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Irpinia on the road

Diari di viaggio //

Irpinia on the road

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Una giornata in compagnia di Luigi Tecce, vignaiolo amante dell'arte, alla scoperta dell'anima più verde e incontaminata dell'Irpinia.

Finito il disallestimento notturno di un Velier Live si ha voglia solo di dormire. Poche cose avrebbero potuto distogliermi dalla mia ossessionata ricerca di un letto. Tra queste quella di dare un volto a uno dei vini che più mi aveva sconvolto da quando avevo cominciato a lavorare in Triple “A”.

Non so se valga per tutti, ma se dovessi ripercorrere il mio percorso di approccio al vino, ogni tappa sarebbe segnata da una precisa etichetta. Mi spiego meglio, è stata una precisa bottiglia ad avermi insegnato cosa sia la maturità, un’altra la persistenza, un’altra ancora la concentrazione, l’ossidazione o il velluto di un tannino… Decine e decine di etichette compongono il mosaico di tutto quello che so sul vino. “Sempre e comunque non abbastanza” mi ricorda la mia sete (di conoscenza?).

Ecco perché quel giorno misi da parte il sonno e invece di imbarcarci a Capodichino verso Genova, noleggiammo un’auto che ci avrebbe portato in Irpinia, terre d’elezione dell’aglianico e del fiano. Tutto per conoscere Luigi Tecce. Poche settimane prima il suo Satyricon mi aveva aperto le porte della più stupefacente combinazione di potenza e finezza, di complessità ed eleganza. Un rosso massiccio che invade la bocca e si risolve in un’esplosione di sensazioni simultanee, ma allo stesso tempo precisamente distinguibili l’una dall’altra. Perfino il cacao. Forse il dettaglio più inutile, ma il Satyricon m’aveva insegnato anche che un vino poteva davvero sapere di cacao.

Lasciare Napoli in direzione profonda Irpinia è passare da uno dei più folkloristici caos cittadini ad alcuni dei paesaggi più verdi e incontaminati d’Italia. Non c’è linea di confine, è un lento e graduale processo di distensione per gli occhi e la mente. Arrivare a Paternopoli non è certo difficile, il problema sta piuttosto nel trovare la cantina di Luigi: non esiste insegna. A guidarci sono le sue indicazioni al telefono: una chiesa, poi tre case bianche sulla destra, poi avanti, per quanto? Un uomo nascosto dietro dei grandi occhiali da sole e con un marsupio legato in vita ci aspetta in mezzo alla strada.

Luigi è un uomo schivo e riservato, ma che rivela una tenerezza inaspettata quando si mette a conversare amabilmente con i cani e i gatti che convivono tranquilli nei dintorni. Casa e cantina in realtà coincidono. Da un lato le vasche di vinificazione, dall’altro il salotto e solo un muro a dividerle. A pochi passi un altro locale ibrido, cucina e sala degustazione.

Luigi inizialmente ci porta a visitare i vigneti in fiore di aglianico che fanno da contorno alla cantina, mentre comincia a rivelarci i segreti del suo modo di fare vino. “Gli anni ’80 ci hanno insegnato a lasciare pochi grappoli per pianta. I grandi enologi hanno esportato un’idea che forse andava bene per alcuni territori francesi. L’hanno considerato un modello universale, ma qui è tutto diverso. Ogni pianta ha da dare un certo potenziale che distribuisce sui grappoli. Se lasciassi solo due o tre grappoli per vite, il mio vino sarebbe un iper concentrato di materia che risulterebbe imbevibile”.

Prendiamo la macchina, a guidarci è un cane che sfreccia davanti a noi abbaiando e aspettandoci dietro ogni curva. Ogni vignaiolo ha un segreto: quello di Luigi è un piccolo vigneto di fiano, da cui nasce un bianco che non esiste. La produzione è limitata all’autoconsumo e a qualche amico. Me ne sono passate tra le mani tre bottiglie in tutta la mia vita e ogni volta mi sono sentito come se custodissi un tesoro. Un tesoro che non sono mai riuscito a conservare in cantina per più di una settimana.

Nei giorni precedenti passati a Napoli ero convinto di aver mangiato alcuni dei migliori piatti della tradizione partenopea. Ma quando torniamo a casa e ci sediamo in cucina circondati dai cani e dati gatti, Luigi ci dà una dimostrazione di cucina tanto semplice quanto squisita: la perfetta esemplificazione di come quando la base di partenza è una materia prima perfetta meno la si elabora, più si ottengono grandi risultati. Sul tavolo in marmo tra peperoni cruschi, broccoletti selvatici ripassati in padella e qualche fetta di buon pane, prendiamo parte a una degustazione che non ha nulla di formale, ma che rimarrà tra le più significative della mia vita. Il culime è un Poliphemo 2005, il Taurasi di Luigi che non è altro che l’ennesima potenza del Satyricon bevuto qualche settimana prima. E mi trovo costretto a riconsiderare quanto ancora più stupefacente possa essere coesistenza tra potenza, complessità, finezza, eleganza e precisione in uno stesso calice.

Dopo pranzo la grande rivelazione: il grande amore di Luigi non è il vino, ma la storia dell’arte. “Avete bevuto, avete mangiato. Adesso decido io. Vi porto a vedere uno dei posti più belli che conosco”. Venti minuti dopo ci troviamo davanti all’Abbazia del Goleto, un complesso monastico risalente al 1200. È qui, tra le rovine di una cittadella romanica, la cui storia viene tracciata con minuzia da Luigi come fosse una vera e propria guida, che lo sento finalmente nel suo habitat naturale. Liberatosi dei panni da vignaiolo, mostra la sua più vera e intima natura.

L’ultima tappa è una visita a Taurasi, un piccolo borgo medievale che dà il nome ad una delle DOCG più note e riconosciute del sud Italia. Luigi non può esentarsi dal portarci a visitare il Palazzo Marchionale, un castello situato all’entrata del paese risalente al periodo longobardo, nelle cui stanze si succedono affreschi, stucchi e ornamenti marmorei, oggi sede dell’Enoteca Regionale dei vini dell’Irpinia. Godiamo ancora del tramonto dall’alto di una delle torri del castello che apre una finestra sull’intero panorama della Media Valle del Calore. Poi le nostre si dividono: Luigi sente la nostalgia dei suoi animali.

Quando finalmente mi stendo nel letto tanto agognato, non ho neanche il tempo di ripensare a quanto sia stata saggia la scelta di vincere il sonno quella mattina. Non lo so ancora, ma il giorno dopo conoscerò Daniela e Antonio di Cantina Giardino. Sarà amore a prima vista e a primo sorso. Anche le loro bottiglie entreranno a far parte di mio personale mosaico di etichette. Ma questa è un’altra storia.

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