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Domaine de Beudon: un viaggio tra le montagne svizzere

Diari di viaggio //

Domaine de Beudon: un viaggio tra le montagne svizzere

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Un viaggio improvvisato verso l'Alsazia e una tappa a metà strada. Ci siamo fermati da Domaine de Beudon, un paradiso terrestre tra le montagne svizzere, per riabbracciare Marion Granges.

Quando l’estate scorsa mi chiamò Christian Binner per invitarci a celebrare, insieme a una cerchia limitata di intimi, il suo giro di boa, non esitai un istante. Anche se la nostra ultima visita in cantina non risaliva a molto tempo prima — era dicembre 2024 — il richiamo dell’Alsazia, allora immersa in una magica atmosfera natalizia, era ancora vivo nella memoria.

A fine agosto si prospettava una festa speciale con la presenza di numerosi vignaioli amici di Christian, veri e propri interpreti del territorio alsaziano: Pierre Frick, Patrick Meyer, Florian Beck-Hartweg, Stéphane Bannwarth… e anche produttori provenienti da altre regioni, nonostante le vendemmie imminenti. Tra questi, Julien Guillon del Clos des Vignes du Mayne.

L’Alto Reno, dove si trova la cantina della famiglia Binner, non è proprio dietro l’angolo. Avremmo dovuto attraversare l’intera Svizzera per raggiungere Ammerschwihr…
E allora, perché non prendere due piccioni con una fava? L’idea che ci balena subito in mente è di fare tappa in una delle cantine più particolari del catalogo Triple A: il Domaine de Beudon, nel cantone del Vallese.

Detto, fatto. Quando si arriva a Fully, cittadina non lontana da Martigny, non è facile scorgere il Domaine. Letteralmente incastonato tra le pareti scoscese del lieu-dit Beudon.

Ciò che colpisce subito è la mancanza di una strada carrabile: vi si arriva solo a piedi — circa un’ora di salita su sentieri ripidissimi, in parte attrezzati con tratti di via ferrata — oppure, per i più fortunati, tramite una piccola teleferica privata. Se da un lato questo isolamento ha permesso di preservarne la natura circostante, rendendolo un luogo raro e poco frequentato, dall’altro è facile intuire le difficoltà che Marion Granges affronta quotidianamente per portare avanti il suo lavoro in questo angolo sospeso tra cielo e terra.

Questa volta siamo tra i fortunati, ci sistemiamo nella piccola cabina da quattro posti della teleferica. La teleferica è stata costruita da Jacques Granges negli anni Sessanta per colmare il grande dislivello che divide Domaine de Beudon dal paese. Si parte infatti da 470 metri sul livello del mare per salire alla vetta a 870 metri. Il vento, quando c’è, la fa da padrone e a metà tragitto la cabina oscilla in sua balia come su una giostra di un luna park.
Una volta arrivati il cuore si stringe: ad accoglierci questa volta c’è solo Marion. Jacques se n’è andato nel 2016 ma la sua presenza si continua a sentire in ogni pietra, tralcio e silenzio che ha lasciato. L’abbraccio che scambiamo con Marion è lungo, carico di significato. Le parole, in quel momento, sono superflue.
La magia e la bellezza del luogo prendono però il sopravvento sul velo di tristezza che ci aveva sfiorati per un attimo.

Marion ci propone un giro tra le vigne, che quassù si estendono per sei ettari in un microambiente pedemontano straordinariamente ricco: querce, pini, castagni, mandorli, e una sorprendente presenza di piante aromatiche e officinali. Alcune sono coltivate, come la verbena o il timo, altre crescono spontanee come la celebre Artemisia absinthium. A Beudon si cammina molto, e bisogna avere il piede sicuro: le parcelle, se pur vicine tra loro, sono separate da scarpate vertiginose.

Se il Domaine gode di un ambiente protetto e di una flora variegata, il rovescio della medaglia è rappresentato da una fauna selvatica altrettanto numerosa e vivace. Mentre ci spostiamo da una vigna all’altra, incrociamo un piccolo gruppo di ragazzi della Guinea-Bissau intenti a installare le grandi reti di protezione attorno alle parcelle, per difenderle dagli assalti di caprioli e uccelli. Marion ci spiega che le reti vengono posate appena l’uva comincia a diventare appetibile e rimosse poco prima della vendemmia. È un lavoro pericoloso — le pendenze sono ripide — ma anche lungo e laborioso.
Le parcelle si susseguono e con esse i vitigni. Il patrimonio ampelografico di Beudon è davvero notevole. Accanto ai grandi classici del Vallese — Fendant (nome locale dello Chasselas), Petite Arvine, Gamay, Pinot Noir, Humagne Rouge, Cornalin — si trovano anche molte varietà resistenti o ottenute da incroci.

In un paesaggio di tale armonia, tra silenzi, vento e grappoli, il tempo vola. Sono già tre ore che camminiamo tra i filari, e la sete comincia a farsi sentire…

Ci dirigiamo verso lo Chalet Hermanita, situato tra le vigne, dove vive Marion. Sul piccolo terrazzo che si affaccia sulle pendenze, ci attendono Bisoulette — la gatta di casa — e una batteria di una quindicina di cuvées. A inaugurare la degustazione è un giovane Riesling x Sylvaner 2022: potente, minerale, con una nota mielata che apre le danze. Segue un Fendant 2023, che parla di territorio con la sua bella sapidità.

Marion ci presenta poi le sue ultime creazioni. Se i vini di Beudon si sono sempre distinti per uno stile piuttosto classico e preciso, negli ultimi anni — dopo una fase di sperimentazione — il Domaine ha infatti consolidato diverse etichette senza solforosa: Mon Fendant Libre  2021, con sentori di finocchio selvatico e cumino; Ma Cuvée Atlantique 2022, un sorprendente vino macerato da uve Chasselas dal bouquet inebriante. Marion ci fa fare poi un salto nel tempo con un meraviglioso Fendant 2013.

Si torna quindi alle novità con lo Chambourcin 2020, vinificato in barrique senza solforosa. Un vitigno rosso nato dall’incrocio di Seyve Villard e Seibel, che dà vini profondi e intensi. La degustazione prosegue con un Gamay 2014, succoso, fluido, arricchito da una speziatura elegante, con una nota di pepe nero.
Il vino successivo guadagna in eleganza: è un Pinot Noir 2019, dove la ciliegia si impone con grazia sia al naso che in bocca. Segue l’annata 2020, che ci colpisce per la sua rotondità e piacevolezza.

Quando Marion ci versa il vino seguente, racconta di un brutto temporale che segnò l’annata 2015. Da quel capriccio della natura è nato Orage — "temporale", appunto — un assemblaggio di Pinot Noir, Gamay, Diolinoir e Gamaret. Eventi simili si sono ripetuti anche nel 2019 e nel 2023.

Sempre dalla gamma “liberata dalla solforosa” viene il Mon Gamay Libre 2022, vinificato secondo i principi della fermentazione carbonica, con una beva agile, piacevole, diretta.

È quindi il momento del Divivo 2020, da un vitigno resistente. Ci soffermiamo poi su una Dôle 2020, uvaggio di Gamay e Pinot Noir, che unisce il frutto e bevibilità del Gamay all’eleganza del Pinot Nero, semplicemente stupenda. Segue un Cornalin 2022, complesso, strutturato, dai tannini decisi. Torniamo quindi sul primo vino degustato, il Riesling x Sylvaner 2022, per osservarne l’evoluzione dopo tre ore di ossigenazione. Il naso si è aperto su note di liquirizia e tutta la potenza del Riesling esplode in bocca.

Abbiamo conservato per la fine la Petite Arvine, forse il vitigno più interessante e sottovalutato del Vallese. Per me, la Petite Arvine è una vera perla: unisce delicatezza ed eleganza a una profondità salina che incanta. L’annata 2022 è leggermente mossa, un dettaglio che le conferisce una vivacità tutta particolare.

Le ore scorrono tra assaggi e aneddoti. È già passata la mezzanotte. Non vogliamo trattenere oltre Marion, che domani dovrà alzarsi presto, ma lei insiste per prepararci una tisana con la verbena che coltiva tra i vigneti. Con il naso immerso nel vapore di una tazza anziché nel calice, ci accordiamo per recarci in cantina la mattina seguente e assaggiare direttamente dalle botti.

Sarà stata la camminata, gli assaggi, la verbena… ci addormentiamo come bambini, sotto un cielo silenzioso e immenso. La mattina seguente, ci aspetta una colazione generosa su un altro terrazzo, con una vista diversa ma altrettanto incantevole: miele, marmellate e succo d’uva fatti in casa…

Dopo un breve tratto in macchina che ci concede questa volta di ammirare i vigneti dal basso e le poche parcelle situate in pianura, giungiamo in cantina dove ci aspetta un lungo e stimolante percorso di degustazione dove, affianco agli autoctoni del Vallese, i vitigni resistenti giocano un ruolo importante.

Tra i vitigni più interessanti coltivati al Domaine de Beudon troviamo:

  • Floreal Blanc: un incrocio tra Villaris e un discendente della Muscadinia rotundifolia, piuttosto produttivo e resistente a peronospora e oidio. Dà vini espressivi, freschi e aromatici, con note esotiche, agrumate e floreali.
  • Chambourcin: un vitigno rosso nato negli anni ’60 da un altro incrocio, quello tra Seyve Villard e Seibel. Ricco di antociani, produce vini caldi, fruttati, caratterizzati da spiccata acidità e astringenza giovanile con aromi di pompelmo, ciliegia nera, prugna e spezie.
  • Païen (o Savagnin, noto anche come Traminer). Originario – ovviamente - dallo Giura, è stato introdotto in Vallese in epoca precristiana (da cui il soprannome "pagano"). Dà vini rustici, floreali, agrumati, di grande freschezza e lunghezza gustativa.
  • Diolinoir: si tratta dell’ennesimo incrocio svizzero tra Pinot Nero e Robin Noir, sviluppato negli anni ’70. Usato inizialmente in assemblaggio per il colore, oggi viene sempre più spesso vinificato in purezza regalando vini scuri e tannici, con spiccate note di mora e viola.
  • Gamaret: varietà a bacca rossa nata dall’incrocio tra Gamay e Reichensteiner. Dà vita a vini potenti e complessi ma dai tannini morbidi e un profilo aromatico e gustativo che lo rende molto “gourmand”.
  • Johannisberg: Johannisberg non è altro che il nome locale del Sylvaner. Al naso, racchiude delicate note floreali e di mandorla mentre al palato ha un finale gradevolmente ammandorlato. Quando ben maturo invece, vira su interessanti sentori esotici. L’acidità è moderata.

La degustazione in cantina sta per concludersi, ma non c’è verso di andarsene. Marion insiste per farci assaggiare un ultimo vino — ci tiene davvero, dice che è una sorpresa. Ci porta allora nella piccola sala degustazione, proprio ai piedi della teleferica, e stappa una bottiglia senza etichetta, completamente anonima. Poi ci guarda con un po’ di ansia, curiosa di sapere cosa ne pensiamo.

È un bianco, già con una certa evoluzione, che regala complessità e una beva davvero interessante. Una chicca un po’ ai margini rispetto agli altri vini del domaine, che per ora deve rimanere avvolta da un alone di mistero.

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