenendo agronomicamente sulle piante in modo da permetterne il massimo equilibrio.

La storia geologica di Pacina parla di zone sommerse e abbondonate dal mare, in cui depositi sedimentari si alternano a frazioni di suolo più o meno sabbiose, con presenza di ciottoli, generati dall’azione erosiva delle onde in prossimità delle scogliere del Chianti. Questi depositi poggiano su uno strato di argille, formatesi quando le acque erano più profonde, che prevalgono definitivamente più a Sud, nella zona delle Crete Senesi. Pacina si trova nell’area geografica del Chianti in prossimità delle pendici dei monti e rientra tra quelle aree in cui la tradizione vitivinicola appoggia le sue radici nel passato più lontano, un suolo facile da lavorare, fertile ma non troppo, dove le radici hanno la possibilità di esplorare il terreno in profondità fino a raggiungere gli strati impermeabili di argilla per cercare l’acqua.

A Pacina si lavora la terra ispirandosi al concetto che un ambiente sano e naturalmente equilibrato è alla base del lavoro in campo. Giovanna e Stefano riconoscono alla vite lo status di organismo vivente, il cui scopo naturale è quello di riprodursi formando nuovi frutti, e mirano ogni intervento con lo scopo di inserire la coltivazione della vite da frutto in un contesto naturalmente adatto a manifestare al meglio le caratteristiche naturali della pianta in termini di capacità di crescere e sviluppare le resistenze alle avversità atmosferiche e patogene, per ottenere un vino di qualità. Questo approccio può essere inteso come la vera sfida del viticoltore biologico e dell’agricoltura sostenibile: trovare un nuovo equilibrio tra la naturale inclinazione della pianta e le proprie esigenze di vignaiolo. Su questa base, nel corso dei secoli, si è formata la conoscenza agronomica e su queste premesse si svolge il lavoro quotidiano a Pacina. La pressione chimico-industriale esercitata dall’imprenditore agricolo moderno, che ha orientato le proprie scelte verso la quantità, l’assenza di diversità tra i frutti e la risposta immediata alle mode del mercato, ha messo in crisi l’ecosistema agrario, allontanando il contadino dalla funzione di “custode del territorio”, che si era guadagnato nel corso dei secoli, quella che i Tiezzi-Borsa sentono invece come missione e che stanno negli anni iniziando a trasferire ai propri figli e alle loro future famiglie.

A Pacina l’ambiente agrario, quindi il suolo, hanno mantenuto un prezioso stato di equilibrio e fertilità naturale. È evidente che conoscere la storia dell’azienda e sapere se, cosa e come si coltivava nel passato ha contribuito a riconoscere la vocazione agricola del luogo e a tramandare alcuni piccoli segreti per conservarla, derivati dall’attenta osservazione delle piante e dei segnali che loro stesse manifestano: l’andamento delle fasi di crescita della vite, la comparsa di segnali di carenze, l’osservazione del vigneto nel suo insieme che evidenzia la disomogeneità dovuta a differenze del suolo, l’analisi della produzione nelle sue componenti qualitative e quantitative. Un’agricoltura moderna, in equilibrio con l’ambiente, poggiata sulle esperienze, rispettosa della saggezza dei vecchi agricoltori e rafforzata dalle moderne conoscenze scientifiche è l’approccio che viene scelto a Pacina per far crescere in armonia uva, cereali, legumi, olio, ortaggi, tartufi, bosco e animali da cortile. La medesima armonia, lenta e consapevole, è quella che ho percepito, ad ogni mia visita, nei custodi di questo luogo agricolo antico.

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