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Possa: la rinascita della viticoltura delle Cinque Terre con Samuele Heydi Bonanini

Diari di viaggio //

Possa: la rinascita della viticoltura delle Cinque Terre con Samuele Heydi Bonanini

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Federico Francesco Ferrero è andato a trovare Samuele Heydi Bonanini dell'Azienda Agricola Possa e, durante una pausa dalla potatura, si è fatto raccontare la storia del vignaiolo che ha riscritto la storia del vino nelle terrazze abbandonate delle Cinque Terre.

Arrivare alla vigna di Possa non è un gesto scontato: è un viaggio che attraversa la geografia ripida delle Cinque Terre, un paesaggio modellato più dalla fatica dell’uomo che dal tempo. Qui, a Riomaggiore, la montagna si tuffa nel mare in un susseguirsi di terrazze strette, trattenute da muretti a secco che sembrano sfidare la gravità. Salendo lungo sentieri scoscesi, tra vigneti aggrappati alla roccia, si percepisce subito la misura del lavoro necessario per strappare uva a questa terra: ogni vite è una conquista, ogni filare una testimonianza di resistenza.

Il Parco Nazionale delle Cinque Terre custodisce questo fragile equilibrio tra natura e coltivazione, proteggendo un ecosistema che l’abbandono rischiava di cancellare. Per Samuele Heydi Bonanini, recuperare le vigne non è stato solo un atto agricolo ma una forma di resistenza culturale. Nato e cresciuto qui, in una famiglia profondamente radicata in questo paesaggio, ha visto negli anni il declino della viticoltura tradizionale e la scomparsa delle vecchie varietà locali. Il suo lavoro è stato un ritorno alle origini, un paziente processo di riscoperta e ricostruzione, fatto di muri ricostruiti pietra su pietra e viti piantate dove il bosco aveva preso il sopravvento.

L’agricoltura di Possa è intransigente nella sua autenticità. Non c’è spazio per compromessi ma non rifiuta la modernità, a patto che non riguardi interventi che alterino l’equilibrio naturale della vigna. La chimica è bandita, il lavoro è manuale, la biodiversità è lasciata libera di esprimersi. Il vigneto non è una monocoltura, ma un mosaico di piante, insetti, vento e sole, in cui il ritmo delle stagioni detta tempi che non possono essere forzati. Il mare, lì sotto, riflette la luce sulle foglie, il sale impregna l’aria, il caldo asciuga l’umidità notturna. Ogni elemento qui influisce sul vino ancora prima che l’uva venga raccolta.

Lasciata l’auto in una curva a picco sul mare, appena prima della svolta che conduce a Riomaggiore, in una stagione di inusuale assenza di turisti, apro il cancelletto di ferro nascosto dal guardrail lasciandomi alle spalle l’asfalto e il rumore. Scendo tre scalini e mi ritrovo in un altro mondo, una montagna di terrazze fiorite che degrada fino al mare turchese molto più in basso.

Incontro Heydi in una pausa della potatura della vigna. Mi racconta com’è nata questa proprietà, da un paziente lavoro di acquisto, pulitura e restaura dei minuscoli appezzamenti che costituiscono il patchwork dell’azienda Posa. Ha acquisito in 74 proprietà nel corso di trent’anni di lavoro. Ogni fazzoletto è stato ripulito dalla vegetazione della macchia mediterranea, che ingorda si mangia vigne e alberi da frutto. Quindi, manualmente, ha spaccato massi, consolidato terrazze, ricostruito muretti, sasso per sasso. Dove si trovano ancora lentisco, corbezzolo e mirto, fitti, significa che non si è potuti risalire ai proprietari dei fondi e non li si è potuti acquistare. Perché qui non coltiva più nessuno e molti sono andati lontano, per non tornare mai più.

Troppa fatica in questi pendii così scoscesi, tanto che si utilizza un trenino su una monorotaia per raggiungere il mare, e troppa poca resa per cavarci fuori una rendita. Ma Heydi ha la testa dura e, pezzetto dopo pezzetto, sfruttando il suo senso, innato, per il muretto ha cucito queste vigne fino a farle diventare un giardino fertile, produttivo, unico. Qualcuno parla di eroismo. Gli eroi sono quelli che cadono in battaglia e a cui vengono assegnate le medaglie post-mortem. Qui invece tutto parla di vita, di presente, di futuro di un’impresa che salva non solo una tradizione ma un intero territorio. E infatti recentemente ha iniziato a gestire anche un ettaro a Manarola dove, in seguito alla recente alluvione che ha devastato questa parte della Liguria, i proprietari hanno saggiamente deciso di conferire tutti gli appezzamenti in una Fondazione. Un bando europeo ha gestito l’assegnazione di queste terre, che diversamente sarebbero rimaste incolte, perché coltivare queste colline significa difenderle da ulteriori eventi alluvionali, significa custodire il territorio. E Heydi è davvero un custode di questa terra a scalini.

Le fasce, come si chiamano qui in Liguria, sono state da lui trasformate, con l’aiuto della madre, appassionata di fiori e prima sua alleata che l’ha aiutato in passato a realizzare le prime legature in vigna, in un giardino, modificando un paesaggio in abbandono in un luogo di esplosione di bellezza e di colori. I limoni e altri agrumi, di quasi tutte le varietà del Mediterraneo, e non solo, punteggiano i vigneti, alberi di Natale pagani, gialli e arancioni. Le camelie sono già fiorite in pieno inverno, così come il rosmarino che attira le api. Proprio per permettere alle preziose impollinatrici di dissetarsi, insieme al figlio Jacopo, hanno creato dei piccoli stagni pensili, che raccolgono l’acqua piovana, utilizzando vetrini, conchiglie, altri oggetti di raccolta, in una specie di installazione di art brut. Mi riprometto di tornare in primavera per godermi lo spettacolo della fioritura.

La storia di Heydi in seguito a dieci anni in cui ha svolto vari lavori e ha iniziato, per passione, a ricostruire muretti a secco attorno a una sua piccola proprietà affacciata sul golfo. Quella dove ci troviamo. Un giorno un signore entra nella proprietà e scende fino a sorprenderlo mentre sta ricostruendo uno di quei muretti, stando sospeso a sbalzo nel vuoto tramite un’imbracatura. Prima lo apostrofa come matto, poi capisce che è obbligato a consolidare, se no, col tempo, l’erosione sarebbe arrivata fino alla sua casetta. I discorsi diventano più fitti e, negli anni, si trasformeranno in amicizia e sprone. Quell’uomo è il famoso produttore di barolo Elio Altare. Sarà lui a spingerlo a iniziare a produrre vino in proprio invece di vendere l’uva, come si era sempre fatto, per lo più, in queste terre. Nel 2004 era una scommessa: era possibile vivere facendo vino? Ma Heydi accetta la sfida. E inizia il lavoro di acquisizione e recupero dei terreni.

C’era un mondo qui, di cui si vedono ancora le vestigia. La strada delle auto per Spezia é arrivata nel 1965 e per queste fasce passava un intricato sistema di mulattiere e sentieri con la dignità di strade, che servivano per l’interscambio con i paesi dell'entroterra. Salivano olio, acciughe salate e vino e scendevano farina di castagne e formaggio. Una piccola economia per una comunità fino al dopoguerra non così esigua ma dallo stile di vita molto modesto.

“Nel 2013 il mio vino aveva presto i 3 bicchieri. Veniva la gente in cantina ma non riuscivo a seguirli dovendo fare ancora un altro lavoro. Nel 2016 è stato l’incontro con Luca Gargano e il mondo delle Triple "A" a darmi la forza di lavorare come vignaiolo a tempo pieno. All’epoca facevo ancora le notti in porto. A giugno ho preso un anno di aspettativa. Ma arriva una grandinata che porta via foglie e grappoli. Ho salvato un po’ di produzione grazie a un vigneto a monte, non toccato dall’evento atmosferico, e ho deciso di andare fino in fondo. Da allora non mi sono più fermato e non mi sono più guardato indietro”. E infatti Heydi è un vulcano, che porta avanti molte iniziative sociali, nel senso più ampio del termine, perché sono volte a plasmare una società più consapevole, accogliente e competente, peraltro in linea con le istanze di mutuo soccorso che erano inveterate nelle comunità così piccole e isolate. Nelle prime due fasce ha creato una scuola per bambini, per educarli alle erbe commestibili, al territorio, alla conoscenza delle api e del mondo della natura abitata dall’uomo. Quella che frequenta oggi le elementari è infatti la prima generazione i cui nonni non hanno vissuto di agricoltura e il passaggio di conoscenze all’interno delle famiglie si è interrotto. Va quindi ripristinato, senza sperare che qualcuno un giorno decida di fermarsi per dedicarsi alla terra ma almeno che recepisca l’importanza di non disperdere questi saperi.

Il vero problema è che in queste fasce non vuole venire a lavorare nessuno, a prescindere dal salario. É troppo duro. Ha provato a tenere corsi di agricoltura ma gli unici che hanno risposto sono stati i migranti.

Ha dato allora avvio a un progetto sostenuto da una borsa-lavoro fino a creare uno Sciacchetrà del Migrante. Un’iniziativa che intreccia il destino di chi cerca una nuova vita con quello di una terra antica, grazie alla collaborazione tra Fondazione Carispezia, Caritas Diocesana La Spezia-Sarzana-Brugnato, Parco Nazionale delle Cinque Terre, Confagricoltura e Confederazione Italiana Agricoltori. L’idea è semplice e potente: restituire dignità a terreni abbandonati e offrire un’occasione di riscatto sociale a chi arriva da lontano, insegnando l’arte severa della viticoltura estrema e dando nuova vita al leggendario Sciacchetrà, il vino passito simbolo di queste coste ripide e assolate. Il Lavaccio, sopra Riomaggiore, ha visto il ritorno alla vita di oltre un ettaro di terrazzamenti, dove otto giovani migranti – partiti da Senegal, Mali e Burkina Faso – hanno imparato a scolpire la terra e a prendersi cura dei muretti a secco, custodi muti di una fatica secolare. Dopo più di due anni di lavoro ostinato e silenzioso, nel maggio 2024, sono nate le prime 56 bottiglie di Sciacchetrà del Migrante. Un vino che non è solo un prodotto, ma un manifesto di resistenza e speranza, il cui ricavato servirà a nutrire questo sogno collettivo, permettendogli di crescere, bottiglia dopo bottiglia, gesto dopo gesto, autosostenendosi. È incredibile sentire come un uomo che ha fatto così tanta fatica si metta a disposizione degli altri in ogni momento libero, invece di riposarsi. Ma forse gli abitanti di questa terra così bella ma così aspra non si sono riposati mai. Erano, in qualche maniera, dei vinti, trafitti dalla Liguria aguzza cantata da Montale. Heydi invece è un sognatore, uno che ha abbandonato il mugugno a favore di un sorriso di fiducia in un futuro migliore, per tutti. Ma le difficoltà non sono esaurite. In un luogo così turistico, tra le mete più affollate dell’Italia intera, grazie agli scorci a prova di inquadratura telefonica, anche l'alloggio è diventato un problema: è la famosa “gentrification”. Chi lavora in campagna deve arrivare in treno da Spezia e salire a piedi. Insomma, non è tutto rose e fiori. Ma fragole sì. Il figlio Jacopo, infatti, ha piantato un giardino delle fragole, dove i primi frutti sono già maturi a gennaio. Terra speciale per persone non comuni.

Tra le attività che escono dal solco del conosciuto, qui la vendemmia sia fa in barca, via mare, come si è sempre fatto nel passato. Dall’alto osserviamo dove attracca il battello su cui si caricano le ceste colme d’uva. Vediamo anche il luogo dove Heydi e il figlio vanno a fare il bagno d’estate, oltre il capolinea della monorotaia, innovazione introdotta dal padre negli anni Ottanta, a cui i vecchi, e sinceramente anche Heydi, non si sono mai abituati. C’è un senso di grande pace in queste terre ma si respira anche la fatica di mantenere un’identità antica e fragile, che non è scontato possa trovare nuovi custodi.

A proposito di fatica, quando ci spostiamo nella bella cantina nel centro di Riomaggiore, vediamo un filmato dell’Istituto Luce che documenta, nello stile enfatico ed eroico del periodo, la vendemmia sul mare, in una comunità piena di ragazzini magri e nevrili, giovani e meno giovani che portavano a spalle le corbe, le ceste intrecciate cariche di frutti, di 50 Kg, a piedi nudi, lungo quegli scalini taglienti, fino alla barca che attendeva in acqua. Le donne assistevano con pazienza e silenzio e preparavano cibi semplici per rifocillare quell’umanità che a noi oggi appare eroica e pittoresca ma che allora conosceva soprattutto la fatica, non disgiunta però da una serenità d’animo che oggi è il bene più latente e non acquistabile su nessuna piattaforma.

La mamma ci ha preparato la frittata di cipolle e erbette, la tradizionale torta riso, e le acciughe sotto sale di Monterosso, con i capperi delle fasce di Possa che, insieme alla focaccia, sono irresistibili accompagnate dall’assaggio de U Veciu. Si tratta di un vino da uva rossese bianco in purezza, vinificato all’antica, con un contatto con le bucce di cento giorni in tino di legno. Di questa antica varietà esistevano solamente 20 piante nella sua proprietà ma Heydi le ha estese riproducendole con la selezione massale e mettendole a dimora con una notevole densità d’impianto, che concentra il frutto. Il vino risulta aromatico, di agrume, di erbe spontanee, di pino marittimo, ma anche dal sorso pieno, di sostanza, persistente, malgrado si tratti dell’ultima annata imbottigliata.

Ma arriva una sorpresa, il confronto con la medesima bottiglia che ha riposato in fondo al mare. Questa innovativa tecnica di affinamento subacqueo sfrutta le caratteristiche dell’ambiente marino, diverse rispetto a una cantina tradizionale, soprattutto l’elevata pressione esterna, che favorisce la micro-ossigenazione e il movimento delle correnti marine, che imprime una costante miscelazione alla bottiglia, che enfatizza l’interazione tra le varie componenti liquide e corpuscolate di un vino non filtrato. Insomma, si tratta di un processo che accelera l’invecchiamento senza i rischi dell’ossidazione e della senescenza del vino. Assaggiamo insieme ad Heydi questo esperimento, perché lui stesso non ha ancora provato questa bottiglia. Il vino presenta una lieve carbonica al palato, appare di primo acchito più esile in bocca ma il sorso è più lungo, persistente, con note di pietra focaia. Rispetto alla medesima bottiglia tenuta in cantina l’aroma è più complesso, evoluto, più pronto insomma. La soddisfazione di Heydi nel provare il risultato di questa scommessa è palese e dichiara con emozione che da questo anno questo vino sarà messo in mare di fronte alla vigna. Devo ammettere la mia sorpresa per un prodotto che avevo già assaggiato realizzato con vini convenzionali e in collaborazione con altre aziende di affinamento subacqueo e che non mi aveva convinto. Non sappiamo come evolveranno negli anni, in superficie, le bottiglie riemerse, ma anche questo fa parte del bello di aprire nuove strade, di portare avanti ricerca e sviluppo, come, con tempi più lenti e minor sostegno scientifico, fecero i primi abitanti di queste terre quando iniziarono a scalpellare la roccia per creare gradini e a impilare sassi per costruire muretti e terrazze, per rubare alla collina gli spazi dove piantare le vigne.

È in questo contesto che nasce il lavoro di Heydi, in un continuo dialogo tra passato e presente, tra fatica e bellezza, tra tradizione e innovazione, tra sapienza e scienza. La sua è una viticoltura senza scorciatoie, dove il territorio è un interlocutore più che una risorsa da sfruttare. La sua visione per il futuro non esclude alcuna strada ma parte e ritorna sempre alla vigna. La vigna è un luogo che, per lui, rappresenta più di una coltivazione, è il suo un modo di abitare il mondo.

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